Qualcosa da selvaggiamente sprecare. Il teatro poetico di Marcello Sambati

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In foto, i performer Elena Rosa e Marcello Sambati, interpreti dello spettacolo teatrale Qualcosa da selvaggiamente sprecare

In foto, i performer Elena Rosa e Marcello Sambati, interpreti dello spettacolo teatrale Qualcosa da selvaggiamente sprecare

Boris Pasternak scriveva: «Il poeta vede al tempo stesso e da un punto solo ciò che è visibile a due isolatamente». Basterebbe la fulmineità di queste poche righe per introdurre una figura unica come quella di Marcello Sambati, un monaco eremita del teatro italiano che alla poesia ha consacrato tutta la sua vita.

Nell’ambito della rassegna Il paese fertile, tenutasi dal 3 all’8 aprile e organizzata dal gruppo di docenti di teatro del Dams dell’Università di Roma Tre, domenica 7 aprile il Teatro Palladium ha ospitato Qualcosa da selvaggiamente sprecare, l’ultimo prezioso lavoro dell’autore e regista, accompagnato sul palco dalla performer Elena Rosa (ricerca coreografica e gestuale). Come si legge nelle note di regia, «in questo tempo di decomposizione e de-creazione dell’Essere, il verso di Paul Celan (titolo del’opera) è una lama che ci è affidata per andare oltre, per aprirci all’ascolto di altri esseri, creature umane vaganti e straziate, di animali e vegetali, polifonie di acque e vento, voci inimitabili che si donano, non salvate, disarticolate, informi, incompiute».

Il teatro di Sambati si presenta come un teatro dell’interiorità, in cui ogni frammento è un aggrumarsi di sentire che acquista peso e salva dall’abisso. Un teatro inteso come condizione fisiologica costante dove il corpo, elemento assorbente dell’universale, e l’arte coincidono all’unisono. In questa costante ricerca in ciò che sta oltre, in un altrove appunto, la scena resta sospesa tra volontà e negazione di una riflessione.

In foto, la performer Elena Rosa, interpreti dello spettacolo teatrale Qualcosa da selvaggiamente sprecare

In foto, la performer Elena Rosa, interpreti dello spettacolo teatrale Qualcosa da selvaggiamente sprecare

Si potrebbe dire che il referente dei lavori di Sambati è una sedia vuota. Non si recita a nessuno, gelosamente si custodiscono i propri gesti, come nell’infanzia, quando si sperimenta segretamente il mondo nei giochi felici e crudeli. Appena qualcuno ci spia è finito tutto. L’attore è così colui che conosce i nascondigli della perdita (Artaud), sta immobile nello spazio, si fa orfano precoce del silenzio o parla soltanto se si tratta di una sintesi poetica, non si muove ma si libera, toglie le parti inutili affinché resti l’essenziale.

Come Beckett, Sambati, non comunica niente, non vuole comunicare niente, cioè non si esprime, è contro l’espressione. Perché il teatro non può insegnare la vita, parla per metafore, come una sfinge. Compito del poeta è svuotare la parola dall’interno, privandola del suo passato e del suo futuro, perché come sottolineava Heidegger in scultura, lasciar spazio del vuoto è anche fare esperienza di senso. Il dire di Sambati si disintegra e si riprende con intonazioni dialettali e anche violazioni della sintassi.

I quadri scenici si danno il cambio in un percorso che è un perdersi nel pensiero e l’abbandono a una sempre nuova costruzione del rapporto ritmico determina condizioni di incertezza, spaccature sporadiche, apparizioni del sé, zone di respiro, un respiro suonato che si fa vitale come l’ansito di un bambino appena nato. Più che di spettacolo o performance si può parlare di sequenza di presenze che si creano nell’istante, di pensieri vicini all’evocazione penetrante della musica, altro elemento caro al poeta salentino.


 

Non performer o attori, ma corpi-opera che si scrivono di luce, non transitano significati ma dicono forme. Si destano, si espongono, si lasciano guardare.


Così fin dai primi minuti il palco si trasforma in un territorio fuori dalla realtà, è il luogo dell’immaginario. Se per Klee compito del pittore non è riprodurre il visibile, bensì rendere il visibile, sulla stessa scia si muove l’artista che, orafo raffinato in cerca della sua gemma, utilizza lo spazio come un volume da organizzare e da riempire. Non performer o attori, ma corpi-opera che si scrivono di luce, non transitano significati ma dicono forme. Si destano, si espongono, si lasciano guardare. Attendono che qualcuno o qualcosa li abiti senza rompere la carne. Affrontano territori pericolosi, oscuri e abbacinanti «in un fare che è sempre un infinire», rasentando la prima linea e concedendosi sortite, rischiando la caduta e osando di fallire.

La parola poetica di Sambati è uno scriversi addosso, un lasciar affiorire sulla labbra la solitudine di monologhi interiori, la cui restituzione è affidata alla strumentazione fonica per mezzo di voci off. I gesti si pentono e si sconfessano da soli, sono ora convulsi come scarabocchi nelle danze dionisiache di Elena, ora bloccati come a trattenere il fiato. Le figure sembrano lacerazioni che elargiscono trasfusioni di bellezza, si cristallizzano divenendo icone della normalità, evanescenti, epifaniche.

Un grande blocco al centro è la base da cui si dipanano le azioni astratte dei due performer. Bagnati da una luce fulgente (Gianni Staropoli) emergono dal buio, solo in alcune parti, come se si trattasse di visioni fantasmatiche. Nelle diverse sequenze la gestualità di Sambati è minimale, poca e volutamente ridotta. Spesso recita sul posto, circoscritto, in una danza muta, con una chiusura del corpo che ricorda gli esili protagonisti delle pitture espressioniste tedesche. Le figure agiscono dentro i margini sfumati della luce che sembra primordiale come nei bozzetti di Appia o Craig, e si fanno ombre che lasciano segni, pure evanescenze.

Alla fine non si sa se è stato sogno ciò a cui si è assistito. Due corpi opera, due anime che si sono sfiorate, si sono ascoltate, sorrette da melodie monastiche, suggellando un patto di carne che solo la potenza di alcuni versi di Sambati è in grado di descrivere:

Mai mi specchierò
in un tuo sguardo
eccomi faccia a faccia
ti toccherò e ti saprò
non ti vedo…
lasciati prendere, lasciati…
ti mangio perché ti amo
io è perduto e tu non esiste più
due crani in un deserto
tra io e tu l’aria è ammutolita.

Buio.

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