Probabilmente conosci una sopravvissuta a una violenza sessuale. Sai che cosa dire?

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Probabilmente conosci una sopravvissuta a una violenza sessuale. Sai che cosa dire? © partedeldiscorso.it / Anna Scassillo

Probabilmente conosci una sopravvissuta a una violenza sessuale. Sai che cosa dire? © partedeldiscorso.it / Anna Scassillo

di Mandy Len Catron per The Guardian, 28 settembre 2019
traduzione di Anna Scassillo

Avevo 19 anni quando, per la prima volta, qualcuno ha condiviso con me la sua esperienza di violenza sessuale. Sulla piattaforma di messaggistica AOL, un’amica del liceo mi disse di aver perso la sua verginità un anno prima, durante una festa. «Ma», ha aggiunto, «non era ciò che volevo. Ero ubriaca, ha approfittato di me».

Non avevo la più pallida idea di cosa dire. Stava descrivendo un’esperienza traumatica, si capiva che era ancora turbata. Quello a cui alludeva era terribile ma a suo modo all’ordine del giorno. Sentivo storie di approcci finiti male quasi ogni weekend. Ero seduta, pietrificata, davanti alla mia tastiera: “Dovrei chiederle più dettagli o peggiorerebbe le cose? Dovrei consigliarle di parlare con qualcuno, sua madre, un consulente, un terapista?”. Non avevo realizzato che stava parlando con qualcuno: con me.

«Mi dispiace», digitai alla fine. Poi cambiammo argomento e nessuna delle due tirò mai più fuori quella conversazione. C’è voluto qualche anno prima che imparassi a chiamare il sesso non consenziente da ubriachi con il suo vero nome: stupro. E ancora più tempo prima di capire che tutte quelle serate che ho passato a bere da bicchieri di polistirene nei seminterrati delle confraternite facevano parte della più ampia cultura della violenza sessuale. Ciò che era successo alla mia amica succedeva continuamente alle donne intorno a me. Quando guardo il telegiornale penso spesso a quel momento, a quanto ho sbagliato con la mia amica, a quanto vorrei tornare indietro e fare tutto diversamente.


Nella cultura dello stupro, i parametri della fortuna sono molto bassi.


Sono fortunata a poter dire di non essere mai stata aggredita sessualmente o, più precisamente, di non essere mai stata aggredita sessualmente se non contiamo quella volta in cui un amico ha ignorato i miei primi tre no e ha ceduto solo al quarto, quello forte e arrabbiato; se ignoriamo tutte le volte in cui sono stata palpeggiata sulla pista da ballo e ho buttato sul ridere le imbarazzanti avance di alcuni amici perché ero quel tipo di ragazza che “sa stare al gioco”. Non sono mai stata aggredita sessualmente se non contiamo tutte le volte in cui ho detto no più tardi di quanto avessi voluto, ma prima che le cose si mettessero veramente male. E ancora mi considero fortunata. Nella cultura dello stupro, i parametri della fortuna sono molto bassi.

Questa settimana ho ricevuto un’e-mail da Jessica, una delle mie più care amiche. «Sto per perdere la testa», ha scritto, «lo inoltro a te perché io sono troppo arrabbiata per rispondere». Ciò che seguiva era un interminabile scambio di messaggi sull’udienza di Brett Kavanaugh tra lei e suo zio. Lui non riusciva a capire perché le donne coinvolte avevano cominciato a parlare solo allora delle violenze di anni prima e lei, per spiegarglielo, ha deciso di raccontargli la sua storia.

«Ci vuole molto coraggio per condividere una violenza sessuale», risponde Jessica. «È difficile, ti riporta al trauma. Ho tenuto per me la mia esperienza per 25 anni. Non ho mai denunciato, non ho mai detto nulla pubblicamente». In risposta, lui scrive: «Mi dispiace sapere di questa tua esperienza con un poco di buono, ma sono felice di sapere che sei abbastanza forte da andare avanti». E poi ha cominciato a lamentarsi di Hillary Clinton.

Ho dovuto veramente trattenermi per non scrivere a quest’uomo, tutto in maiuscolo: QUALCUNO A CUI TIENI TI HA APPENA RACCONTATO LA COSA PIÙ BRUTTA CHE ABBIA MAI VISSUTO. PUOI FARE DI MEGLIO.

In un certo senso, però, posso immedesimarmi nello zio della mia amica. Loro due sono sempre stati molto legati e immagino che, se lui si fosse fermato un attimo a contemplare realmente la sua esperienza (per esempio il fatto che 25 anni fa Jessica aveva 11 anni), ne sarebbe rimasto inorridito. Ho saputo della violenza che ha subito quasi vent’anni fa e pensarci mi risulta ancora difficile. Quando qualcuno ti dice di essere stato violentato è sempre più facile archiviare la cosa, prenderla alla leggera, incolpare o ignorare piuttosto che fare spazio alla loro sofferenza. Lo so perché è proprio ciò che ho fatto io con la mia amica del liceo, ma possiamo fare tutti di più.


Credigli. Credi a ogni dettaglio di ciò che ti dicono.


La ragione per cui non parlo di violenza, quando penso alle mie esperienze, è la stessa per la quale la mia amica ha deciso di tenere per sé la sua storia per così tanto tempo: la nostra cultura è progettata per minimizzare il dolore delle donne, per accartocciarlo e gettarlo via così che non faccia sentire nessuno a disagio. Per molte sopravvissute, “Mi dispiace sapere di questa tua esperienza con un poco di buono” è il meglio che ci si possa aspettare, ma è ora della resa dei conti. Le sopravvissute hanno cominciato a raccontare la loro storia e dobbiamo imparare a sapere cosa rispondere. Ecco come potresti cominciare.

Credigli. Credi a ogni dettaglio di ciò che ti dicono. Non giudicare i loro sentimenti e non parlare di come ti sentiresti tu al posto loro. Non chiedere perché non te l’hanno detto prima. Ascolta senza giudicare. Fidarsi di te tanto da poterti raccontare la loro storia non è una cosa da poco – a loro costa tanto. Sii consapevole. Non minimizzare la loro esperienza. Chiamare un violentatore un poco di buono significa minimizzare alla grande. Lo stesso vale per “non è andata poi così male” o “poteva andare peggio”. Nessun trauma è più o meno legittimo di un altro. Evita l’impulso di buttarla sul personale; avere a che fare con la sofferenza di qualcuno a cui tieni è doloroso. La traumatizzazione vicaria è un fenomeno reale ma non aspettarti che chi è sopravvissut* ti aiuti a sentirti meglio – hanno passato tutta la vita a cercare di farlo. Non condividere la loro storia con qualcun altro sperando di trovare supporto. Loro sono gli unici che decidono chi deve ascoltarla. Se hai bisogno di supporto, rivolgiti a un professionista.

Dire «c’è qualcosa che posso fare?» sembra spesso un gesto di gentilezza, ma ricorda che chiedere aiuto spesso non solo è un peso, ma può anche peggiorare il trauma. Piuttosto, fai qualcosa, informati. Parla della diffusione di violenze sessuali e dell’importanza di credere a chi è sopravvissut*. Dona alle associazioni competenti o girati verso la persona a cui tieni e dille semplicemente: «Puoi chiamarmi tutte le volte che vuoi parlarne e puoi chiamarmi anche quando vuoi fare qualsiasi cosa tranne che parlare».

In poche parole, il tuo compito è quello di amare. Amare in maniera generosa ed esplicita e mettere tutto il resto – la politica, i giudizi, la paura – da parte. Se questo – mettere i sentimenti di qualcun altro davanti alla tua esperienza – è difficile o ti mette a disagio, ricorda che è il minimo che tu possa fare: chi è sopravvissut* a una violenza lo fa tutti i giorni.


Mandy Len Catron è una scrittrice. Vive e lavora a Vancouver, ha scritto How to Fall in Love with Anyone. Ha scritto per New York TimesThe Washington Post, The GuardianThe Walrus, per riviste letterarie e antologie. Su The Love Story Project scrive di amore e di storie d’amore. Insegna Inglese e scrittura creativa all’University of British Columbia.

About author

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

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