Viva da morire: Paola Turci non si accontenta di essere Paola Turci

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In foto, la cantautrice Paola Turci in posa per la copertina dell'album Viva da morire

In foto, la cantautrice Paola Turci in posa per la copertina dell’album Viva da morire

Paola Turci, recentemente, ha pubblicato un nuovo album, Viva da morire, che è il coerente proseguimento de Il secondo cuore di due anni fa. Che qualcosa stesse cambiando inesorabilmente s’era capito già da allora, quando ha abbandonato la canzone d’autore per affidarsi a un pop rock di più facile presa. Il merito de Il secondo cuore era stato quello di riuscire a esaltare la personalità e il temperamento di Paola. Viva da morire, invece, che – tutto sommato – è un disco godibile, non irripetibile né memorabile, ma certamente di facile fruizione, in alcuni punti rischia di essere fortemente spersonalizzante, pesantemente leggero, forzatamente contemporaneo.

Ci sono dei momenti in cui Paola è qualcosa che non è e che non ha bisogno di essere, perché rischia di uscirne appiattita, annullata, privata dei propri aspetti caratterizzanti. Questo, sia ben inteso, non è un modo per sminuirla. Anzi, al contrario, quello che voglio è elogiare tutti i pregi che l’hanno resa una delle artiste più apprezzabili della canzone italiana: la sua personalità definita, il suo stile inconfondibile, la sua voce piena, intensa, ruvida. Paola Turci è una che, quando l’ascolti, la riconosci immediatamente perché sa esprimere sensualità e determinazione, femminilità e audacia, carisma e fragilità, senza dover mai mortificare un aspetto per esaltarne un altro.


Viva da morire è un disco da interprete, che, in alcuni brani – come la title-track, secondo singolo estratto dall’album – sembra toglierle qualcosa, appannare la sua unicità.


La riconosci immediatamente perché è Paola Turci, tout court, un’artista nata interprete e diventata – con grande naturalezza e credibilità – cantautrice di razza, con una penna personalissima e una scrittura sempre riconoscibile, viscerale, densa. Tuttavia, in Viva da morire, Paola si è riaffacciata alla musica da interprete, firmando solo tre dei dieci brani contenuti nel disco. Per la realizzazione dell’album si è affidata – tra gli altri – a Davide Simonetta, Giulia Anania, Nek, Federica Abbate, Andrea Bonomo, Gianluigi Fazio, Edwyn Roberts, Shade e soprattutto a Luca Chiaravalli, che ne è anche, per gran parte dei pezzi, il produttore.

In foto, la cantautrice Paola Turci. Viva da morire è il suo ultimo lavoro discografico

In foto, la cantautrice Paola Turci. Viva da morire è il suo ultimo lavoro discografico

Un disco da interprete, dicevo, che, in alcuni brani – come la title-track Viva da morire, secondo singolo estratto dall’album – sembra toglierle qualcosa, appannare la sua unicità, renderla quello che la compravendita di musica vuole, vale a dire un prodotto semplice, di facilissima fruizione, adatto al pubblico distratto delle radio, in cambio di un riscontro maggiore da parte dei network. Si tratta di canzoni-oggetto, in cui l’interprete è sostituibile e ha un ruolo decorativo, non preminente: è il compromesso per un riscontro che si consuma in fretta ma che dà ossigeno a un mercato discografico, di fatto, ormai ampiamente morto. Il vero problema, in verità, è quando ne esce spersonalizzata anche la voce di Paola, visto che in alcuni punti è difficile persino rintracciarne le peculiarità. Perché la forza della Turci è l’intensità, la consistenza della sua voce e gli arrangiamenti elettronici del disco, spesso spinti all’eccesso, non le rendono giustizia, ma la costringono ad essere altro da sé.

Ma Viva da morire ha anche dei pregi importanti. In quanto degno erede de Il secondo cuore, ne porta avanti le intenzioni, anzi, le rimarca con convinzione: Paola Turci è un’artista in piena rinascita, guarda alla vita con una consapevolezza nuova; è libera, non più in conflitto con se stessa. Viva da morire è un disco fortemente al presente, è per questo motivo che il passato assume un ruolo fondamentale, è un faro, un monito, qualcosa da cui ricavare una tenerezza inedita, una malinconia buona, una fragilità che ha il coraggio di mostrarsi a viso scoperto. A voce scoperta, sarebbe meglio dire.

Succede in Piccola, ad esempio, l’ultima traccia dell’album, quella che meglio riassume il talento di Paola Turci e segna l’approdo di Viva da morire. Paola, che senza strafare ritrova tutta l’intensità di cui è capace, racconta di un’assenza importante, lo fa con parole taglienti e consapevoli, che commuovono e asciugano, che spezzano e rimettono insieme: “È vero che sembrano di vetro certe lacrime / Ti tagliano ma poi non vanno giù / E canti per non soffocare / Pretendo le tue scuse / Non si va via così, senza salutare / Perché sono piccola in questo mondo di grandi / Che tutti sanno cosa fare, io nemmeno trovarmi / E sono piccola e tu dovevi aspettare / Per questo torno sempre qui / Qui seduta sulle scale dove giocavo da bambina / Per vederti ritornare”.

Piccola è l’ultima canzone, l’ho detto, forse perché è la destinazione del disco, la dimostrazione che a Paola Turci non servono abbellimenti per saltare all’occhio. O all’orecchio, nel suo caso. Nel mezzo, tra L’ultimo ostacolo (presentato al Festival di Sanremo, forse perché è il brano meno traumatico per segnare il passaggio da Il secondo cuore a Viva da morire) e Piccola, ci sono altri pezzi che meritano di essere menzionati: è il caso de L’arte di ricominciare, con un testo assai eloquente e maturo (“È una rivoluzione naturale l’arte di ricominciare / Imparerò dalla storia e da ogni storia imparerò / Imparerò che alla fine non c’è un finale e dal passare del tempo a perdonare / Imparerò che fa male, ora lo so / Un fiore che rompe la terra, lo senti il rumore?”).

Una menzione particolare va anche a La vita copiata in bella, probabilmente la canzone che meglio spiega come il passato sia funzionale al presente e, soprattutto, come un errore possa diventare consapevolezza, quindi un insegnamento (“Avevamo bisogno dei vinti per sentirci migliori / Dare un volto diverso alle stesse illusioni / E rifiorire e consumarci insieme / Chiamare il tempo con il solo nome che ha / E avevamo bisogno dei figli per lasciare qualcosa / Che tutto è nostro e niente ci appartiene / Chiamare il tempo con il solo nome che ha / Ed imparare finalmente che da sempre la strada ha la sua direzione / Che c’è in atto una rivoluzione anche quando non si sente”).

In foto, la cantautrice Paola Turci in posa per la copertina dell'album Viva da morire

In foto, la cantautrice Paola Turci in posa per la copertina dell’album Viva da morire

Insomma, Viva da morire descrive un’attitudine alla vita completamente nuova, Paola Turci ha imparato a godere delle cose che ha, quelle che ha perso le hanno insegnato a non diventarne vittima. Le occasioni, i posti, le persone che non ci sono più sono segnali per inseguire una felicità consapevole, non più ostinata, ma non per questo remissiva o stanca.

Viva da morire inciampa in qualche leggerezza, è evidente. Rischia di far perdere la rotta a un’artista che, invece, sa bene chi sia e cosa sia diventata col passare degli anni. Un pregio, però, ce l’ha: racconta di una donna che non teme di perdere l’equilibrio, di non riconoscersi mentre sfida i ricordi. Racconta di un’artista che, dopo oltre trent’anni di carriera, ha ancora voglia di cambiare. Racconta coerentemente una Paola Turci che è viva. Anzi, viva da morire.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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