Mettete da parte i pregiudizi e ascoltate Achille Lauro

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In foto, il cantante Lauro De Marinis, in arte Achille Lauro

In foto, il cantante Lauro De Marinis, in arte Achille Lauro

Faccio subito mea culpa. Sono uno di quelli che diceva: «Achille Lauro chi? Quello che fa la trap? No, non mi interessa», senza rendermi conto di quanto un pregiudizio possa rivelarsi ingannevole e dannoso. Eppure so bene quanta verità possa svelare un ascolto senza preconcetti; del resto, sono un incallito sostenitore della musica pop, da sempre fanalino di coda di tutti i generi musicali, proprio per la sua natura accogliente e accessibile – popolare, per l’appunto. Invece proprio io, che rifiuto i pregiudizi manco fossero comizi di Salvini, ho peccato di superficialità e ridotto Achille Lauro a quello che fa la trap, quella roba che piace ai giovani e che parla di droga, giacche di marca e donne come fossero oggetti d’arredo.

Poi è arrivato il Festival di Sanremo; Achille Lauro è salito sul palcoscenico dell’Ariston e ha cantato Rolls Royce. È arrivato con il suo smoking elegante e l’espressione del bimbo educato ma povero che finisce a cena, non si sa bene per quale motivo, a casa dei vicini snob e ricchi; incredulo, all’inizio un po’ timido, ma determinato. È arrivato come uno schiaffo in faccia. La mattina dopo canticchiavo la sua canzone e dicevo soltanto: «Non è male». In verità mi era piaciuta eccome ma non ero pronto a dirlo: del resto era Achille Lauro, il tipo della trap, quella robaccia che piace ai ragazzini di oggi.

In foto, il cantante Achille Lauro si esibisce durante il Festival di Sanremo

In foto, il cantante Achille Lauro si esibisce durante il Festival di Sanremo

Poi un giorno ho ascoltato 1969, il suo nuovo disco, per sfidare me stesso e i miei preconcetti; per conoscere un ragazzo che ha stoffa, uno spiccato intuito e una buona cultura che gli permette di avere un atteggiamento accogliente nei confronti della musica – anche di quella che, apparentemente, non gli appartiene. Achille Lauro ha dalla sua parte la curiosità che gli consente di essere inquieto, di contaminarsi, di fondersi con i suoi ascolti e produrre un album come 1969, che è un disco in verticale in quanto ben collocato nel suo mondo ma capace di fare le giravolte, abbracciare altri suoni, altri generi, altre epoche.

1969 non è un disco trap, partiamo da questo assunto fondamentale, ed è il quinto album di Lauro. Questo significa che non è soltanto frutto di una buona intuizione; è un lavoro che ha delle radici profonde e lungimiranti. È un risultato, un punto d’approdo e un nuovo inizio. Achille Lauro ha scelto di partire da un anno preciso: quello del primo sbarco sulla Luna, che canta anche nella title-track dell’album.

La copertina dell'album 1969 di Achille Lauro

La copertina dell’album 1969 di Achille Lauro

1969 è l’anno dopo il Sessantotto; uno spartiacque, un punto di non ritorno che, nell’immaginario comune, rappresenta un evento necessario a spiegare gli anni a venire. Ecco, 1969 di Achille Lauro è il tempo che viene dopo la rivoluzione, porta i segni di un mondo che non ha più confini, che si sposta oltre i propri limiti, che si prende tutta la libertà che vuole perché sa che esiste. È così che la trap incontra il rock e il punk e diventa altro da sé; è così che Lauro si concede di essere malinconico e spavaldo, ironico e sentimentale senza mai risultare fuori fuoco, restituendoci un disco intriso di citazioni, di rimandi al passato, di reverenza verso certi anni e certi personaggi che, di quegli anni, ne sono stati la chiave. Eterogeneo, sì, ma ben amalgamato, unitario, con una forma definita. Un disco che racconta tante storie, alcune mirabolanti, altre più ruvide.

L’album si apre con Rolls Royce, il brano presentato sul palco dell’Ariston e poi, apparentemente innocua ma potente nel suo incedere quasi strisciante e dimesso, arriva C’est la vie, l’altro volto di Lauro. C’est la vie è un brano d’amore, ma a farla da padrona è la rabbia rimasta sottopelle, una rassegnazione che non somiglia affatto alla dimenticanza ma alla frustrazione per un addio ancora troppo recente («E non puoi uccidere l’amore, ma l’amore può»). Ma se C’est la vie è una battuta d’arresto improvvisa e inaspettata dopo la partenza sfrenata con Rolls Royce, Cadillac – terza traccia del disco – preme di nuovo sull’acceleratore e fa rumore: chitarre e batterie trionfano, un punk rock ben confezionato ci consegna l’ideale prosieguo del pezzo presentato a Sanremo.

Il disco passa attraverso Je t’aime con Coez e arriva alla malinconica Zucchero («Ho avuto crisi di nervi, crisi d’affetto / Conosco un passaggio segreto, porta all’inferno / Tutto il resto è noia, tutto è niente in eterno / Figli delle stelle, madre un destino avverso / Io e te siamo un cielo nero»). La title-track cita proprio il 20 luglio 1969, il giorno in cui l’Apollo 11 fece il suo sbarco sulla Luna; qui Lauro racconta la sua rivincita, è spavaldo, sfrontato e si rivolge a sua madre («Ricompro la casa che ci hanno tolto perché non avevi soldi»).

Poi tocca a Roma, un altro freno a mano tirato all’improvviso. Qui Lauro collabora con il rapper Simon P e confeziona un pezzo scuro e tagliente, un album di ricordi che si sfoglia da solo alla vista di alcuni luoghi di Roma. Achille Lauro racconta l’amore e l’odio per una città di cui si sente figlio e nemico, di cui si sente parte ed estraneo. Una città che gli ha tolto e dato, preso e restituito in un modo che non avrebbe potuto mettere in conto. Roma è un elenco di assenze e di rivalse, è la notte e l’alba successiva («Innalzato a morire su un colle / Trafitto nel costato a Vigne / Perito e intombato a Sempione / Risorto da qualche parte lì a Montesacro / Pe’ i miei ragazzi, pe’ sempre»). Sexy Ugly è sulla falsa riga di Rolls Royce e riprende a pieno ritmo la corsa di 1969Delinquente fa lo stesso descrivendo Lauro e il suo atteggiamento sfacciato – che è ciò che non è mai andato a genio agli altri.


Un album ambizioso e intelligente, che risponde alla necessità del suo interprete di non diventare la copia di sé ma di conoscere, imparare, mescolare suoni e verità, malinconie e strafottenze, traguardi e fallimenti.


Il disco si chiude con Scusa, l’ultimo arresto brusco di 1969; un incedere malinconico e un testo che sfida la morte, l’accoglie a testa alta ma con un filo di rabbia e insoddisfazione che, forse, non abbandonerà mai Achille Lauro; un animo inquieto e irriverente ma sensibile, coperto da lustrini ma con una verità imprescindibile che si vede a occhio nudo.

Affiancato ancora una volta da Boss Doms – e per questa volta anche da Fabrizio Ferraguzzo – Achille Lauro ha realizzato un disco di chitarre graffianti e batterie ruvide, dai suoni veri, non elettronici. Un album ambizioso e intelligente, che risponde alla necessità del suo interprete di non diventare la copia di sé ma di conoscere, imparare, mescolare suoni e verità, malinconie e strafottenze, traguardi e fallimenti. Achille Lauro ha gusto, lo ribadisco, e 1969 è un disco da ascoltare senza pregiudizi, perché dietro le macchine di lusso e le banconote piegate in due nelle tasche c’è una verità che merita di essere accolta.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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