Game of Thrones: la vita è una serie TV scritta male

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Kit Harington ed Emilia Clarke nei panni di Jon Snow e Daenerys Targaryen nella serie TV Game of Thrones (HBO)

Kit Harington ed Emilia Clarke nei panni di Jon Snow e Daenerys Targaryen nella serie TV Game of Thrones (HBO)

Attenzione: la recensione contiene spoiler dell'ottava stagione di Game of Thrones.

«È finito Game of Thrones», ho comunicato ai miei lunedì a pranzo.

«Sì?», ha risposto mia mamma. «Chi ha vinto?».

I miei non seguivano Game of Thrones, è evidente (per quanto la domanda avesse senso). Come loro molti altri, checché ne dicano i vari «Ma solo io non seguo Game of Thrones?» sui social. La sensazione, però, è stata a lungo diversa: quella di un’intera comunità che – complici proprio i social media – ogni lunedì, per alcune settimane all’anno, guardava, commentava, congetturava, condivideva. Per otto anni.

Per otto anni – un po’ meno per chi alla serie è approdato dopo, consumandola in solenni maratone – abbiamo seguito le vicende delle Casate di Westeros. Un fenomeno mediatico con pochi precedenti e chissà con quali successori. Che adesso si è concluso, tra (più o meno) dure critiche e (più o meno) timide soddisfazioni.

Lunedì io (Guendalina, ndr) e Melissa abbiamo guardato l’ultimo episodio di Game of Thrones e ci siamo confrontate. Per quanto entrambe piuttosto commosse dal capitolo conclusivo della serie, per quanto entrambe affezionate a questo mondo, abbiamo scoperto di avere posizioni piuttosto diverse. Più critica quella di Melissa, più indulgente la mia. Le trovate qui di seguito.

Cosa è andato storto in questa stagione

di Melissa Vitiello

Peter Dinklage nei panni di Tyrion Lannister nella serie TV Game of Thrones (HBO)

Peter Dinklage nei panni di Tyrion Lannister nella serie TV Game of Thrones (HBO)

Per tutta la durata dell’ultima stagione di Game of Thrones e soprattutto a seguito del finale, i fan si sono divisi tra scettici, delusi, i tutto-sommato-soddisfatti e i grandi contestatori. Personalmente, rientro tra gli a-malapena-soddisfatti. Mi sento di salvare solo tre episodi di questa immensamente deludente stagione: il secondo, il terzo e l’ultimo. Ma quali sono le cose che, dal mio punto di vista, non hanno funzionato?

Prima di tutto, i tempi sono stati gestiti male. C’erano troppi archi narrativi da concludere e le vicende si sono svolte con una fretta desolante (naturalmente, arrivati all’ultima stagione non è che ci fosse poi tanto altro tempo per fare di meglio), risultando in cambiamenti repentini di alcuni personaggi (non perdonerò mai quello che hanno fatto di Jaime, Jon e Tyrion), credibilità indebolita dalla pessima scrittura di alcune scene, soluzioni semplicistiche e tanti, tantissimi altri problemi.

Per me non era importante che morisse più gente, che ci fossero più momenti che mi togliessero il fiato per l’ansia, che scorresse più sangue o ci fossero più colpi di scena: quello che mi aspettavo era che la storia che abbiamo seguito, che i personaggi che abbiamo amato e quelli che abbiamo amato odiare conservassero una certa dignità. Anche nella fine.


Tutto sommato, però, bisogna tener conto del fatto che Game of Thrones ha subito un declino da molto prima dell’uscita dell’ottava stagione.


In generale ho trovato ridicola l’occasionale narrazione romantica-barra-teatrale (Jaime che butta all’aria sette stagioni di evoluzione per morire con o per la sorella, Euron unico sopravvissuto che si batte valorosamente con lui prima di morire, Jon che trafigge l’amata  e il trono che viene fuso subito dopo…). La presa di Approdo del Re è stata per me estremamente finta e deludente: ammetto che dopo la terza puntata le mie aspettative erano alle stelle ma non credevo sarebbe andata così male. Avrei preferito che la straordinaria battaglia di Grande Inverno fosse stata magari la conclusione della settima stagione e che l’ultima si dedicasse invece unicamente alla parte finale della storia.

Tutto sommato, però, bisogna tener conto del fatto che Game of Thrones ha subito un declino da molto prima dell’uscita dell’ottava stagione. Le cose sarebbero dovute essere fatte meglio, forse con più calma e cognizione di causa, ma mi sento di dire che il finale, tutto considerato, è giusto. Quasi tutti sono dove dovrebbero essere. L’obiettivo ultimo era quello di cambiare il gioco dei troni, eliminarlo, spezzare la ruota: non è più importante chi siede sul trono di spade, non esiste più un trono di spade. I personaggi (quelli ancora vivi, si capisce) si sono congedati da noi nel miglior modo possibile, Spettro ha avuto le carezze che meritava fin dall’inizio e a noi, dopo quasi dieci anni, toccherà trovare qualcosa che riempia questo fastidioso senso di vuoto lasciato da una serie che, piaccia o meno, ha fatto la storia della televisione. Valar morghulis.

Game of Thrones ha capito che la vita è una serie TV scritta male

di Guendalina Ferri

Maisie Williams nei panni di Arya Stark nella serie TV Game of Thrones (HBO)

Maisie Williams nei panni di Arya Stark nella serie TV Game of Thrones (HBO)

Nei libri, nei film, nelle serie TV – in qualsiasi contesto si racconti qualcosa, in generale – di solito c’è quella cosa chiamata “pistola di Cechov”, un meccanismo che banalmente può essere riassunto così: se a un certo punto compare una pistola, prima o poi dovrà sparare. Tutto deve servire a qualcosa, tutto deve avere un senso, anche quell’oggetto o quel personaggio minimo che a un certo appunto è apparso senza motivo e che alla fine, invece, potrà ribaltare tutta la vicenda.

Ci pensavo l’altro giorno, leggendo le tante critiche piovute sugli ultimi episodi di Game of Thrones. Molte – anche condivisibili – erano del tenore di: «Ma allora che senso ha avuto introdurre questo personaggio?», «Perché buttare all’aria l’evoluzione di un personaggio che è durata sette intere stagioni?», «Che senso ha avuto seguire una certa trama passo passo per poi stravolgerla completamente nel giro di mezza stagione?», «Perché far morire personaggi così in fretta e in maniera così banale?».


Il punto è che il merito di Game of Thrones, fin dall’inizio, è stato quello di costruire trame e soluzioni non secondo le regole della narrazione – scusa, Cechov – ma con un realismo spietato.


L’ottava stagione è stata ben lontana dalla perfezione, c’è da dirlo. La sensazione è prima di tutto che sia mancato il tempo. Mi sono però soffermata sulle critiche di cui sopra, principalmente rivolta alla scrittura di storie, personaggi, dinamiche. E – sarà che le serie TV io le ho sempre seguite con sguardo “antropologico”, diciamo: osservo ciò che succede prendendone atto, registrando cosa mi è piaciuto e cosa no, senza però immaginarmi grandi soluzioni alternative, come si potrebbe esaminare il brulicare di un formicaio – mi è tornata in mente la pistola di Cechov. E non solo lei.

Il punto è che il merito di Game of Thrones, fin dall’inizio, è stato quello di costruire trame e soluzioni non secondo le regole della narrazione – scusa, Cechov – ma con un realismo spietato.

È il merito di volersi avvicinare alle dinamiche della vita, diciamo, più che al prototipo di serie TV riuscita.

E quello, quindi, di aver capito che la vita è una serie TV scritta male. Non ci sono pistole di Cechov, ma una serie di circostanze e persone che vengono introdotte all’improvviso, non le noti, poi le noti, dici «ah, di sicuro sono apparse per un motivo» e invece, magari, no. Magari ti mandano all’aria tre stagioni, magari si dileguano prima di fare qualsiasi cosa (a proposito: ciao Ed Sheeran, cammeo utilissimo il tuo). Ci sono personaggi che brulicano, che s’impongono di volta in volta come protagonisti, regrediscono a comparse, di punto in bianco – quando eri sicuro che fossero proprio loro i protagonisti assoluti – se ne vanno. Ci sono cose senza senso ed evoluzioni gettate all’aria in un attimo, dopo anni di fatica per costruirsi, solo perché rinnegarsi potrebbe essere l’unico modo di rivedere una persona prima della fine. E ci sono fini banali, veloci, tristi, stupide, perché raramente le fini non sono così nella realtà.

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