Una volta è abbastanza: recensione e intervista a Giulia Ciarapica

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Dettaglio della copertina di Una volta è abbastanza, di Giulia Ciarapica, edito da Rizzoli

Dettaglio della copertina di Una volta è abbastanza, di Giulia Ciarapica, edito da Rizzoli

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Esiste un passato di cui la letteratura, il cinema e l’arte sono piene fino a pensare si stia arrivando quasi a un punto di saturazione: troppe storie già sentite, gesta già narrate, personaggi già conosciuti. Quando si tratta della Storia, invece, c’è la tendenza a concentrarsi sui grandi fatti e sulle grandi persone, dimenticandosi che la Storia è fatta anche da chi viene ignorato, perché troppo piccolo o perché le sue azioni sono, all’apparenza, di poca importanza: quello stesso passato nasconde storie che attendono di essere riscoperte.

Una volta è abbastanza (Giulia Ciarapica, Rizzoli) è una vera e propria opera di riscoperta. Primo capitolo di una trilogia ambientata nelle Marche, racconta di un paese, Casette D’Ete, che riesce a diventare il fulcro di un discorso sul progresso politico, economico ma soprattutto sociale di un intero Paese; pochi singoli che, grazie all’acume, alla precisione, all’attenzione ai piccoli dettagli e alle riflessioni che accompagnano le loro azioni, assumono una valenza universale.


Quel paese è spietato, maledetto fino alle radici più profonde della terra, che ogni tanto rabbrividisce e fa sobbalzare le case, ma è l’unico paese in cui vorrebbe tornare ancora prima di partire.


In foto, uno scorcio del paesaggio marchigiano, ambientazione del libro Una volta è abbastanza

In foto, uno scorcio del paesaggio marchigiano, ambientazione del libro Una volta è abbastanza

Protagonista assoluto della vicenda sembra essere proprio Casette D’Ete, dato l’enorme amore che traspare dalle descrizioni che la Ciarapica ci offre di questo paese. Esso influenza i personaggi e da essi si lascia influenzare, è dinamico, non immune ai fermenti del progresso che, dalle lontane metropoli, comincia a palesarsi. È una modernità che si manifesta non solo nelle pure questioni politiche – che nel romanzo sono solo accennate – quanto nella cultura popolare italiana. La nascita della Costituzione, il suffragio universale e la discussione sulle elezioni, ma anche la prima macchina acquistata e la prima televisione arrivata in paese, punto catalizzante di una comunità che si riunisce per guardare la finale del Festival di Sanremo. È indubbio che una scena del genere richiami alla mente dei più anziani speciali ricordi.

Sono questi i dettagli che descrivono tanto bene il contatto sempre più frequente tra interno ed esterno: è la comunità che si sente parte di un tutto molto più grande, un insieme di persone che vuole partecipare alla vita della sua città, anche in quella parte più frivola. Attraverso questi elementi si delinea una storia che non è solo di un paese, ma di ogni piccola realtà che cerca di emanciparsi per entrare attivamente in contatto con la storia.

I protagonisti sono altrettanto dinamici e, proprio come il Casette D’Ete, si lasciano influenzare e a loro volta influenzano. L’elemento proveniente dall’esterno in questo caso è il boom economico, la percezione dell’inizio di una nuova era. La moda, in questo, ha un ruolo centrale: non si parla più solo di produzione di scarpe, parte della piccola realtà di paese, ma si fa strada nelle menti dei protagonisti un fine artistico per le loro creazioni, una voglia di fare successo che tanto continua ad animarci; l’ambizione di cambiare la realtà, il desiderio di non accontentarsi, la ricerca del di più. Affascinante la descrizione minuziosa della fabbricazione di una scarpa, uno spaccato di quel “come si faceva una volta” che non abbiamo occasione di vedere spesso.

In foto, la blogger, giornalista e scrittrice Giulia Ciarapica. Nel 2018 ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché (Cesati)

In foto, la blogger, giornalista e scrittrice Giulia Ciarapica, autrice di Una volta è abbastanza

Le protagoniste principali, il vero fulcro del romanzo oltre il paese, sono due sorelle, Giuliana e Annetta: due personalità inconciliabili impegnate in un’eterna lotta fra di loro. Annetta è anticonformista nel senso più puro del termine: è appariscente e sa di esserlo, desidera esserlo e ne gode; è insofferente a qualsiasi tipo di regola e, per questa ragione, non se ne impone. Sfacciata, come le più note femmes fatales, non esita a prendersi gioco del cuore dei suoi uomini e, in accordo con il suo carattere, non sente nemmeno di doversi giustificare; è convinta che la ragione delle sue azioni debba provenire da lei stessa. La sua fermezza la porterà a rifiutare ogni tipo di colloquio con la sorella nonostante la consapevolezza di essere nel torto.


Giulia Ciarapica scrive un romanzo in cui Storia e storia si intrecciano; si sofferma sulla vita domestica ma anche sulla vita sociale; dà spazio tanto all’interiorità dei personaggi quanto alla loro esteriorità.


Giuliana è l’opposto: «Acerba e inesperta», non ostenta la stessa noncurante sicurezza della sorella e anzi, non ostenta nessuna sicurezza. È una fanciulla che scopre gli sconvolgimenti emotivi legati all’amore e soppesa con rigore ogni avvenimento che le accade; non accetta mai l’immobilità e cerca sempre un’evoluzione, anche minima. Una sfuriata contro il marito che la tradisce, in un’epoca in cui era doveroso subire; una necessità di cambiamento che si manifesta in uno spontaneo «C’hai la serva, tu!». Nonostante le differenze, entrambe hanno il desiderio di emanciparsi e di contribuire all’emancipazione, pentendosi – o non pentendosi – dei propri errori, esse sono almeno soddisfatte di averli commessi seguendo solo e soltanto il loro istinto. «Ogni sbaglio ha un solo nome, il tuo» è una frase che si riferisce a Giuliana, ma che ben si adatta anche ad Annetta.

Giulia Ciarapica scrive un romanzo in cui Storia e storia si intrecciano; si sofferma sulla vita domestica ma anche sulla vita sociale; dà spazio tanto all’interiorità dei personaggi quanto alla loro esteriorità. Un romanzo riuscito che ha dalla sua parte l’evidente amore della scrittrice per il paese in cui vive. Non si può fare a meno di aspettare il secondo volume e, con esso, un libro anche migliore. Perché leggerlo una sola volta non è abbastanza.


Recensione di Caterina Ziparo.

Una volta è abbastanza: l’intervista a Giulia Ciarapica


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Nasci come book blogger e giornalista culturale: una scrittura che, per forza di cose, è nutrita dalla lettura. Adesso hai pubblicato un primo romanzo: un modo di scrivere e di raccontare molto diverso. Quanto c’è qui dei libri che hai letto?

«Tantissimo. Una persona a me molto cara, che è anche una grande scrittrice, quando ha letto il romanzo mi ha detto: “Non avresti mai potuto scriverlo cinque o sei anni fa, perché questo prodotto è il frutto di tutte le letture che hai consumato nel corso degli anni”. Ha perfettamente ragione: tutto ciò che leggo va a confluire, gioco forza, nella mia penna».

Sempre su questo punto: l’anno scorso ho seguito il tuo intervento al Festival del Giornalismo di Perugia. Tra le cose che mi avevano colpito di più, ricordo la distinzione che avevi fatto tra autori – chi scrive, e scrive anche bene – e scrittori – chi ha scritto un bel po’ e ha una certa posizione nel mondo della letteratura. In questo senso mi piacerebbe sapere, prima ancora degli scrittori, quali sono gli autori che riecheggiano di più nella tua scrittura.

«Bellissima domanda. Faccio però una piccola distinzione tra gli autori che ammiro, stimo e leggo con costanza e gli autori che riecheggiano nella mia scrittura. Partiamo dalla fine. Una delle maggiori fonti di ispirazione è sicuramente Romana Petri, per il modo in cui riesce a raccontare le storie e per la fluidità narrativa, così come Donatella Di Pietrantonio è il mio modello per quanto riguarda lo stile: asciutto, chiaro, limpido, senza sbavature. Detto ciò, io ho una scrittura completamente diversa da quella degli autori che ho citato – ahimé! – ma posso confermare che gli esempi principali sono loro, da seguire e a cui aspirare. Tra gli autori che stimo e leggo costantemente ci sono di sicuro Mario Baudino, Franco Faggiani, Nadia Terranova e Anna Luisa Pignatelli».


 La scrittura è sì talento, ma è anche tanta passione e tanto, tantissimo sacrificio.


In generale che rapporto hai e hai avuto con la scrittura?

«Un rapporto che potrei definire totalizzante. C’è stato un momento – mentre scrivevo il romanzo – in cui mi sono detta proprio “Io non so fare altro nella vita, non voglio fare altro, voglio solo scrivere”. Ma non l’ho pensato come un sogno da realizzare, l’ho sentita proprio come una necessità. Voglio continuare a mettermi alla prova, studiare, imparare, allenarmi – ché la scrittura è sì talento, ma è anche tanta passione e tanto, tantissimo sacrificio».

Si tratta del primo libro di una serie: una scelta insolita per un esordio, soprattutto parlando di romanzi storici. Come mai?

«Il progetto della trilogia è nato per caso. Volevo raccontare questa storia, focalizzarmi sulla famiglia, sul mio territorio, le Marche (di cui si parla sempre pochissimo) e sulla nascita dei primi veri calzaturifici, ma poi chiacchierando con l’editore è saltata fuori l’idea della trilogia. Avrei avuto più spazio per raccontare un passato che molti ancora oggi ignorano».

In foto, Giulia Ciarapica durante una conferenza al Festival del Giornalismo di Perugia. © Guendalina Ferri per Parte del discorso

In foto, Giulia Ciarapica (al centro) durante una conferenza al Festival del Giornalismo di Perugia © Guendalina Ferri

Ecco, Una volta è abbastanza è la storia di una famiglia – la tua, nello specifico. Alla difficoltà di ricostruire un preciso periodo storico si affianca anche la delicatezza del dover raccontare i pensieri e le storie di persone così vicine a te. Come hai lavorato a quest’opera di “ricostruzione”, in tutti i sensi?

«Non è stato sempre facile, lo ammetto. Più per una questione emotiva che per una questione pratica. Non ho conosciuto tutte le persone di cui ho parlato ma ho vissuto gomito a gomito con i miei nonni per quasi venticinque anni della mia vita; parlavo molto con loro, lasciavo che mi raccontassero aneddoti e storie così lontani nel tempo ma così sentimentalmente vicini. Ho fatto tesoro di tutto ciò che mi veniva detto e questo romanzo è il frutto dei loro ricordi, di quanto hanno saputo trasmettermi. La difficoltà più grande, per me, è stata quella di fare i conti con la morte – anzi, con la consapevolezza della loro morte, proprio mentre scrivevo: gli stavo dando nuova vita, ma questo significava che non li avrei rivisti mai più. Forse, fino a quel momento, non ne ero pienamente convinta».

Di solito sei tu a commentare e analizzare i libri degli altri. Il pensiero che qualcun altro avrebbe fatto lo stesso col tuo romanzo – conoscendo già il mondo del giornalismo culturale e del book blogging, le critiche che vengono mosse più frequentemente e gli standard che ci sono – ti ha frenata o ti ha aiutata nella stesura di Una volta è abbastanza?

«Francamente? Non ci ho pensato per niente mentre lo scrivevo. Pensavo solo al fatto che dovevo “liberarmi” di certi sentimenti, di certe emozioni, avevo urgenza di scrivere e di raccontare, di vedere cosa ne sarebbe saltato fuori. Difficilmente mi lascio condizionare dal pensiero altrui, nel lavoro come nella vita in generale, e sono pronta a tutto. Non è forse questo il bello di mettersi in gioco? Adesso che ci siamo, balliamo un po’».


Intervista di Guendalina Ferri.

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