Cosa vi siete persi del primo giorno del MI AMI 2019

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La locandina del MI AMI 2019

La locandina del MI AMI 2019

Non dirmelo, lo so, non si dovrebbe iniziare parlando del tempo, però il primo dato che condivido è che la serata di apertura del MI AMI è segnata da un clima primaverile, nessuna pioggia e un popolo di ragazzi comunque attrezzato a qualsiasi clima che riempie il parco dell’idroscalo. Una specie di Woodstock di gente organizzata – e non va detto non solo di noi che avevamo il k-way nello zaino, ma dell’organizzazione che aveva iniziato a istruirci su come muoversi fuori prima.

Immagina un parco grande, immenso, dove confluisce un fiume in piena di ragazzi che arriva da ogni luogo; ovunque sorgono palchi e chioschi e ovunque c’è musica. Sa di stagione calda, un’oasi in una notte di mezza estate, dove può succedere di tutto; c’è musica bella, artisti inattesi e tendenzialmente anche incontri inaspettati.


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Ma procediamo con calma. Il pomeriggio si apre alle cinque con Fadi, però intanto ci sono i we reading con Eugenio in via di gioia. Verso le sette la folla si fa più consistente: sul palco Jowae c’è Fulminacci, seguito da Dutch Nazari, il rapper gentile che suona l’ultimo album, Ce lo chiede l’Europa, davanti a un popolo che dal palco o dalla collinetta canta con lui: come un coro che chiede con lui una realtà diversa. Politicamente scorretto, se vuoi, ma ancora una volta restituisce la sensazione che questo sia un ambiente libero, dove si possono esprimere liberamente le proprie opinioni. A proposito di politica, alle 21:00 interviene Emma Bonino. Qualcuno aveva chiesto a Carlo Pastore, direttore del festival, se la scelta non fosse un po’ azzardata. «Conviene sentire cosa dice prima di giudicare, ma capisco che sia una cosa così forte e inconsueta da creare opinioni divisive». È proprio lui a introdurla, citando Sandro Pertini che la definiva “il modello di Montecitorio”. In contemporanea ci sono gli Eugenio via di gioia, entusiasti di un pubblico che ormai riempie lo spazio davanti al parco Jowae del calore con cui vengono accolti: «Ce ne sono più qui che dalla Bonino, abbiamo vinto noi». Poi lui, Eugenio, coinvolge chi sta ai lati e chi davanti, ci fa cantare, scherza molto, rispiega come è nato il nome (unione dei diversi cognomi), svolge un cubo di Rubik mentre suona una canzone… Non ci sono dubbi sulla corrispondenza di affetti tra palco e pubblico stasera.

 

 

 

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Io avevo varcato la soglia del Magnolia con un’unica, grande incombenza: fare più reportage possibili per Parte del discorso su Instagram. Ho scritto proprio in-com-ben-za perché per etica personale ai concerti terrei il cellulare in borsa. Però si sa che amor vincit omnia (tra l’altro il titolo di questa edizione) e quindi per amor salgo sulla collinetta super spavalda e convinta (io).

Proprio in quel momento ho il primo incontro-scontro del mio piano della serata con la vita (il secondo sarà scoprire che non va quella funzione dell’app MI AMI che avrebbe permesso di comprare i gettoni senza passare dalla cassa): Internet non prende. Se avete seguito le stories di Parte del discorso chiedendovi perché mai sembrassero scattate da un fotografo amatoriale, io vi capisco: sappiate che ero io, senza connessione e senza esperienza ma con tanta voglia di farvi vedere lo stesso cosa stava succedendo.

 

 

 

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Ore dieci meno dieci, il programma segna i Coma_Cose: andarli a sentire richiede perlomeno coraggio, perché lo spazio davanti al palco nome è pieno, non si riesce a entrare. Per darvi l’idea, mentre cerchiamo di arrivare nel prato davanti al parco Tidal, un ragazzo ci chiede se può aggregarsi a noi perché non trova gli altri. Certamente, rispondiamo. Tempo due minuti e già la folla l’ha disperso in una specie di remake trash della scena di Simba con gli gnu versione folla giovane. Ci facciamo largo sgomitando e, mentre aspettiamo che inizi il concerto, notiamo che c’è talmente tanto spazio vitale che possiamo perfettamente seguire il discorso sulla puntata finale di Game of Thrones di chi abbiamo vicino. A., di fianco a me, mi dice qualcosa per ironizzare su questo e tempo due secondi stiamo conversando con le ragazze davanti a noi di questo. In tutto ciò non ho visto nemmeno la sigla di GOT, però ecco, questo è il clima, questo è il senso di una piccola Woodstock che cercavo di spiegare prima. I Coma_Cose, che suoneranno poco dopo, non deludono questa Milano innamorata di loro, viaggiano nel tempo e tra i vari pezzi: da quelli di Hype Aura a singoli meno recenti; con questo stile leggero e queste immagini di Milano che condividono nei loro testi si adattano perfettamente al sentimento del popolo del MI AMI.

 

 

 

 

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Alle undici il grande dilemma: andare a sentire Franco 126 o i FASK? Noi optiamo per i secondi, ignorando che nella prossima ora ci saranno special guest, perché dal primo comparirà Frah Quintale e da noi interverrà Aimone in fase di concerto.

Loro sono coinvolgenti, lui è un animale da palcoscenico. Chiacchiera, scherza, racconta; si scusa se non possono suonare per ore e ore; intermezza le canzoni con delle riflessioni o racconta la storia del gruppo, così finché non decide che devono alzare il volume. «Datemi quel c*zzo di mixer», grida prima di farsi portare dal pubblico, tante mani che lo spostano come un’onda da una parte all’altra del prato per parlare con i tecnici. Discute, sale sulla tenda, torna indietro. «Mi hanno mandato affanc*lo, dicono che poi vanno nei casini. Sapete che vi dico? Rischiamolo questo arresto». Chiama il pubblico amici, rega’, interrompe il discorso finale per scendere tra la folla al grido di «Vengo a corre ‘n po’ con voi». Il MI AMI in visibilio.

 

 

 

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Citavo altri special guest perché in collinetta a mezzanotte compare Frah Quintale e, dove suona Giorgio Poi, interviene Calcutta (questo, ci dicevamo quando si è diffusa la notizia, significa che potremmo beccarlo a qualche altro concerto. Non è successo ma è stato bello illuderci). Segue il debutto di Massimo Pericolo, assolutamente rozzo come preventivato ma bravissimo a coinvolgere il pubblico: tornerà poi sul palco assieme a Ketama.


È qui, in questa musica che accompagna i testi, in questi suoni nuovi, poco convenzionali e per cui forse i media tradizionali non sono pronti che pulsa il cuore della nostra generazione.


Gli artisti che chiudono la serata sono: all’una e dieci Sxrrxwland, un’oretta dopo Fuera e quindi Capibara. Nessuno di loro trova un pubblico passivo né con poca voglia di seguirli: davvero sembra di trovarsi in una dimensione a parte, che va oltre lo spazio, il tempo, il meteo, le regole stereotipate per raggiungere la notorietà. Questi sono ragazzi che si esibiscono per altri ragazzi, formando una comunità unica.

Il bilancio del primo giorno quindi è assolutamente positivo. Se oggi sei dirett* all’ultima giornata di MI AMI, ricordati di cercare di: fare la fila per la birra una volta sola, comprando in un’unica occasione i gettoni che serviranno per la serata; metterti nello zaino una felpa e qualcosa di impermeabile; non fare troppo affidamento sulla rete (che per certi versi è anche un vantaggio).

Mentre rientro vedo che M. mi ha inoltrato un articolo de Il Sole 24 Ore intitolato Altro che Sanremo: è il MI AMI il vero festival della musica italiana. È così: è qui, in questa musica che accompagna i testi, in questi suoni nuovi, poco convenzionali e per cui forse i media tradizionali non sono pronti che pulsa il cuore della nostra generazione. L’Idroscalo di Milano diventa in questi giorni una sorta di isola che non c’è dove riunire i suoni, i gusti, i volti di un’Italia giovane e interessata. Però, a differenza di quella del libro, esiste davvero.

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Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

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