Disastri e restauri a regola d'arte. Ciò che vediamo oggi è davvero ciò che fu?

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La cattedrale di Notre-Dame, Parigi. Foto di Milena Vesco

La cattedrale di Notre-Dame, Parigi. Foto di Milena Vesco

Quando avvenne l’incendio di Notre-Dame rimasi sconvolta. Mi lasciai prendere da un dolore al petto per la perdita di un pezzo di storia. Nonostante, per altro, Parigi non sia mai stata per me l’esempio di città ideale. Vi siete mai chiesti sino a che punto si sono spinti i restauri artistici?

Restauri artistici: di cosa parliamo?

L’arte del restauro, qualunque esso sia, è il frutto di discussioni, dibattiti e qualche fallimento. Teorie l’una diversa dall’altra in base alla scuola di pensiero di provenienza finiscono per costituire una guida sacra per gli addetti ai lavori.

Cesare Brandi, colui che realizzò sotto volere di Giulio Carlo Argan il Regio Istituto Centrale del Restauro, è stato un grande punto di riferimento per la teoria del restauro. Brandi era figlio della scuola crociana, una scuola dove la funzione dell’arte in quanto attività teorica era quella di non avere alcuna finalità morale ed educativa.

Costringere l’arte a dei fini precostituiti è immorale. Dunque l’arte diviene il mezzo per elevarsi e purificarsi.

Le regole dei maestri del restauro

In foto, lo storico dell'arte Cesare Brandi

In foto, lo storico dell’arte Cesare Brandi

I motivi per i quali si richiede un restauro sono molteplici. Opere logorate dagli anni, dagli agenti atmosferici, deturpate da vandali. L’umidità, i tarli o perfino le luci. Qualsiasi cosa è potenzialmente un nemico dell’arte. Perfino il restauro stesso.

Reintegrare parti dell’opera significa studiare forma e contenuto dei frammenti superstiti, ipotizzare e studiare l’aggiunta delle parti mancanti senza immaginazione; significa che a distanza ravvicinata si deve poter riconoscere il vecchio dal nuovo e soprattutto deve essere reversibile.

Cesare Brandi spiega dunque chiaramente che il dovere di un restauratore non è quello di cercare in tutti i modi di tornare allo stato originale dell’opera. Fondamentale è ristabilire l’unità potenziale dell’opera d’arte senza cancellare le tracce del passaggio dell’opera nel tempo e senza ricreare un falso storico.

Nelle sue teorie è palese come non sia ben vista la ricollocazione delle opere, qualunque esse siano. L’opera d’arte ha un legame indissolubile con la collocazione stessa. La sola esposizione di una copia in esterno per salvaguardare l’originale equivale alla produzione di un falso storico ed estetico. La protezione dell’opera d’arte nel luogo in cui si trova è fra gli obiettivi più grandi e forse più dispendiosi.

Restauri artistici: qualche esempio

Il Castello di Torre Alfina, frazione di Acquapendente

Il Castello di Torre Alfina, frazione di Acquapendente

Torre Alfina – Recentemente vi ho raccontato del Castello di Torre Alfina e del Bosco del Sasseto. Il castello come lo vediamo oggi sembra uscito da un parco divertimenti di poliestere. Se avrete modo di visitarlo, vi narrerè di una storia di guerre, bombardamenti, abbandoni e gusti estetici discutibili. Torri dimezzate poi fatte rialzare, ali abbattute e poi ricostruite, mura rivestite per non perdere l’originale. Vi invito a fare una semplice ricerca su Google per comprendere al meglio di cosa parlo.

Arco di Tito – L’arco di Tito è uno degli esempi di restauro innovativo del 1800 che possiamo osservare. La famiglia dei Frangipane, incorporandolo nelle mura della sua fortezza, lo salvò da crolli e distruzioni. Nella parte bassa, già da lontano, è possibile riscontrare due marmi diversi. C’è l’evidente confronto fra il vecchio e il nuovo, un’evidenza messa in risalto da Stern e Valadier per volere di papa Pio VII, nel 1823.

Restauro nella Basilica di San Francesco d'Assisi

Restauro nella Basilica di San Francesco d’Assisi

Basilica di San Francesco d’Assisi – Con la Basilica la questione si complica. Non è più solo la struttura architettonica, ma tutto il suo interno a esser stato sottoposto a restauro. Nel 1952 la sagrestia principale della Basilica inferiore si incendiò. Non vennero danneggiate opere pittoriche. Con il terremoto del 26 settembre del 1997 la cupola della Basilica cedette e con lei si sgretolarono gli affreschi di Giotto e Cimabue. Persi per sempre opere di inestimabile valore non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto dal punto di vista storico e umano.

Viene riconosciuto come Cantiere dell’utopia, quello di Assisi: 60.000 le ore di lavoro impiegato, circa 80.000 frammenti su una superficie di 80 metri quadrati per la sola vela di San Girolamo. Non ci hanno restituito l’originale ma Brandi parla chiaro: lasciamo che l’opera ci racconti la sua storia.

La cattedrale di Notre-Dame, Parigi. Foto di Milena Vesco

La cattedrale di Notre-Dame, Parigi. Foto di Milena Vesco

Notre-Dame – I lavori di costruzione della più nota cattedrale parigina ebbero inizio nel 1182 per terminare approssimativamente nel 1300. Credete che sino al 15 aprile sia rimasta sempre la stessa? Ebbene, se ogni opera d’arte racconta il suo trascorso, Notre-Dame non è da meno. Sotto il regno di Luigi XIV avvenne il primo restauro che si rivelò piuttosto un capriccio del re. Il pontile con le sculture venne abbattuto, le vetrate del XII e del XII secolo furono sostituite da vetri trasparenti. Un pilastro del portale centrale fu demolito per consentire il passaggio delle carrozze durante le processioni.

Non è finita. Nel 1789, con la Francia che ribolliva di nuove ideologie, nuove libertà e un Terrore dietro l’angolo, Notre-Dame venne saccheggiata e le teste dei ventotto re presenti nella Galleria dei Re troncate di netto. Bisognava abbattere l’ostacolo delle monarchie, certamente, ma in questo caso l’ignoranza del popolo ebbe la meglio. La stirpe non era dei re francesi, quanto piuttosto quella dei re della Giudea e di Israele. Come i romani, i francesi riutilizzano i materiali: il piombo del soffitto fu trasformato in proiettili e il bronzo delle campane venne fuso per farne cannoni.

L’abbandono e la desolazione che gravavano sulla cattedrale erano evidenti nei nidi degli uccelli nelle gallerie, nei vetri rotti lasciati infranti. Nel 1801 Bonaparte, con un concordato con la Santa Sede, restituì un briciolo di onore a questa chiesa oramai sconsacrata. Ripresero così i lavori di restauro di una cattedrale cristiana. Nel 1804, quando tutto sommato i lavori erano a buon punto, Napoleone decise di farvisi incoronare, reputandola in quel momento degna di un Imperatore.

La cattedrale di Notre-Dame, Parigi. Foto di Milena Vesco

La cattedrale di Notre-Dame, Parigi. Foto di Milena Vesco

Hugo fu l’unico a raccontare la sofferenza di una cattedrale e quel cielo grigio polvere che l’appesantiva. A metà dell’Ottocento l’architetto Eugène Viollet-le-Duc venne incaricato di restituire definitivamente gloria a Notre-Dame. Un po’ come fu per la Porta del Paradiso del Battistero di Firenze, dove Brunelleschi e poi il Ghiberti lavorarono. Anche in passato i grandi artisti venivano scelti tramite concorsi.

Viollet-le-Duc aggiunse gli elementi gotici che abbiamo visto crollare convinti appartenessero ad un passato primordiale: la guglia torreggiante, le sculture degli apostoli e dei gargoyle.

Restauri artistici: conclusioni

Per cosa abbiamo pianto, dunque? Per una costruzione di fine Ottocento? Per una Basilica crollata con il terremoto? I motivi per i quali probabilmente dovremmo piangere sono da ricercare nei restauri artistici che generano falsi storici. Nella distruzione volontaria di un passato che può aiutare a costruire il futuro e che invece viene ignorato troppo spesso.

Un’opera d’arte è come un libro. Se la sai leggere, può raccontarti una storia lunga anche duemila anni. Gli stessi restauri sono uno strumento narrativo.

Aggrapparci al mito senza conoscerlo non ci aiuterà a proseguire il nostro viaggio. Notre-Dame ne è stata la dimostrazione, il suo crollo ha mobilitato privati come nemmeno la ricerca sul cancro. Come possiamo migliorare se restiamo ancorati all’immagine che ci siamo creati, ognuno per conto proprio, di quello che ci circonda? Non ci sarebbe un contemporaneo se non ci fosse stato un antico.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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