Torino: per un Salone (non in)differente

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Il Salone Internazionale del Libro di Torino è stato oggetto di polemiche a causa della concessione di uno spazio allo stand della casa editrice Altaforte, dichiaratamente vicina al movimento neofascista CasaPound

Il Salone Internazionale del Libro di Torino è stato oggetto di polemiche a causa della concessione di uno spazio allo stand della casa editrice Altaforte, dichiaratamente vicina al movimento neofascista CasaPound

Negli ultimi giorni si è parlato abbondantemente del Salone del Libro, una delle più importanti manifestazioni italiane nel campo editoriale che si tiene a Torino una volta l’anno. Il programma prevede una corposa agenda di conferenze, spettacoli, presentazioni di libri e iniziative di vario genere. Si tratta quindi di un ambiente variegato e impregnato di cultura che però, quest’anno, ha fatto discutere parecchio.

Le polemiche sono scaturite dalla scelta – perché di scelta si tratta – del Salone di concedere uno stand alla casa editrice Altaforte, dichiaratamente vicina a CasaPound, che si è occupata della pubblicazione del libro-intervista Io Sono Matteo Salvini. La casa editrice appartiene a Francesco Polacchi, 33 anni: imprenditore, coordinatore di CasaPound in Lombardia, pregiudicato, orgogliosamente fascista, tutt’ora sotto processo per violenze. Alla trasmissione radio La zanzara, Polacchi ha recentemente sostenuto che Mussolini sia stato il miglior statista italiano, preoccupandosi anche di sottolineare come l’antifascismo sia il vero male dell’Italia. Non c’è da stupirsi, quindi, che più di una voce si sia alzata per contestare la presenza di uno stand neofascista a una fiera importante come quella del Salone.

Salone di Torino: la reazione delle istituzioni locali

In foto, il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e la sindaca di Torino Chiara Appendino

In foto, il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e la sindaca di Torino Chiara Appendino

A seguito delle pubbliche dichiarazioni di Francesco Polacchi, in contrasto con la decisione del Salone del Libro, il presidente della Regione Sergio Chiamparino e la sindaca di Torino Chiara Appendino hanno inviato un esposto alla Procura della Repubblica, affinché i magistrati possano valutare se sussista o meno il rischio di rilevare il reato di apologia al fascismo (legge Scelba 645 del 1952) e la violazione di quanto disposto dalla legge Mancino 305 del 1993 e, in particolare, dell’articolo 4 che prevede venga punito chi esalta pubblicamente esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo.

L’8 maggio, in serata, è stato reso noto che gli organizzatori dell’evento revocheranno il contratto con Altaforte, il cui editore ha annunciato che, stando così le cose, faranno sicuramente causa al Salone. Ciò che ha fatto cambiare idea agli organizzatori del Salone del Libro è stata la dichiarazione di Halina Birenbaum, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti e ospite dell’evento. La donna e il museo-memoriale di Auschwitz hanno fatto sapere, senza mezzi termini, che avrebbero rinunciato alla fiera in caso di presenza dello stand di Altaforte. Avrebbero inoltre organizzato un incontro al di fuori del Salone.


Altaforte sarebbe dovuta restare, quindi, perché aveva pagato il proprio stand come tutti gli altri. Lo stand della casa editrice è stato in un primo momento addirittura spostato in uno spazio più sicuro, quasi come se fossimo noi i criminali e loro quelli da proteggere.


Ha fatto molto discutere anche la dichiarazione precedentemente rilasciata dal Comitato d’indirizzo del Salone del libro che, definendosi ambasciatore della Costituzione, ha asserito: «Il Salone è luogo istituzionalmente aperto al dibattito e al confronto. Ed è indiscutibile il diritto per chiunque non sia stato condannato per avere propagandato idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, di acquistare uno spazio al Salone e di esporvi i propri libri».

In foto, l'editore di Altaforte Francesco Polacchi

In foto, l’editore di Altaforte Francesco Polacchi

Altaforte sarebbe dovuta restare, quindi, perché aveva pagato il proprio stand come tutti gli altri. Perché la democrazia prevede che ai neofascisti vadano concessi spazio, dialogo, tolleranza. Lo stand della casa editrice è stato in un primo momento addirittura spostato in uno spazio più sicuro, quasi come se fossimo noi i criminali e loro quelli da proteggere. Si sarebbe venuta a creare una situazione pericolosa, per vari motivi: riconoscendo ai neofascisti (i quali fondano, per definizione, la propria ideologia sulla negazione dei diritti di altre persone) il diritto di avere spazi pubblici, se ne legittima la presenza. Se ne legittima l’esistenza. Li si riconosce come propri pari.

Le risposte al Salone dal mondo dell’editoria

Il Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2018

Il Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2018

La notizia della presenza della casa editrice Altaforte al Salone del Libro, che nel suo catalogo espone fiera libri sul Terzo Reich, ha (fortunatamente) lasciato dietro di sé una scia di sprezzante indignazione talmente spessa da creare un divario tra gli stessi amanti dell’editoria. Non si sta parlando soltanto dei lettori, anzi, i primi ad aver preso posizioni diametralmente opposte sono stati proprio gli scrittori e gli editori, uniti da un nemico comune ma separati da risposte del tutto divergenti.

Molti non si sono fatti scoraggiare dall’incombente presenza fascista e hanno caparbiamente deciso di prendere parte all’evento, ripromettendosi di ignorare lo stand della casa editrice in questione e passare avanti, come segno di superiorità, o di resistenza.

In foto, lo scrittore e giornalista Christian Raimo

In foto, lo scrittore e giornalista Christian Raimo

Spicca sicuramente la dichiarazione fatta dal docente e scrittore Christian Raimo, tra i primi a rendere nota la propria posizione: «Andrò al Salone soprattutto per parlare, discutere, anche contestare, e ascoltare. Ogni anno che sono andato al Salone sono tornato un po’ più ricco, quest’anno sono convinto che accadrà ancora di più, forse perché è ancora più evidente che i luoghi della cultura sono anche e molto sempre spazi di crisi e di conflitto, che sono il fondamento di ogni civiltà».

Altri avevano invece ritenuto inconcepibile mettere piede nello stesso luogo di una casa editrice di stampo apertamente neofascista.  Per loro è stata troppo sfacciata la decisione di assegnarle anche un solo centimetro di spazio e hanno preferito restare a casa. Il dilemma, in poche parole, si può riassumere in un solo quesito: boicottare o non boicottare?

Boicottare o no il Salone? La risposta

In foto, la scrittrice Michela Murgia, voce e co-autrice del podcast Morgana

In foto, la scrittrice Michela Murgia

Ogni domanda esige una risposta, giusta o sbagliata che sia. Ma questa volta non esiste una scelta giusta o sbagliata. Invitare le persone a prendere una posizione, ignorando completamente il fatto che il problema qui non sia affatto l’essere d’accordo o meno con delle mere linee editoriali, è rischioso. È sbagliato. Si è completamente perso di vista il fulcro del discorso: la legittimazione del neofascismo.

La scelta di assentarsi dal Salone (come hanno deciso di fare Zerocalcare, Wu Ming e Ginzburg), tanto quanto la scelta di partecipare all’evento proprio per contrastare la presenza dei nuovi fascisti (sull’esempio di Michela Murgia, Evelina Santangelo e Roberto Saviano) è valida e legittima.

In foto, il fumettista Zerocalcare

In foto, il fumettista Zerocalcare

Ognuno deve avere il diritto di sentirsi libero di fare la propria scelta, senza essere considerato un “ragazzino viziato accecato da un’ideologia da seconda liceo”. È assolutamente legittimo boicottare il Salone del libro non presentandosi perché insopportabile sarebbe stata la vista di uno stand neofascista accanto a tutti gli altri, perché inammissibile sarebbe stato permettere a delle idee criminali di inquinare un luogo di scambio, di confronto, di condivisione e di cultura pura. Con il boicottaggio non si protesta soltanto per la presenza della casa editrice Altaforte: l’obiettivo principale è colpire il Salone, l’unico al quale si può attribuire la colpa di aver permesso l’accesso al neofascismo. La società da sola non può arginare certi fenomeni se per prime non lo fanno le istituzioni.


Non c’è un modo giusto o sbagliato per fare rivoluzione, l’importante è che si faccia.


C’è stato chi, nonostante ritenesse oltraggiosa la presenza dell’editore Polacchi all’evento, aveva deciso di protestare sul campo di battaglia. Sarebbe potuta sembrare una scelta incoerente, che però è stata giustificata da una semplice domanda posta dalla Murgia sui social: «Se i fascisti mettono un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere?».

Manifestanti antifascisti con lo slogan «Il fascismo non passerà»

Manifestanti antifascisti con lo slogan «Il fascismo non passerà»

Questo è quindi uno di quei casi in cui a una domanda è sufficiente rispondere con un’altra domanda. Chi condivide il pensiero della scrittrice vuole affermare di non essere l’estraneo, di non essere l’intruso, ma di avere il pieno diritto a prendere parte a un evento del genere. Non come l’Altaforte, che si è difeso dietro lo scudo della libertà d’espressione, quella stessa libertà che certi predecessori hanno storicamente negato.

La cultura si basa sullo scambio di opinioni e di idee. Il fascismo non è né un’opinione né un’idea. Quindi un prodotto che si propone di diffondere e difendere l’ideologia politica fascista non è cultura, ma reato. Un reato va contrastato, in qualsiasi modo: boicottaggio o non boicottaggio, assenza o presenza, con la testa o con il cuore. Non c’è un modo giusto o sbagliato per fare rivoluzione, l’importante è che si faccia. Tenete sempre a mente che non molto tempo fa i fascisti li bruciavano, i libri.


Scritto da Alessia Baldi e Melissa Vitiello.

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