Donne col pene e TERF: non esiste un femminismo escludente

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L'attivista trans Sylvia Rivera durante il 25esimo anniversario dei moti di Stonewall (il 26 giugno 1994) a New York (AP Photo/Justin Sutcliffe)

L’attivista trans Sylvia Rivera durante il 25esimo anniversario dei moti di Stonewall (il 26 giugno 1994) a New York (AP Photo/Justin Sutcliffe)

L’unico caso in cui ritenere accettabile l’espressione “donna con le palle” è quello del significato letterale. Mi riferisco alle donne trans, naturalmente. Donne nate con caratteristiche biologiche maschili. Loro sono le prime protagoniste del titolo.

È più complicato spiegare le seconde. Cosa vuol dire TERF? È un acronimo che sta per “trans-exclusionary radical feminism”, cioè femminismo radicale trans-escludente. Le argomentazioni portate avanti dalle TERF si rifanno a un certo “femminismo” separatista nato nel corso della seconda ondata che separa binariamente il mondo in biologicamente femmina e biologicamente maschio. A quest’ultima parte di mondo è attribuita la colpa o il peccato originale di possedere il famigerato fallo predatorio e sulla base di questo le TERF identificano una sola e unica essenza di vera donna: quella della vagina e dei cromosomi XX.


Raymond scrive che le donne trans hanno vissuto nel privilegio maschile prima della transizione, rafforzano gli stereotipi di genere e, come se non bastasse, il solo possesso del pene le rende potenziali “stupratori” delle “vere donne”.


Le posizioni trans-escludenti sono esplicitate in una letteratura TERF che ha goduto anche di un discreto successo. Nel 1979, la radicale Janice Raymond scrive il libro The Transsexual Empire: The Making of the She-Male: un condensato di transfobia già dal titolo, che contiene il dispregiativo she-male. Qui la Raymond scrive che le donne trans hanno vissuto nel privilegio maschile prima della transizione, rafforzano gli stereotipi di genere perché si adeguano a una visione maschile della donna e, come se non bastasse, il solo possesso del pene le rende potenziali “stupratori” delle vere donne. È importante notare che ancora adesso leader TERF come Cathy Brennan sostengono queste identiche posizioni.

Nel 1999, in The Whole Woman, Germaine Greer, giornalista di Melbourne, scrive che le donne trans non sono altro che uomini mutilati e le accusa di vedere la femminilità non come un altro sesso ma come una non-sessualità. Nella stessa città, la professoressa di scienze politiche Sheila Jeffreys scrive che la transessualità è mutilazione di corpi sani sottoposti a trattamenti rischiosi che tolgono dignità alla purezza del corpo naturale.

Il TERF non è femminismo – e non discrimina solo le donne trans

In foto, l'attrice transgender Candy Darling, nota soprattutto per aver recitato in due film diretti da Andy Warhol. Lou Reed dei Velvet Underground le ha dedicato i brani Candy Says e Walk on the Wild Side

In foto, l’attrice transgender Candy Darling, nota soprattutto per aver recitato in due film diretti da Andy Warhol. Lou Reed dei Velvet Underground le ha dedicato i brani Candy Says e Walk on the Wild Side

In questo ammasso di transfobia, la cosa che più dovrebbe far rizzare i capelli a qualsiasi femminista è l’associazione che Janice Raymond fa tra il pene e lo stupro. Attribuire la causa dello stupro a un fattore biologico è la posizione più maschilista e patriarcale che ci possa essere. Non è forse la stessa posizione di chi usa il sesso biologico per giustificare i comportamenti più inammissibili? “L’uomo è cacciatore”, “È stato provocato”, “Non ha saputo resistere”, “Lo sai come sono fatti i maschi”.

Una delle tante lotte del femminismo è far capire che no, non sono i maschi a essere fatti così, è l’educazione che riceviamo a essere sbagliata. Lo stupro non è causato da nessun fattore biologico, le uniche responsabili sono la cultura dello stupro e la costruzione di ruoli di genere in una società patriarcale.


L’intolleranza delle TERF si rivolge anche agli uomini trans, alle sex worker, alla donne sottomesse nelle pratiche BDSM e a quasi tutti gli uomini femministi.


Insomma, difficilmente riesco a immaginare una posizione più anti-femminista di quella delle TERF, che già mi fanno venire prurito al pensiero che nel loro acronimo sia compresa una parola così bella e importante, “femminismo”, e così immeritata da questa piaga sociale pene-fobica.

E mentre da un lato la pene-fobia delle TERF allontana le donne trans, dall’altro lato l’odio di queste persone si rivolge ad altri, numerosi, gruppi demografici. L’intolleranza delle TERF si rivolge infatti anche agli uomini trans, in quanto considerati traditori del genere femminile, alle sex worker (da cui nasce l’acronimo SWERF, sex worker exclusionary radical feminism), alla donne sottomesse nelle pratiche BDSM, perché integrate in un’immagine patriarcale della donna, e a quasi tutti gli uomini femministi.

TERF contro l’intersezionalità: il femminismo è di tutt*

In foto, Raffi Freedman-Gurspan, la prima persona trans a lavorare nella Casa Bianca

In foto, Raffi Freedman-Gurspan, la prima persona trans a lavorare nella Casa Bianca

Emerge che ciò che veramente le TERF non riescono a capire sia sostanzialmente l’intersezionalità del femminismo: la lotta per la parità riguarda tutt*. Siamo nel 2019, non possiamo parlare di femminismo escludendo qualcuno perché tutt*, anche le categorie più privilegiate, sono in qualche modo oppress*. I ruoli di genere sono gabbie anche per gli uomini e l’imposizione del binarismo è violenza di genere, perché impedisce alle persone di auto-determinarsi come individui, costruendo per loro incasellamenti prestabiliti di aspettative basate sul genere attribuito. In altre parole: liberiamoci una buona volta di queste idee stereotipiche di mascolinità e femminilità in cui siamo intrappolati.

Il femminismo intersezionale, l’unico di cui ha senso parlare oggi, si occupa di questo e di altro ancora, perché combatte non solo, come agli albori, il suffragio femminile, né solo la violenza maschile sulle donne, ma combatte contro ogni tipo di discriminazione. Prima della terza ondata, il femminismo si concentrava soprattutto sui problemi delle donne cis-genere bianche di classe media. Dagli anni ‘90 sono state prese in considerazione tutte le minoranze etniche, religiose, di classe sociale, fino a includere tutte le persone che non rientrano nella norma dominante o che vivono situazioni di marginalità come migranti, persone senza dimora, persone con disabilità.

Insomma, il femminismo intersezionale da un lato ci chiede di combattere anche le battaglie che non hanno effetti diretti sulla nostra pelle, dall’altro ci ricorda che riguarda ciascuno di noi. Quindi, se vi raccontano che il femminismo esclude qualcuno, semplicemente non credeteci.

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in Sicilia. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e adesso studia Comunicazione a Bologna. Potrebbe ottenere il Guinness World Record per il maggior numero di collant sfilati, ma il suo obiettivo principale è diventare ogni giorno se stessa.

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