The Leading Guy: ci definisce solo ciò che amiamo

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In foto, il cantante Simone Zampieri, in arte The Leading Guy

In foto, il cantante Simone Zampieri, in arte The Leading Guy

«And he had moved on to God knows where». Così come quest’intervista, anche l’esperienza di Simone Zampieri inizia con queste parole tratte da The Leading Guy di Micah P. Hinson: era la canzone fissa durante la sua ricerca di un soprannome, quindi perché non renderla l’inizio di tutto?

The Leading Guy ha oggi all’attivo un numero non rintracciabile di concerti in diverse nazioni; aperture di artisti come Jack Savoretti, 2Cellos, Jake Bugg ed Elisa; un singolo che accompagna la campagna mondiale del profumo Davidoff; due album, l’ultimo dei quali targato Sony e prodotto da Taketo Gohara – produttore, tra gli altri, di Vinicio Capossela, Brunori Sas, Elisa e Francesco Motta – e tanti altri motivi per cui tirarsela, che però non menzionerà per tutta la durata della conversazione.

Il tono è piuttosto quello di qualcuno con cui ti trovi a parlare dopo un concerto, come se non fosse nel pieno di un mese fittissimo e non avesse appena aperto il tour di Elisa dopo aver partecipato a un progetto del calibro di Faber Nostrum, l’album tributo a De André, uscito lo scorso 26 aprile.

Molti ascoltatori italiani ti stanno scoprendo grazie alla tua versione di Se ti tagliassero a pezzetti, dove per la prima volta ti sentiamo cantare in italiano. Hai scelto tu di interpretarla?

«Sì, avevamo massima libertà e l’ho scelta perché, tra le molte provate, era quella che riuscivo a cantare sentendomi più me».

Come è stato riadattarla?

«Volevo evitare di imitare de André, che è inimitabile. C’era bisogno però di farla a modo mio, così ho deciso di riarrangiarla in chiave più internazionale e di renderla più aggressiva, pur rispettando la canzone autentica».

Una scelta forte, che qualcuno ha contestato.

«Ti dirò, ho ricevuto delle critiche ma alla maggior parte è piaciuto. Pensa anche solo all’incipit: “Se ti tagliassero a pezzetti”. Non è una canzone dolce, non c’è niente di positivo in questa frase. È forte, quasi arrabbiata; ha un arrangiamento sognante ma un timbro di voce sostenuto. Dori Ghezzi, che ho conosciuto quando siamo stati a Radio Uno, mi ha detto: “Hai capito il senso della canzone e l’hai resa più carica”».

A volte, quando è un “grande” a cantare la canzone, hai la sensazione che al centro ci sia l’interprete: qui invece avete messo al centro la canzone.

«Quando ero in studio dovevo fingere che quel brano non fosse suo per non farmi spaventare dal peso emotivo di quello che stavamo facendo. Credo che a ogni artista che abbia partecipato a Faber Nostrum, al di là dei gusti personali (il risultato può piacere o non piacere), vada riconosciuto il significato di questo lavoro: erano tutti artisti giovani, che si sono confrontati con qualcuno di così grande avvicinandolo a un’alta generazione. Il fatto che oggi ci siano ragazzi anche online che discutono dell’album o addirittura lo insultano – come è successo – non toglie il risultato: sono ragazzi di 20 anni che ascoltano de André. Al di là dei gusti personali, Faber Nostrum ha già vinto».

La cover dell'album Twelve Letters, di The Leading Guy

La cover dell’album Twelve Letters, di The Leading Guy

Passiamo a Twelve Letters, il tuo album uscito il 3 maggio. Dodici “lettere” molto diverse fra loro, che cambiano registro stilistico e tono a seconda del destinatario, pur mantenendo la costante del pop-folk con incursioni nel rock. Alcune, come Times o Oh Brother, mi davano l’idea di riflessioni che nascono in un momento di malinconia. Come nascono?

«Times è particolare perché è una canzone d’amore dedicata alla musica. Inizia dicendo: “These could be my wasted years, but I’ll never give up”. Lavorare con la musica, scrivere e conviverci non è semplice, ma io posso e voglio fare solo questo. In questo disco non tutte le canzoni partono da una grossa riflessione, ma tutte quelle che vogliono sviluppare un discorso vanno in una direzione di riscatto. In passato ero più catastrofico: il mio primo album, Memorandum, era molto diverso. Qui ogni canzone apre a un tono di speranza, la stessa scaletta del disco è segnata in questo senso, parte da Black e prosegue verso un tono di positività».

Non solo ascoltando la musica ma anche leggendo i testi è chiaro che hai uno stile poco pop e poco italiano. Con questo mi riferisco a contenuti intrisi di ottimismo e tendenzialmente spensierati.

«Per me le canzoni devono dire qualcosa, a prescindere da come vengono recepite. Il folk è narrare qualcosa. Il testo è il 50% della canzone e questo significa, a volte, toccare argomenti difficili: ogni volta che scrivo voglio qualcosa che risponda a ciò che voglio comunicare, che rimanga valido per me anche riascoltandolo tra qualche anno. Magari non è una canzone leggera ma se la apprezzo, poi la ascolto tutta la vita. Non avrò il successo immediato, ma la coscienza pulita sì».

Com’è stato incidere Twelve Letters? Ci sono stati imprevisti?

«Sì. Ogni canzone, quando sono arrivato da Gohara, era composta da chitarra e voce. Ci siamo chiesti: “Ora cosa facciamo, come possiamo esprimerle al meglio?”. Non volevamo stabilire un “tipo” per il disco. Per ogni canzone ci siamo chiesti quale fosse il vestito migliore; è stato un continuo work in progress. Per questo abbiamo canzoni così varie in un unico album».

Infatti si passa da Black a Brother, per finire con Times.

«Sono tre capitoli totalmente diversi, è stato un bello stupirsi. Lo stesso Times è stata una sorpresa nata mentre era in corso la registrazione di un’altra canzone: avevo la chitarra in mano ed è nato questo giro; ho scritto il testo e l’abbiamo registrata. Twelve Letters è stato un cantiere aperto per lungo tempo».

Probabilmente la stavi elaborando e aspettava solo il momento giusto per emergere.

«Assolutamente. Poi sai, i tempi di registrazione sono abbastanza lunghi e ti trovi facilmente una chitarra in mano. È successo anche ad altri artisti, come Noel Gallagher con Supersonic. Non credo molto alla spiritualità del cantautore, credo ci sia molto lavoro dietro, ma certe canzoni arrivano quando meno te le aspetti: componi una melodia e ti viene in mente, non sai da dove».

Ho notato che spesso le canzoni sono legate a un luogo, non necessariamente reale ma abbastanza concreto. Come in Behind the yellow field, dove c’è la campagna e il silenzio; così anche in Black.

«Behind the yellow field era molto personale, c’erano situazioni vissute ed è una differenza molto importante. Black invece è un non-luogo, uno scenario post-apocalittico che potrebbe realizzarsi ovunque, soprattutto se pensiamo a molte situazioni di oggi, anche solo in campo ambientale. Esprime il desiderio di trovare un posto pulito, sano; non luoghi specifici, non solo fisici ma anche interiori, che ti possano salvare».

E tu di che posto sei? 

«Per carattere, cerco di creare zone in cui sto bene molto differenti tra loro. Per esempio ora sono in tour un mese, ogni giorno ci spostiamo e adoro questo tipo di vita. Contemporaneamente, però, so che quando arriverò a casa troverò la mia isola e sono felice che ci siano entrambe le componenti. Non c’è un luogo che mi definisca veramente; ho vissuto in posti diversi, mi muovo spesso; le mie radici sono a Trieste, penso sia importante sapere da dove arriva un artista».

Però senza che il luogo possa rinchiuderti.

«Sono molto trasversale su questo. Spesso mi chiedono perché canto in inglese: uno dei motivi è che mi permette di non avere confini. Ho la possibilità, come è successo lo scorso inverno, di suonare in Inghilterra con Jake Bugg o in Spagna o in Germania. Questo è un genere che può andare in tutto il mondo ed è una fortuna. Magari cantando in italiano qui sarei più popolare e avrei dei vantaggi, ma non è quello che cerco. Non sono in pochi a chiedermi di cantare in italiano e, nonostante io viva di musica, ho la fortuna di avere dei compromessi a cui tengo: non mi metterei a cantare in italiano per vendere di più, ma al massimo lo farei perché in quel momento voglio farlo, se mi permettesse di esprimermi».

Mi viene in mente che i bambini imparano la lingua del posto in cui nascono; tu hai iniziato questa esperienza in un paese anglofono.

«Sì, esatto. Io sono nato in Italia ma the Leading Guy, come progetto, è nato in Irlanda: è lì che ho iniziato a scrivere e a sentirmi bene con quel senso melodico. Canto in inglese perché ho iniziato lì, perché è totalmente diverso a livello di metrica e feeling, perché il 90% della musica che ascolto è inglese. Non solo la lingua ma anche la musica, è importante sottolineare questo».


L’inglese è una scelta stilistica: cambiare lingua significa cambiare stile. Se ti tagliassero a pezzetti è fatta così perché io sono quello: se senti l’arrangiamento, il brano richiama le canzoni inglesi per come “rotola”.


Pensavo al folk, alle differenze tra quello italiano e quello internazionale: non sono la stessa cosa.

«In Italia potremmo prendere come esempio De Gregori sulle orme di Dylan. I suoni di De André o di altri non li associamo al folk americano o inglese, ma lo pensiamo come cantautorato italiano. Cambiano gli strumenti, la lunghezza delle frasi, c’è un principio diverso».

Con queste premesse si capisce ancora di più come il tuo stile si leghi alla scelta della lingua inglese.

«Se tu mettessi una voce in italiano nei miei dischi, anche rifacendo le canzoni, suonerebbero in modo diverso. L’inglese è una scelta stilistica: cambiare lingua significa cambiare stile. Se ti tagliassero a pezzetti è fatta così perché io sono quello: se senti l’arrangiamento, il brano richiama le canzoni inglesi per come “rotola”. Con una velocità lievemente diversa e con dei suoni che abbiamo aggiunto noi, coinvolgendo i musicisti di Twelve Letters, ha acquisito un sound molto più internazionale. Forse questo è stato l’ostacolo che ha fatto sì che a qualcuno non piacesse, ma sai, quando hai l’assenso di Dori Ghezzi le critiche hanno un peso diverso».


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Concludo chiedendogli i prossimi impegni del mese: l’Instore Tour – il 25 maggio alla Discoteca Laziale di Roma e il 31 maggio alla Feltrinelli di Trieste  durante il quale racconterà al pubblico le sue dodici lettere e ne suonerà alcune in voce e chitarra.

Seguendo la canzone di Hinson: “And he had moved on to God knows where / And he had moved on none of us care”. Non possiamo sapere cosa questi versi significhino per qualcuno che ha amato così tanto questa canzone da renderlo il suo inizio. A me, però, dopo questa conversazione, viene in mente che restare vuol dire anche rischiare di perderci qualcosa; che scegliere la soluzione meno sconvolgente può portarci a non scoprire mai cosa potremmo diventare; che l’unico modo per sapere questo è lasciarci sconvolgere da ciò che ci incendia, essere pronti a partire.

The Leading Guy non potrebbe essere un artista nazionale, limitato da definizioni, etichette o persino da una scelta linguistica. Lo rivela questa chiacchierata ma ancora, di più lo rivelano i suoi testi, la sua musica, mai uguale a se stessa, in continua evoluzione. Non racchiusa in una scelta comoda ma sempre alla ricerca di qualcosa che manca, qualcosa che completi la fase. Come ogni tipo di musica che segna la storia. Come gocce di splendore, di verità.

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Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

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