Anoressia: perché prevenire quando si può far finta di curare

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M. si racconta e prosegue senza sosta arrivando allo stesso identico punto di sempre: privarsi perché non si è mai accettati

M. si racconta e prosegue senza sosta arrivando allo stesso identico punto di sempre: privarsi perché non si è mai accettati

A molti sarà capitato di non sentire la fame durante un periodo di nervosismo, durante gli esami, durante l’elaborazione di un lutto qualunque e molti, probabilmente, dopo quel lasso di tempo, si saranno ripresi, saranno usciti e avranno mangiato una pizza o un gelato con gli amici. Poi ci sono quelli come me, che provano gusto e soddisfazione nella privazione; che sono maniacalmente soddisfatti nel vedere il collo del piede più ossuto, l’anca farsi avanti a sfregare sul bordo del pantalone. Non c’è un vano tentativo di essere magri, asciutti e longilinei: c’è piuttosto come fine ultimo quello di sentirsi annullati, come ci si è sentiti per tutto quel tempo. Si ha finalmente la possibilità di sentirsi una nullità. Se sei pelle e ossa, se occupi meno spazio, forse fa meno male essere invisibile.

«A me è sempre stato detto di essere troppo in carne. Sono sempre state fatte battute, sono sempre stata guardata in un certo modo. Se non erano le gambe era il sedere, se non era il sedere erano le braccia, se non erano le braccia era la pancia. Con una dieta avevo perso otto chili, ero magrissima e mi piaceva che gli altri me lo ripetessero, come se fosse un complimento. Anche oggi non posso che considerarlo un complimento, un qualcosa in più. Eppure non ero felice, continuavo a vedermi bruttissima, continuavo a voler perdere peso».

M. si racconta, racconta quello di cui parlavo io, un continuo non essere mai abbastanza, e prosegue senza sosta arrivando allo stesso identico punto di sempre: privarsi perché non si è mai accettati.

Sono terrorizzata dal prendere peso: ogni volta che esco con qualcuno calcolo attentamente cosa mangerò o prenderò da bere, se si prospetta un menù inevitabilmente pesante mi ammazzo di sport prima di uscire

Sono terrorizzata dal prendere peso: ogni volta che esco con qualcuno calcolo attentamente cosa mangerò o prenderò da bere, se si prospetta un menù inevitabilmente pesante mi ammazzo di sport prima di uscire

«Sono terrorizzata dal prendere peso: ogni volta che esco con qualcuno calcolo attentamente cosa mangerò o prenderò da bere, se si prospetta un menù inevitabilmente pesante mi ammazzo di sport prima di uscire. Ogni grammo in più sulla bilancia è un fallimento, ogni volta che mi guardo allo specchio e noto la cellulite ricomincio a sentirmi come niente più che un progetto che devo costantemente migliorare, non si sa fino a quando, non si sa fino a che punto. Sono sempre scontenta, ho sempre paura, a volte non posso fare a meno di desiderare che le persone mi dicano di essere preoccupate da quanto io stia dimagrendo. Vorrei arrivare a quel punto. Cerco di condurre uno stile di vita semplicemente sano ma non mi basta mai. Continuano le privazioni, le ansie, l’infelicità. Spesso mi chiedo perché chi non è come me riesce a essere felice e soprattutto perché, una volta dimagrita, le cose non vanno magicamente meglio; perché non piaccio a più persone».

Mi ricordo quella volta in cui, al parco giochi, avevo un pantalone arancione della Benetton: anche da piccola ero di buona forchetta evidentemente, perché in quell’occasione, davanti all’uccelliera, mio padre mi disse carinamente che quel bottone, con uno starnuto, sarebbe esploso. All’asilo l’altra amichetta aveva detto di aver portato solo due merende, ma noi eravamo tre. Mi disse che non pensava sarei venuta.


La colpa è di chi permette a certe persone di fare del male; di chi non si mette nella condizione di crescere futuri adulti consapevoli del male che fanno e che potrebbero fare.


Si continua con l’allergia che avanza, con quel “lebbrosa”, con quel “Se non avessi avuto l’allergia ti avrei voluto più bene”. Quei compagni alle elementari che mi obbligavano a mangiare tutto e io che in classe urlavo la mia disperazione; quei ricatti dove sei costretto al tavolo per mangiare tutto il cibo nel piatto. La maestra rideva. L’amico che non ti porta sul motorino perché secondo lui pesi troppo; il ragazzo che ti tocca le tette ma ti dice no: “Sai, non vai bene per mia mamma: lei vuole una modella”; quelli che: “Sei bellissima comunque, anche se pesi come un bue”. Poi quello che ha dato il colpo di grazia, quello che è riuscito a far crollare quel poco che era rimasto. Comunque vada, nonostante tutto, non sei mai abbastanza; non basta aver perso di netto venticinque chili per essere amata davvero.

La colpa è di chi permette a certe persone di fare del male; di chi non si mette nella condizione di crescere futuri adulti consapevoli del male che fanno e che potrebbero fare. Come la maestra che ride dopo avermi lanciato il quaderno dietro e avermi detto che non sono capace a fare nulla e che insultava gli alunni durante attività fisica. Come quelle persone che dicono di amarti ma ti fanno sentire un peso nelle loro vite.


Cominci a vivere di aria. Arrivi a non trovare i vestiti perché perfino la taglia dei bambini è un po’ larga. Ti vedi finalmente quando per tutti scompari, ti senti quando per tutti sei spenta e sei contenta di non stare in piedi, contenta di dover aggiungere altri buchi sulla cintura.


Così arriva quel giorno in cui ti guardi allo specchio e pensi che tanto, invisibile per invisibile, meglio avere le ossa fuori, così nessuno potrà dirti che hai le caviglie grosse o i fianchi larghi. Cominci a saltare i pasti, cominci a vivere di aria, come dicono tutti. Arrivi a non trovare i vestiti perché perfino la taglia dei bambini è un po’ larga. Ti vedi finalmente quando per tutti scompari, ti senti quando per tutti sei spenta e sei contenta di non stare in piedi, contenta di dover aggiungere altri buchi sulla cintura. Contenta di essere quella taglia 36-38 che a nessuno piace ma che tutti apprezzano, soprattutto sui social: perché è sui social che si scatena il vero inferno. Chiunque lì può comprare complimenti che sono tutto, fuorché veri. Il grasso e il magro viaggiano sullo stesso “sei bellissim*” e più ne parli più c’è disinteresse; più vai a indagare cosa succede e cosa provano le persone a riguardo, più si pensa che la tua vita giri intorno ai like e che tu faccia la fame solo per quel motivo.

Il mio corpo, in quasi due anni, ha ripreso quei chili che aveva perso; non ci ho fatto proprio pace, mi sono semplicemente arresa al fatto che non riesco più a toccarmi le ossa. Ma la testa, quella è la cosa che non guarirà mai. Perché quando entri nel giro dell’anoressia, con le sue crisi di panico, i suoi attacchi di ansia, il vomito indotto, quelli non se ne vanno. Cambiano forma, cambiano aspetto, ma restano. Escono quando devi spogliarti davanti al tuo ragazzo; escono quando ti invitano all’improvviso a cena e tu non hai avuto il tempo di fare la settimana di digiuno».

M. si chiede la stessa cosa che mi chiedo io: quanto saremmo noi senza questi nostri mostri? Cosa avremmo fatto della nostra vita se non fossimo cresciute a pezzi, se non ci fossimo sgretolate lungo la strada? Se non fossimo figli di ricatti morali? Se non fossimo tante cose, cosa saremmo oggi?


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L’anoressia non è mai solo un problema fisico, un disturbo del piatto vuoto. L’anoressia si prende tutto, mentre tu ti svuoti; si nutre del male che ti fanno, che ti hanno fatto e che ti faranno. Quando sei troppo debole per reagire a tutto e l’unica cosa che vorresti è qualcuno che ti dicesse: “Vieni qui che ti alzo io”.

Questa volta mancano sottotitoli, mancano precisione e bellezza di quel che racconto. Questa volta c’è la realtà drammatica con la quale ci scontriamo in tanti, tutti i giorni. C’è un flusso di coscienza che va avanti, parole vomitate senza un effettivo nesso logico. C’è la disperazione di chi vi chiede attenzione con gli altri, di provare a vivere anche senza punzecchiare il vicino di banco sovrappeso o la bionda platinata strafatta di silicone. Provate a crescere figli così, puliti dentro; provate a rafforzare quelle creature che mettete al mondo tendendogli la mano quando cadono, non accusandoli di essere caduti.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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