Salviamo le cantanti italiane dall’estinzione

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Il disco è obsoleto, la musica liquida e in questo scenario in costante mutamento a risentirne maggiormente sono le cantanti pop, le donne.

Il disco è obsoleto, la musica liquida e in questo scenario in costante mutamento a risentirne maggiormente sono le cantanti pop, le donne.

Il mondo corre e cambia in fretta, la sua essenza non si modifica, ma i suoi connotati assumono ciclicamente forme diverse. La musica rappresenta appieno la velocità con cui tutto si trasforma. Resta pur sempre musica, è vero, ma cambia il modo di fruirne e di decretarne il successo (o l’insuccesso). È cambiato (o forse è il caso di dire che non esiste più) il concetto di evergreen, perché – nell’era della velocità – tutto si consuma molto più rapidamente e non lascia traccia. Succede quasi sempre e sempre per un motivo preciso.

Il disco, ormai, è un oggetto obsoleto, superato, la musica è liquida, si ascolta online, si consuma in una manciata di click e, sempre più spesso, non è parte di un progetto, quindi di un’idea. Semplicemente perché non c’è più il tempo di avere un’idea, quindi di sviluppare un progetto, è molto più comodo e indolore realizzare un brano e gettarlo come un’esca nel mare inquinato della discografia odierna, che non ha più senso chiamare discografia, ma un insieme di fabbriche che investono su successi assicurati, che non prevedono dunque azzardi di alcun tipo. La canzone, quindi, si immerge, pesca quel che può e torna indietro che è già consumata, deprezzata, inutilizzabile.


In questo scenario in costante mutamento, dunque, a risentirne maggiormente sono le donne, che vendono pochi dischi, che non collezionano milioni di ascolti su Spotify né di visualizzazioni su YouTube, che fanno fatica a trovare spazio in radio.


Cambia il modo di fruirne e di decretarne il successo o l’insuccesso, dicevo, quindi, necessariamente, si modifica il suo contenuto, che deve essere immediato, mai respingente o macchinoso. Perché oggi la musica si ascolta su Spotify, che è una libreria gigantesca e dispersiva, c’è tutto, ci sono tutti, non è un posto in cui si accede per merito, non serve che qualcuno abbia puntato su un talento perché quel talento ci sia. È una grande piazza in cui chiunque può cantare e chiunque può ascoltare. I dischi, ormai, sono uno specchietto per le allodole: esistono, ma non sono un punto d’arrivo né una garanzia di talento o qualità. Anche chi li vende, ormai, ne vende pochissimi (e gli stratagemmi per incrementarne il loro acquisto sono tanti e sempre meno efficaci, dagli instore tour ai download day). Lo streaming, insomma, ha modificato il concetto di successo: non conta più soltanto chi riesce a vendere centomila copie di una canzone (cosa che avviene sempre più di rado), ma soprattutto chi riesce a fare centomila ascolti in poco tempo (che siano veri o falsati, poi, è tutt’altra storia).

In foto, la cantautrice Nina Zilli

In foto, la cantautrice Nina Zilli

In questo scenario in costante mutamento, dunque, a risentirne maggiormente sono le donne. Le nostre donne, quelle pop, quelle che vendono pochi dischi, che non collezionano milioni di ascolti su Spotify né di visualizzazioni su YouTube, che fanno fatica a trovare spazio in radio, quindi a imporsi con nuovi successi, che perciò vivono di rendita grazie a qualche pezzo rimasto impresso nella memoria collettiva. Il problema, tuttavia, è che non sto parlando di artiste datate, ma di cantanti che fanno parte dell’attuale panorama musicale italiano. Ci sono dentro, ma sono confinate ai margini. Esistono, ma sono costrette a prendersi gli scarti di una discografia che le considera obsolete, non collocabili (alla meglio difficilmente collocabili), cavalli di razza su cui si fa fatica a puntare. E quindi, per non rischiare, si preferisce lasciarle in panchina.

Di nomi potrei farne a bizzeffe, ma ne farò solo qualcuno, cercando di non limitarmi a un elenco: Noemi, dopo l’exploit con Sono solo parole, ormai sette anni fa, non è più riuscita a imporsi con dei brani di successo. Eppure di dischi ne ha pubblicati altri tre dopo quel Festival del 2012, ma le radio non la supportano come dovrebbero, i numeri su Spotify sono discreti ma non incisivi e l’attenzione dei media è quasi totalmente rivolta ai suoi primissimi successi. Un discorso analogo riguarda Arisa, il cui ultimo disco, Una nuova Rosalba in città, è passato quasi del tutto inosservato (è rimasto in classifica Fimi per sole tre settimane, dopodiché è scomparso insieme al secondo brano estratto dall’album, dal titolo omonimo). Non è diversa la situazione di Nina Zilli, che ha calcato il palco del Festival di Sanremo 2018 con il brano Senza appartenere per cercare di risollevare le sorti di Modern Art, il suo ultimo disco di inediti, ma non ha trovato il supporto delle radio, della critica né del pubblico.

In foto, la cantautrice e compositrice Simona Molinari

In foto, la cantautrice e compositrice Simona Molinari

Malika Ayane, che non ama ripetersi, lo scorso settembre ha proposto l’album Domino, a tre anni di distanza dal trionfale Naif, ma non ha trovato lo stesso calore ad accoglierlo; anzi, l’album si è spento nell’arco di poche settimane e, con esso, la pubblicazione di nuovi singoli estratti dal disco; non dissimile è Dolcenera, inquieta, curiosa, in costante evoluzione, non ama somigliarsi mai troppo e il pubblico, forse disorientato, fa fatica a starle dietro; nonostante l’indubbia qualità dei suoi brani e il loro forte appeal radiofonico, fa molta fatica a imporsi su Spotify, dove colleziona numeri davvero irrisori. Simona Molinari ha tentato un ritorno sulle scene musicali con il brano Maldamore, ma il pezzo non ha avuto alcun tipo di riscontro; rimandata, quindi, la pubblicazione del nuovo disco. Il suo ultimo progetto discografico risale al 2015.

Anna Tatangelo ha recentemente pubblicato La fortuna sia con me, un album di buona caratura, che nel giro di poche settimane è scomparso da tutte le classifiche di vendita (senza, tuttavia, mai riuscire a raggiungere posizioni di rilievo). Paola Turci, reduce dall’ultimo Festival di Sanremo, ha tentato di sopperire all’accoglienza fiacca de L’ultimo ostacolo con un brano decisamente radiofonico, Viva da morire, ma – in tutta risposta – il disco omonimo si è rivelato un insuccesso. Giusy Ferreri ha deciso di percorrere una strada che sminuisce il suo talento, il suo potenziale e il percorso fatto nei primi anni di carriera, ma che ben rende in termine di numeri e incassi: quella dei tormentoni. Non è chiaro se sia lei ad averci preso gusto o la sua casa discografica (anche se credo di conoscere la risposta), quel che è certo è che, ormai da qualche anno, si ricicla con brani-oggetto. Quando cerca di proporre qualcosa che prescinda dall’estate, si rivela un fiasco: lo scorso inverno, ha pubblicato Le cose che canto, un brano non certamente memorabile, ma che è passato del tutto sotto silenzio.

In foto, la cantautrice Irene Grandi

In foto, la cantautrice Irene Grandi

Chiara Galiazzo è ancora alla ricerca di una collocazione, nonostante siano passati ben sette anni dalla sua partecipazione a X Factor. Ha collezionato qualche Festival di Sanremo, una manciata di brani di discreto successo, ma è ancora nel limbo. Il suo ultimo singolo, Pioggia viola, pubblicato dopo due anni di silenzio, aveva un obiettivo preciso, quello di consacrarla una volta per tutte o perlomeno quello di darle un nuovo punto da cui partire. I risultati, però, si sono rivelati deludenti. Non dissimile è la situazione di Bianca Atzei, partita con impeto grazie a una serie di duetti di successo (con Kekko Silvestre dei Modà, Alex Britti, Niccolò Agliardi, per citarne qualcuno), ma che in pochi anni si è dovuta riciclare nel ruolo di imitatrice a Tale e Quale Show e di naufraga all’Isola dei famosi; e poi c’è Elodie, che – esattamente come le colleghe appena citate – cerca un porto in cui approdare. Nel frattempo, come Giusy Ferreri, ha trovato la sua zona di comfort nei brani-tormentone. Ma non potrà andare avanti così in eterno.

Irene Grandi ha scelto spesso percorsi alternativi, abbandonando il pop-rock che l’ha portata al successo. Il suo ultimo disco, Lungoviaggio, un visual album realizzato con il duo fiorentino Pastis, che unisce la videoarte con la canzone, è passato del tutto inosservato. È tornata al pop con I passi dell’amore, poche settimane fa, ma sembra far fatica a imporsi nell’odierno panorama musicale e, soprattutto, non sembra a suo agio con i nuovi metodi di fruizione della musica. Alexia, dopo una serie di dischi che non hanno avuto il successo sperato (e meritato), recentemente ha proposto Come la vita, senza incontrare – tuttavia – i favori delle radio. Paola Iezzi, dopo l’addio a Chiara, ha proposto due singoli, ma non pubblica un disco di inediti dal 2013 (anno in cui ha realizzato Giungla, l’ultimo progetto discografico con la sorella). Syria, da sempre un’artista poliedrica e camaleontica, ha messo da parte la discografia per buttarsi a capofitto in ambiziosi progetti teatrali, come l’attuale spettacolo dedicato a Gabriella Ferri, Perché non canti più, realizzato con Pino Strabioli. Di Mietta non si hanno tracce dal 2011, quando ha pubblicato il disco Due soli. Da allora si è riciclata come giurata in qualche talent show, come Sanremo Young o All Together Now.

In foto, la cantante Loredana Errore

In foto, la cantante Loredana Errore

La carriera di Annalisa è un’altalena, a grandi successi alterna cocenti flop. Oggi sembra aver trovato la sua zona di comfort in un pop elettronico di facile presa, ha svecchiato la sua immagine e ha iniziato a rivolgersi a un target di pubblico più giovane, ma il suo è sempre stato un successo altalenante, come dicevo, complice una personalità mai del tutto a fuoco. Lei, così come Francesca Michielin, la cui personalità – invece – è ben evidente, è a suo agio con i moderni metodi di fruizione della musica, ma ha ancora bisogno di un successo che la consacri definitivamente. L’Aura, poco meno di due anni fa, ha pubblicato Il contrario dell’amore, un disco ispirato e intenso, che tuttavia ha avuto un successo assai tiepido.

Loredana Errore è in attesa di un’occasione che dia il via alla sua carriera che, a causa di un evento sfortunato, ha subito un improvviso, dannoso e prematuro stop. Marina Rei, il cui ultimo disco di inediti risale al 2014, ha scelto una strada inedita e coraggiosa e ha abbandonato il pop a favore di un percorso alternativo (risale a poco meno di un anno fa il suo tour al fianco di Paolo Benvegnù). Carmen Consoli, da sempre poco incline a sottostare alle logiche discografiche, un anno fa ha pubblicato un disco registrato in presa diretta, Eco di sirene, che ha ricevuto un’accoglienza entusiasta da parte dei fan della Cantantessa, ma tutto sommato poco incisiva per ritenerlo un successo.

In foto, la cantautrice Laura Pausini

In foto, la cantautrice Laura Pausini

Un po’ di fatica iniziano a percepirla anche le grandi (non sempre e non solo per merito, quanto per i risultati raggiunti negli anni) della canzone italiana, da Emma Marrone, il cui ultimo album, Essere qui, ha tentennato non poco prima di riuscire a imporsi, a Gianna Nannini, il cui Amore gigante può vantare un solo singolo di parziale successo, Fenomenale, prima di tramontare anzitempo. Laura Pausini può contare su un consistente numero di fan che compra i suoi dischi (soprattutto in versione fisica) e la segue in tour, ma il numero dei download dei suoi brani è decisamente irrisorio rispetto alla sua fama: dell’ultimo album, Fatti sentire, soltanto Non è detto, il primo singolo estratto, ha avuto una certificazione (disco d’oro, con appena 25mila copie vendute). Fiorella Mannoia, nonostante l’exploit di due anni fa con Che sia benedetta, sembra non riuscire a riscontrare gli stessi favori con Personale, il suo ultimo album di inediti, pubblicato nel marzo scorso, né con i due singoli estratti dal disco (Il peso del coraggio e Il senso).

E mi fermo qui. È evidente che il mio intento non sia in alcun modo quello di paragonare o parificare la storia di ognuna. Si tratta di artiste diverse, con peculiarità, limiti, percorsi differenti. Ma c’è una cosa che le accomuna: la difficoltà di trovare spazio in questo presente, ognuna a suo modo, ognuna a un livello diverso. Spesso, in modo del tutto sbrigativo, si tende a credere che l’insuccesso sia necessariamente legato alla mancanza di contenuti, di talento, di qualità; con le donne pop, poi, è sempre più facile trarre conclusioni semplicistiche. La verità, però, non è sempre in superficie e le nostre artiste, più di altri, pagano lo scotto del tempo che corre, della discografia che è morta e non punta più su di loro, della fruizione della musica che è cambiata ed è diventata cieca, veloce, distratta.

Perciò ascoltiamole, acquistiamo la loro musica, cerchiamole anche quando tutto fa pensare che non esistano più. Esistono e non meritano di stare in panchina. Salviamole dall’estinzione.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

1 comment

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    Luca Ceresa 9 giugno, 2019 at 18:48 Rispondi

    È un buon articolo e fa un’analisi accurata, oltre che buona. Purtroppo il mondo musicale italiano al femminile non ha ormai da tanto tempo esponenti in grano di dominare le classifiche, se non la solita Baby K di turno che sforna il singoletto per l’estate e poi inevitabilmente. sparisce. Va comunque detto che nel corso degli anni tante artiste dal grande talento non sono state rimpiazzate dalle nuove generazioni, innegabilmente prive di quel valore artistico che ha fatto la forza delle migliori. Se si potesse tornasse al fervore dei primi anni ’80, tanto per fare un esempio, le classifiche sarebbero dominate da autentiche fuoriclasse come Rettore, Alice, Giuni Russo… e insieme a loro tante altre grandi cantanti, alcune pure da voi citate, che purtroppo non hanno più mercato, penso a Marcella, Patty Pravo, Anna Oxa… ma anche nomi più giovani, come la stessa Irene Grandi o Mietta, artiste che hanno all’attivo dischi che non vendono ma di indubbio valore artistico. Altre più blasonate invece non rischiano e contano sul loro nome per proporre progetti fotocopia: penso a Fiorella Mannoia, che a livello di produzioni di serie A è ferma ai primi anni ’90, oppure a Giorgia e Laura Pausini, che da decenni propongono la stessa canzone.

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