Tutti gli uomini (e non solo) dovrebbero vedere Dicktatorship

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Dettaglio della locandina di Dicktatorship. Fallo e bast, di Gustav Hofer e Luca Ragazzi

Dettaglio della locandina di Dicktatorship. Fallo e bast, di Gustav Hofer e Luca Ragazzi

Il primo contatto che ho avuto con Gustav Hofer e Luca Ragazzi è stato all’università. Il corso era quello di Cinema documentario, il titolo per cui la coppia di registi veniva menzionata, invece, Italy: Love It, or Leave It; un viaggio, quest’ultimo, che parte dal pretesto di uno sfratto imminente per portare i due dal tacco al “ginocchio” del nostro lungo Stivale, alla ricerca di motivi per restare in Italia (e di altri per andare via). Oggi Hofer e Ragazzi tornano in sala con un nuovo documentario – un road documentary, mi verrebbe da definirlo – intitolato Dicktatorship.

No, non si tratta di un refuso. Il titolo del film allude proprio a una «dittatura del cazzo», in senso sia quantitativo sia qualitativo. Vi allude, cioè, nella misura in cui, che sia evidente o meno, tutto ciò che esperiamo si rivela essere permeato di una cultura patriarcale dura a morire, tanto longeva quanto disprezzabile. Ecco allora che Dicktatorship si apre con i dettagli estremamente ravvicinati dei tre leader politici Erdogan, Trump e Berlusconi, che sostengono con esplicita fermezza l’innaturalità dell’uguaglianza tra uomo e donna e difendono le loro dimensioni virili. Sono immagini grottesche, deformate. Soprattutto, sono immagini asfissianti, che occupano il campo con prepotenza e violenza; con una totalità che è propria della cultura patriarcale e machista.

Tesi e antitesi di Dicktatorship: attenti a riconoscerle

Gustav Hofer e Luca Ragazzi in una scena del film Dicktatorship

Gustav Hofer e Luca Ragazzi in una scena del film Dicktatorship

Dicktatorship, come Italy: Love It, or Leave It, vede Hofer e Ragazzi incarnare la tesi e l’antitesi del documentario. Se prima si trattava di decidere se restare in Italia o lasciarla, stavolta – apparentemente – si mette in discussione l’esistenza (o la sopravvivenza) del maschilismo, quindi se ci sia ancora bisogno del femminismo. Pericoloso, mi viene da pensare all’inizio: si vuole forse dar spazio e legittimità all’idea che oggi sia inutile continuare a parlare di discriminazione, dunque di gender gap, di glass ceiling, di ruoli di genere? No, per fortuna. Dicktatorship, a mano a mano che le tappe e le sequenze si susseguono, dà piuttosto spazio a un altro dubbio da risolvere: quanto siamo coscienti del fatto di essere tutti, nessuno escluso, maschilisti?

Se la risposta è banale e ha a che fare con l’invisibilità del capitale culturale (Bourdieu), dunque con quel modo sottile e implicito che ci porta a ereditare, senza discuterli, gli schemi cognitivi con cui il mondo è sempre stato interpretato, meno banale è che non siano solo gli uomini – anzi, i maschi bianchi etero occidentali – a non riconoscere coscientemente questa pesante eredità. Perfino le donne introiettano il motivo della loro sottomissione (anche qui Bourdieu può venirci in aiuto), tanto che diventa difficile scorgere la differenza tra le parole di Rocco Siffredi e quelle di una rappresentante del Popolo della Famiglia, al di là della loro differente identità di genere.

La questione, quindi, non è se il maschilismo esista o meno, se vi sia oppure no una «dittatura del cazzo». Il punto è piuttosto se siamo pronti e disposti a riconoscere a noi stessi che, in maggiore o minore misura, collaboriamo alla sua sopravvivenza. Neppure essere Michela Murgia è sinonimo di immunità – guardare, e ascoltare, il suo intervento in Dicktatorship per credere.

Gustav Hofer e Luca Ragazzi in una scena del film Dicktatorship

Gustav Hofer e Luca Ragazzi in una scena del film Dicktatorship

A questo proposito è fondamentale notare e sottolineare che i due registi e protagonisti di Dicktatorship sono non solo uomini, ma anche omosessuali: emerge infatti che l’appartenenza a una “minoranza”, quella LGBT+, non sia condizione sufficiente a riconoscere i propri privilegi e quindi, di rimando, le oppressioni a cui altri sono soggetti. Lo dimostra in particolare il momento in cui Hofer, a seguito dell’incontro con la dottoressa Sveva Magaraggia, spiega a Ragazzi: «Dove c’è omofobia c’è misoginia. Le due cose camminano di pari passo».

La discussione a cui Dicktatorship dà vita è inclusiva, intersezionale. La questione del machismo, dunque delle aspettative sociali di corretta mascolinità, non può fare a meno di intrecciarsi con il tema dell’omofobia e della transfobia. Di particolare interesse è la testimonianza di un ragazzo trans, che riflette su come la percezione che gli altri hanno di lui sia cambiata (e migliorata!) a seguito del percorso di transizione e di come invece non avvenga lo stesso per le donne trans. Emerge in questa e in altre interviste la consapevolezza di un privilegio che solo l’opposizione a un modello unico di uomo può decostruire.

A essere messa in discussione nel film, lo ripeto, non è l’esistenza del maschilismo, ma la consapevolezza che abbiamo della sua presenza e la necessità, da parte in particolare degli uomini ma non solo, di compiere un percorso auto-riflessivo sui propri comportamenti, sul linguaggio adottato, sulle categorie mentali che siamo soliti adoperare. Il percorso tracciato dalla coppia non può quindi che culminare nell’incontro con Stefano Ciccone, dell’associazione Maschile Plurale, impegnata (cito dal sito ufficiale) «in riflessioni e pratiche di ridefinizione della identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale, anche in relazione positiva con il movimento delle donne».

La Dicktatorship che ci impedisce di nominare le donne

Se molti degli spunti proposti dal film non suonano nuovi – l’esclusione di firme femminili dalle prime pagine dei giornali, l’assenza di donne in ruoli di potere, l’idea che esse siano destinate al backstage piuttosto che al palco –, meno scontata è la riflessione sull’importanza della cosiddetta commemorazione banale di quelle donne passate alla Storia per i loro risultati. Sconfortante è il confronto tra il numero di monumenti, biblioteche, strade e piazze dedicate a uno scrittore come Alfredo Oriani, fortemente misogino nonché elogiato dal regime fascista, e l’assenza nella topografia di Elena Lucrezia Cornaro, la prima laureata al mondo, a cui neppure un’aula universitaria è mai stata dedicata. È il segno che l’eccellenza non è condizione sufficiente a guadagnarsi un posto nella memoria collettiva e condivisa, se si è donne, anche dopo più di 300 anni dalla nascita dell’erudita veneziana.

Ciò ha molta più importanza di quanto sembri. Certo è, infatti, che quasi mai sappiamo effettivamente chi siano le persone a cui vengono intitolate le vie che percorriamo tutti i giorni. Altrettanto vero, però, è che il solo fatto che il loro nome venga restituito alle città e a chi le abita ci permette di farli sopravvivere. Oggi, una commemorazione tutta declinata al maschile ci impedisce di nominare le donne e le condanna all’oblio. Grazie, allora, a Hofer e Ragazzi per averci restituito un nome che rischiava di essere cancellato dalla nostra memoria.

C’è poi altro di interessante, nel viaggio di Dicktatorship e nel suo finale, ma non ve lo anticiperò, nella speranza che abbiate l’occasione di vedere il film in sala. Potete seguire la pagina Facebook di Gustav e Luca per restare aggiornati sulle prossime proiezioni.

Piccola nota conclusiva: gli sguardi rapiti dei due registi di fronte a un’impeccabile e pungente Michela Murgia valgono forse l’intera visione.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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