Dieci domande con Martina Cera

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In foto, Martina Cera, ideatrice del progetto Un'altra rotta

In foto, Martina Cera, ideatrice del progetto Un’altra rotta

In Italia non si parla di giovani che sanno fare le cose, come non si parla bene di eredità coloniale e migrazioni. Se questa mancanza ci soffoca, noi di Parte del discorso ci impegniamo a ripartire da una realtà fatta di ragazzi e ragazze in gamba, bene informati, con tanta voglia di alzare la voce e che riescono a fare comunità in un momento che fa paura a tutti.

È proprio il periodo particolare in cui viviamo a portarci da Martina Cera, laureanda in Cooperazione internazionale all’Università Cattolica di Milano, creatrice di Un’altra rotta, un progetto volto a raccontare le realtà dell’accoglienza in Italia che ha trovato la sua casa in un blog.

Martina su Instagram racconta di politica internazionale, di come l’Europa reagisce davanti ai fenomeni migratori, di opportunità di incontro tra chi non vuole perdere la speranza davanti all’avanzata delle democrazie illiberali in Occidente. Ci ha raccontato di come si racconta il razzismo e di cosa fare quando chi sta peggio di te diventa il tuo nemico.

Di chi manca la voce nella narrazione mainstream sulle migrazioni?

«Direi di tutti quelli che sono esclusi da una certa narrazione emergenziale che, purtroppo, continua a imperversare su giornali e telegiornali. Sembra che della vita di chi migra si debba raccontare solo quello che succede nel lasso di tempo che intercorre da quando lasciano le loro case a quando arrivano in Europa. Del “dopo” non ne parla quasi nessuno ed è, secondo me, una grossa mancanza. La cosa peggiore, però, è il fatto che queste persone siano sempre oggetto della narrazione e mai soggetto narrante».


Siamo sempre convinti di essere un Paese di ‘brava gente’ ma non siamo mai riusciti a fare pienamente i conti con il nostro passato coloniale.


Cosa dovremmo imparare a tenere a mente quando parliamo di fenomeni migratori e cosa può aiutare a rendere il dialogo più sano e più chiaro?

«Dobbiamo smettere di de-umanizzare. Valorizzare la ricchezza e la complessità delle storie personali, non accontentarci solo di statistiche e numeri è già un primo passo. Fare lo sforzo di approfondire, ascoltando gli esperti per capire per esempio i contesti di partenza – tematica su cui siamo spaventosamente ignoranti – è un buon modo per non farci schiacciare dai luoghi comuni che vengono tirati in ballo quando si parla di immigrazione».

Qual è invece un argomento che dovremmo eliminare dal dibattito?

«Uno su tutti: la narrazione tossica sulle ONG. Va avanti dal 2017, anno in cui, tra gli accordi con la Libia e il codice di condotta proposto dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti, è cambiata la percezione dell’opinione pubblica a causa di un’enorme campagna di criminalizzazione degli umanitari. Ci sono state decine di indagini che hanno portato al nulla di fatto. Lavorare affinché non si dibatta più su questo argomento è prioritario se vogliamo far sì che il Mediterraneo centrale smetta di essere il cimitero che è».

L’aumento dei casi di razzismo e il clima creato dalla legittimazione mediatica dell’intolleranza sono dovuti a una sfiducia nata in tempi recenti che provano i cittadini nei confronti di un’idea di comunità liberale o non abbiamo mai smesso di essere razzisti?

«Credo che la sfiducia nei confronti di una comunità inclusiva sia il sintomo di un problema più ampio, di cui fa parte anche il razzismo. Siamo sempre convinti di essere un Paese di “brava gente” ma non siamo mai riusciti a fare pienamente i conti con il nostro passato coloniale.

«La mia esperienza personale, quella di una persona nata e cresciuta in un quartiere di periferia che ha la pluralità tra le sue cifre caratteristiche, è quella di un Paese che fa molta fatica a confrontarsi con il diverso. Negli anni Novanta erano gli albanesi, poi gli ecuadoriani; dei primi anni 2000 ricordo i sit-in contro la moschea. La sfiducia nei confronti dell’Unione Europea, l’aver sdoganato un certo tipo di discorso pubblico hanno fatto il resto. All’indomani dell’omicidio di Pawel Adamowicz a Danzica, Riccardo Noury ha affermato: “Il confine tra discorso di odio e crimine di odio è labile”, che se ci pensi è una cosa molto vera e molto spaventosa allo stesso tempo».


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Cos’è più difficile da accettare per una persona che non si trova d’accordo con le tue idee quando si scontra con la realtà che ti impegni a divulgare?

«Da quando ho iniziato a parlare oltre che di migrazioni anche di Medio Oriente e Nord Africa – che poi è uno degli argomenti su cui ho deciso di specializzarmi a livello di studi – mi sono scontrata con una serie di pregiudizi sul mondo arabo e sui musulmani più in generale. C’è un grosso blocco sul discorso interreligioso che ho visto, per esempio, dopo i fatti di Christchurch: tantissima gente mi ha scritto: “Eh, ma dei cristiani ammazzati non parli?” ed è stato veramente difficile cercare di fare un discorso costruttivo. Diciamo che è stata una delle volte in cui mi sono presa più insulti, da quando è nato Un’altra rotta».

Negli ultimi anni l’Italia è stata anche teatro di esperienze e manifestazioni di un’altra società civile e di un’altra politica, quella umanitaria, che viene raccontata sempre meno, soprattutto quando a essere i protagonisti sono i più giovani. Da quali di questi eventi e da quali volti di questa nuova resistenza dovremmo ripartire?

«Ripartire da noi, inteso come collettività di persone che hanno deciso di scendere in piazza per la manifestazione People – Prima le persone o per i vari Fridays for Future, è essenziale. È vero che, quando sono i più giovani a scendere in piazza, queste manifestazioni vengono minimizzate: è molto più comodo dire – e parlo dei ragazzi più piccoli di me, quelli in età da liceo – che siamo di fronte a una massa di decerebrati iperconnessi, incapaci di produrre un solo pensiero critico, invece che prendere esempio dal modo in cui il movimento studentesco si è risvegliato dopo anni, a volte addirittura in città in cui si era ridotto fino quasi a scomparire. Io ripartirei da questo: scuola, diritti sociali, inclusione. Dobbiamo essere noi stessi i volti della nuova resistenza, senza cercare a tutti i costi un personaggio-simbolo».


 

Il punto è ricordarsi che la lotta è tra chi sfrutta e chi viene sfruttato, non tra sfruttati.

 


Invece da quale caso di razzismo non adeguatamente contrastato o minimizzato da TV e giornali dovremmo partire per raccontare l’intolleranza?

«Un po’ di tempo fa sono stata al Mediterraneo Downtown: durante uno degli incontri la stilista Hind Lafram ha parlato dell’aggressione subita in autobus da sua sorella e da alcune sue amiche da parte di una ragazza che le ha insultate e ha strappato loro l’hijab dalla testa. Hind ha parlato del modo in cui certi giornali hanno trattato la notizia, pubblicando immagini (completamente fuori contesto) di ragazze con il niqab. È un esempio della rappresentazione, sbagliata, che si fa di questi fatti. Come se non bastasse se ne è parlato pochissimo fuori dai social, sui media mainstream».

Quando vengono raccontati episodi di odio avvenuti nelle periferie si arriva a utilizzare come giustificazione il degrado e la frustrazione in cui vivono i cittadini. Come si fa a far fronte comune tra gli autoctoni e migranti per lanciare una sfida di esempio ed educazione civica nelle periferie?

«Non ci sono giustificazioni per episodi come quello che è accaduto a Torre Maura un po’ di tempo fa. Il punto è ricordarsi che la lotta è tra chi sfrutta e chi viene sfruttato, non tra sfruttati. È quello che dice, per esempio, Aboubakar Soumahoro. È necessario ripartire da una serie di bisogni che mi sembrano molto chiari: quello di sicurezza, che in certi posti è reale e non frutto di propaganda, il non essere tagliati fuori dal resto della città, la disoccupazione e l’abbandono scolastico. Ma farlo da soli, senza la politica, è impossibile: l’integrazione funziona quando le persone si radicano nel territorio, ma se costruisco un Centro di Accoglienza Straordinaria e tengo un’ottantina di ragazzi segregati come è possibile che non siano percepiti come un corpo esterno? Ripartiamo dall’accoglienza diffusa, potenziamo i servizi, creiamo occasioni di incontro che durino nel tempo. Io inizierei così, senza dimenticare i problemi che ci sono».

 

 

 

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Di chi è la responsabilità se siamo arrivati al punto di giustificare e minimizzare il razzismo? Quand’è che abbiamo iniziato a farlo?

«Non so se esista un momento preciso in cui abbiamo iniziato a percepire le aggressioni razziste come un sottofondo, a normalizzarle. La responsabilità, comunque, credo sia di tutti: non ci possiamo limitare a puntare il dito verso chi fa quotidianamente un discorso d’odio in politica o verso un certo tipo di informazione. Hanno le loro colpe, che sono gravissime, ma sta ai singoli fare uno sforzo nel quotidiano per non minimizzare quello che sta succedendo e continuare a opporsi a questo clima di intolleranza».

Su Instagram e sul blog condividi consigli di lettura per far sì che la tua esperienza divulgativa continui anche nella vita reale: ci consigli tre libri per comprendere la deriva intollerante in Europa?

«Questa domanda mi piace tantissimo. Allora: La legge del mare di Annalisa Camilli, la giornalista che segue la tematica delle migrazioni per l’Internazionale, perché è un quadro preciso di quello che è successo dal 2017 a oggi lungo la rotta del Mediterraneo Centrale, nel nostro Paese con la politica dei porti chiusi e della criminalizzazione delle ONG e con un’Unione Europea che è stata incapace di dare una risposta che non fosse quella dell’esternalizzazione delle proprie frontiere.

«Poi I sovranisti di Bernard Guetta, che ha attraversato l’Europa per raccontarci le nuove destre europee da Salvini ad Orbàn, passando per Kaczynski: io l’ho letto qualche settimana prima delle elezioni, è stato illuminante.

«Infine uno dei miei libri preferiti, La Frontiera di Alessandro Leogrande, un autore che non lascia spazio alle semplificazioni ma che al contrario ci insegna a scavare a fondo. Se arrivassi da Marte e avessi bisogno di capire il fenomeno migratorio, partirei proprio da Leogrande».

About author

Susanna Guidi

Susanna Guidi

Romana, attivista per i diritti umani con un grande amore per la letteratura; vuole vivere in una casa piena di roditori ai quali dare nomi altisonanti. Qualcuno le dica che gli anni Ottanta sono finiti.

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