Il Messia è in terra con Matondo

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In foto, il rapper Alberto Pizzi, in arte Messia

In foto, il rapper Alberto Pizzi, in arte Messia

La scelta di un nome d’arte, che racchiude in sé tutta la spiritualità e l’essenza del culto religioso ebraico e cristiano: Messia, quello preso come punto di riferimento da Alberto Pizzi, musicista avvicinatosi durante l’adolescenza al mondo dell’hip hop. Ben lungi dall’accostarsi all’inviato di Dio, il cui destino era la salvezza di un popolo, il Messia dei giorni nostri adempie a un altro compito: dare al mondo la sua visione personale e universale.

Fin da piccolo viaggia in giro per il mondo con la famiglia, la sua formazione è frutto degli insegnamenti, derivati dall’ascolto e dagli interrogativi, dei maestri nei templi delle città in cui sosta. Nonostante un carattere riservato e timido, cerca sempre di rendere qualcosa in cambio dell’affetto delle persone con cui ama stare a contatto.

Con la sua musica, si fa spazio nella scena locale e non solo, distinguendosi nei live in apertura a esponenti di spicco del rap italiano tra cui Rancore, Ghemon, Dutch Nazari e nei principali contest di freestyle nazionali. L’incontro con l’associazione poetica Zoopalco e con il produttore Turo (Andrea Turone) lo portano ad avvicinarsi a sonorità elettroniche e a mescolare le metriche del rap con la cifra comunicativa dei poetry slam. All’attivo ha la pubblicazione di due Ep autoprodotti, Invictus nel 2011 e C’è dell’altro nel 2015.

A marzo 2019 pubblica, in collaborazione con Turo, il primo singolo Matondo in anteprima su vinile 7″ per la collana SondaClub del Centro Musica di Modena, in coppia con il brano Mara e il maestrale di Murubutu. Un singolo che vede anche la partecipazione femminile di Platò come seconda voce, con il Mix curato da Michele Postpischi presso lo studio MushroomSound ed il master di Francesco Brini. Ad accompagnare musica e parole il videoclip, con montaggio, animazioni e cover del singolo di Mattia Camangi, un road movie resoconto del viaggio in Tunisia fatto in compagnia dell’amico e regista Rodolfo Lissia, partendo da Bologna passando per Tunisi fino al Deserto del Sahara.

La copertina del singolo Matondo, di Messia

La copertina del singolo Matondo, di Messia

Età, città in cui sei nato e vivi.

«La datazione della mia nascita è incerta, all’incirca 2000 anni fa. Non ho residenza fissa, di solito non mi fermo a lungo nella stessa città. Mi piace peregrinare».

Com’è nata la passione per la musica?

«Ci siamo incontrati per caso».

Che genere fai?

«Fatico a riconoscermi in un genere, piuttosto cerco di tenere insieme cose distanti tra di loro. Se dovessi definirlo direi rap d’autore, che mira a unire intrattenimento e contenuti culturali».

Perché il nome Messia?

«L’ho scelto perché mi piaceva, poi col tempo è diventato un contenitore di idee. Ultimamente mi sto interessando molto al rapporto tra cultura pop e religione e alla figura di Gesù. L’idea è appunto che questi ambiti non siano così distanti tra di loro».

A marzo il singolo Matondo. Come mai questo titolo?

«Per rimandare all’idea della rotondità, del mondo che gira anche senza di noi e anche della Terra che potrebbe sembrare piatta, a un primo sguardo, mentre se ci fidiamo di foto satellitari e di un sapere millenario sappiamo non essere così. Dunque Ma-Tondo: è una rotondità avversativa».

Com’è nata l’idea di questo singolo?

«Da un parallelismo: sono giunto qui e ho trovato un’umanità confusa, che diffida di se stessa e si augura la propria estinzione. Anche io ho a lungo meditato di togliermi la vita, ma certe cose non si superano se non cercando di avere un po’ di compassione verso se stessi».

Da cosa hai prendi ispirazione?

«Principalmente dal cinema d’autore e dalla semiotica. Ma tutto ciò che incontro mi influenza».

Quanto tempo ha richiesto la sua realizzazione?

«Complessivamente, dall’ideazione alla pubblicazione, quasi due anni. Nel mentre però ho lavorato anche ad altri progetti».

Qual è il messaggio che vuoi dare con questo singolo?

«È un brano contro il mito del cambiamento».

In foto, il rapper Alberto Pizzi, in arte Messia

In foto, il rapper Alberto Pizzi, in arte Messia

Il video del singolo è un road movie di un viaggio in Tunisia. Com’è stato girare lì?

«Intenso, il deserto concede spazio e tempo per meditare. È stato prima di tutto un’esperienza di vita, il video fissa il ricordo di quei momenti».

Il ricordo più bello di quel viaggio?

«Il silenzio».

Se potessi descrivere la tua musica?

«Personale e universale».

Musicista preferito?

«In questo periodo sto ascoltando principalmente musica elettronica, mi piacciono molto le sonorità di Flume e 20Syl. Come penna invece Dargen D’Amico».

Hai aperto molti live di musicisti rap. Quale ti ha entusiasmato di più?

«Quest’anno ho suonato in apertura a Dutch Nazari al Locomotiv, a Bologna, è stato molto bello».

Con quale rapper desideri collaborare?

«Tra i tanti, lo stesso Dutch Nazari, ma anche Dargen D’Amico, Claver Gold, Murubutu, Willie Peyote».

«Ce l’ho con chi non sa rappare, parla solo di cose futili e inneggia alla droga», ha dichiarato Clementino. Cosa ne pensi?

«Certi temi sono cliché del rap, presenti da sempre. Difficile che scompaiano. Io cerco di fare la mia cosa e di ascoltare ciò che mi piace, i gossip non mi interessano».

Cosa significa per te fare rap?

«Rimettere al mondo».

Fai musica perché…

«Penso sia una questione di amore».

Prossimo progetto?

«Matondo è un punto di partenza. Negli ultimi anni ho scritto moltissimo e pubblicato poco e nulla. Ho pronti altri brani nuovi, che usciranno presto. Ci saranno ancora le produzioni di Turo e altri interventi di Platò, con cui ho lavorato a stretto contatto in studio per più di un anno».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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