Sea Watch, la disobbedienza civile è Storia

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In foto, Carola Rackete aus Kiel, la capitana tedesca della nave Sea-Watch 3. Foto di Till M. Egen/Sea-Watch.org

In foto, Carola Rackete aus Kiel, la capitana tedesca della nave Sea-Watch 3. Foto di Till M. Egen/Sea-Watch.org

«Sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità. Ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So cosa rischio ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo».

Con queste parole la capitana della nave Sea Watch, Carola Rackete, comunica la sua decisione di trasgredire la legge. Dopo aver violato i divieti d’ingresso nelle acque territoriali italiane, la Sea Watch è rimasta due settimane in stallo in attesa di una soluzione politica mai arrivata. «Per me possono restare lì fino a Natale», erano state le parole sprezzanti del ministro dell’Interno. E poi ancora: «Ma non è che tutti quelli che nascono “bianchi, tedeschi e ricchi” devono venire a rompere le palle in Italia, sbaglio??? Il governo di Berlino che ne pensa? È normale che una loro cittadina venga da noi a dire: me ne frego delle leggi italiane?».

Carola, di fronte all’indifferenza politica, incurante delle leggi, compie un gesto di disobbedienza civile, in virtù di una morale più forte della paura delle conseguenze. Sceglie di disobbedire come disobbedì Rosa Parks quando si rifiutò di cedere il suo posto sull’autobus a un bianco, come chi nascose Anna Frank e la sua famiglia e tutti i non-ebrei che adesso vengono chiamati “i giusti”, come Sylvia Rivera quando lanciò per prima la scarpa col tacco per difendere il suo diritto a esistere.

Adesso si parla di “giusti”, ma queste persone sono state criminali. La coscienza, le leggi, le libertà, i diritti di cui godiamo oggi li dobbiamo a qualcuno che ha disobbedito. In questa ottica il reato non è estraneo alla naturale evoluzione della società, bensì motore di rinnovo. Oserei dire che il reato è necessità fisiologica dell’adattamento della società.

Mi viene in aiuto il sociologo Émile Durkheim, che affrontò l’argomento nel brevissimo saggio La normalità del reato.

[…] accade che il reato abbia anch’esso una funzione utile nell’evoluzione. Non soltanto essa implica che i mutamenti necessari trovino via libera, ma in certi casi [il reato] contribuisce anche a predeterminare la forma che assumeranno. Quante volte, infatti, il reato non è altro che un’anticipazione della morale futura, il primo passo verso ciò che sarà!

Secondo il diritto ateniese, Socrate era un criminale e la sua condanna non aveva nulla di men che giusto; eppure il suo reato – vale a dire la sua indipendenza di pensiero – è stato utile non soltanto all’umanità, ma anche alla sua patria. Esso servì infatti a preparare la nuova morale e la nuova fede di cui allora gli Ateniesi avevano bisogno, perché le tradizioni in base a cui erano vissuti fino a quel giorno non erano più in armonia con le loro condizioni di esistenza.

E il caso di Socrate non è isolato, ma si riproduce periodicamente nella storia. La libertà di pensiero della quale godiamo attualmente non avrebbe mai potuto venire proclamata se le regole che la vietano non fossero state violate prima di venir solennemente abrogate. Tuttavia, in quei tempi tale violazione costituiva un reato […]. E ciò nonostante quel reato era utile poiché precludeva trasformazioni che diventavano di giorno in giorno più necessarie. […]

Da questo punto di vista […] il criminale non appare più come un essere radicalmente non-socievole, […] egli è invece un agente regolare della vita sociale.Le regole del metodo sociologico. Sociologia e filosofia, Émile Durkheim, Einaudi, 2008

Carola, come Socrate e come molti altri, è una criminale e insieme un’innovatrice, perché accetta la sua condanna necessaria per un futuro con una morale diversa. E io ci credo: un giorno tutta questa storia ci sembrerà assurda e la sua condanna ingiusta come le altre.

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in Sicilia. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e si è laureata in Comunicazione a Bologna. Adesso studia Semiotica, lavora e fa tante altre cose. Ad esempio sfila un paio di collant al giorno, mangia mayonese e si impegna per diventare ogni giorno se stessa.

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