Stereotipi di genere: un’inutile palla al piede

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Gli stereotipi di genere sono una visione semplificata della realtà, secondo la quale una persona dovrebbe avere caratteristiche e interessi aprioristici e standardizzati sulla base del sesso

Gli stereotipi di genere sono una visione semplificata della realtà, secondo la quale una persona dovrebbe avere caratteristiche e interessi aprioristici e standardizzati sulla base del sesso

Quando avevo 14 anni, sono riuscita a farmi regalare un HM Derapage 50 cc che ho guidato fino ai 18 anni. Ancora oggi mio padre sostiene che aver utilizzato una moto “da maschio” sia stata la più grande delusione che io gli abbia mai inferto.

Cosa sono gli stereotipi di genere?

Gli stereotipi di genere sono una visione semplificata della realtà, secondo la quale una persona dovrebbe avere caratteristiche e interessi aprioristici e standardizzati sulla base del sesso. È per questo che tutte le donne sono emotive, non reggono bene la tensione, non sanno parcheggiare, mentre tutti gli uomini sono razionali, possono ricoprire posizioni lavorative di rilievo, non piangono mai.

Il problema, diceva Wallace, è che gli stereotipi sono come l’acqua per i pesci: proprio perché ci circondano e sono ovunque, non li vediamo più.

Ciò significa che gli stereotipi di genere condizionano il pensiero e l’agire delle persone senza che queste se ne rendano conto. Siamo infatti abituati a fare supposizioni sul conto di una persona a partire dal sesso: se è uomo sa di certo aggiustare una macchina che non funziona bene, se è donna ama sicuramente i bambini.

Ragionare secondo gli stereotipi di genere rinsalda una visione del mondo povera, limitante, svilente, retrograda e non utile alla crescita di nessuno

Ragionare secondo gli stereotipi di genere rinsalda una visione del mondo povera, limitante, svilente, retrograda e non utile alla crescita di nessuno

La situazione si complica quando ci si allontana da quanto imposto dai modelli in questione, andando incontro a una serie di difficoltà. Si pensi al bambino preso in giro perché pratica la danza invece del calcio o addirittura alle donne che faticano a farsi strada in carriere ritenute tipicamente maschili.

Il punto è che le caratteristiche che oggi hanno (dovrebbero avere?) maggior valore come l’intelligenza, la creatività, il coraggio, l’intraprendenza, l’altruismo sono scientificamente indipendenti dal sesso. Ne consegue che ragionare secondo gli stereotipi di genere rinsalda una visione del mondo povera, limitante, svilente, retrograda e non utile alla crescita di nessuno.

Cosa sarebbe utile?

Credo fermamente che crescere dei bambini senza gli stereotipi di genere ci permetterebbe di vivere in un mondo in cui ognuno potrebbe esprimersi e realizzarsi più liberamente.

Insegno alle medie e spesso annaspo in un mare di: «Questo è un libro da femmine!», «Lui ha detto che sono una femmina!», «Mi chiama con il mio nome al femminile!», «Mio padre dice che le femmine vanno fatte parlare e basta!», «A lui piacciono le robe da femmina!».


Il problema, diceva Wallace, è che gli stereotipi sono come l’acqua per i pesci: proprio perché ci circondano e sono ovunque, non li vediamo più.


Non voglio che le mie ragazze crescano pensando di essere delle principesse, ma nemmeno che si sentano obbligate a sposarsi e ad avere dei figli o che pensino di non poter fare qualcosa perché sono donne.

Non voglio che i miei ragazzi crescano arroganti, tantomeno che si sentano obbligati a reprimere le loro emozioni, a essere indistruttibili, a dover incarnare un modello di uomo inutilmente monolitico.

Un traguardo irraggiungibile?

«A me Cenerentola sta antipatica perché aspetta tutto il tempo senza fare nulla. Io mi sarei arrangiata da sola»

«A me Cenerentola sta antipatica perché aspetta tutto il tempo senza fare nulla. Io mi sarei arrangiata da sola»

Mi dispiace ammettere di non avere la soluzione definitiva. A volte mi sembra di ripetere dei mantra dal retrogusto perbenista: siamo persone prima di essere uomini o donne; non esistono cose “da maschi” o “da femmine”, ma “cose che mi piacciono e cose che non mi piacciono”; non c’è nulla che determini a priori interessi, propensioni o carriera; non devo dare nulla per scontato, ma conoscere e ascoltare una persona per capirla e apprezzarla. Troppo spesso, non lo nego, mi pare di essere un patetico Don Chisciotte contro mulini troppo grandi.

Come se non bastasse, dobbiamo insegnare tutto questo in un mondo in cui succede che alcune donne percepiscano uno stipendio inferiore a quello dei colleghi uomini e che i ragazzi che non rispondono allo standard dell’uomo alpha vengano discriminati. Il problema è che gli stereotipi di genere sono un modello ancora molto radicato nella società e un’educazione avulsa da essi sembra troppo spesso una una partita persa in partenza.

A volte, però, mi torna in mente un lunedì di ottobre: mentre in classe studiavamo le fiabe, una ragazza alza la mano e mi dice: «A me Cenerentola sta antipatica perché aspetta tutto il tempo senza fare nulla. Io mi sarei arrangiata da sola».

La partita è difficile, si diceva, ma siamo ancora in gioco.

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Giulia Mauri

Giulia Mauri

Giulia Mauri è laureata in lettere e insegna alle scuole medie. Si dice sia nata da una malsana mescolanza tra South Park, Nirvana, Cowboy Bebop, Moravia, Pavese, Bojack Horseman e tante cose belle. Troppo pallida, oscenamente timida, fortemente introversa, talvolta sarcastica. Ama i fumetti, l'animazione, i cani e la montagna.

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