La crisi della democrazia: astensionismo e voto ponderato

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Il voto ponderato: la teoria secondo cui il voto di un cittadino informato e partecipante dovrebbe valere di più di quello di un cittadino disinformato.

Il voto ponderato: la teoria secondo cui il voto di un cittadino informato e partecipante dovrebbe valere di più di quello di un cittadino disinformato.

Secondo gli ultimi sondaggi di SWG (agenzia di indagini istituzionali e di mercato) presentati questo 10 giugno, la stima percentuale di voto degli italiani è del 37,3% per la Lega, del 22,7% per il Partito Democratico, del 18,4% per il Movimento 5 Stelle, del 6,3% per Forza Italia e i restanti partiti si aggirano attorno ai 3/4 punti percentuali. Il dato che spaventa, o che perlomeno dovrebbe essere preoccupante, è che il 31% degli intervistati non si esprime sul voto (e il 18% degli indecisi). Il 31% significa poco meno dell’elettorato della Lega, l’elettorato di una forza politica che al giorno d’oggi rappresenta – insieme ai 5 Stelle – la maggioranza al governo e in parlamento nel nostro Paese.

Se proviamo a pensare che questa percentuale racchiude quei cittadini che concretamente non si presentano ai seggi per votare (che siano nazionali, amministrative, regionali o europee), questo dato si trasforma in un grave deficit democratico: la sconfitta morale della politica di oggi. 31% vuol dire che quasi un terzo della popolazione non vuole partecipare alla vita politica del nostro Paese e non si sente in dovere di contribuire alla decisione di chi governa, sia a livello comunale che nazionale. Nonostante ciò, una parte di me si chiede se questa rinuncia al voto di una grande fetta degli italiani – evidentemente indecisi sulle proprie preferenze politiche – sia davvero una grave perdita.


È giusto che il voto di chi non segue minimamente la politica del proprio Paese abbia lo stesso valore del voto di chi invece si ritiene un cittadino attivo e partecipe?


In ogni Paese democratico le elezioni portano inevitabilmente una parte della popolazione a essere insoddisfatta del verdetto. Ciò che il suffragio universale – diritto fondamentale – è stato in grado di introdurre è ovviamente il voto libero per tutti, senza distinzione di genere o classe sociale (fortunatamente): chiunque può recarsi presso il proprio seggio, prendere la propria scheda, segnare una X sulla sua preferenza e votare. Tutti hanno il diritto di farlo, anche chi non si interessa minimamente di politica; anche chi non si informa, chi non legge i giornali e non guarda i telegiornali; chi non vuole saperne niente di questi “burocrati” e di questi politici così lontani dalla vita reale del cittadino medio. Però votano.

Senza mettere in discussione l’importanza e la necessità assoluta del suffragio universale, a partire da questo ragionamento ci si potrebbe porre un quesito: è giusto che votino tutti? O, meglio, è giusto che il voto di chi non segue minimamente la politica del proprio Paese abbia lo stesso valore del voto di chi invece si ritiene un cittadino attivo e partecipe?

In foto, un dettaglio della copertina del libro Edge of Chaos, di Dambisa Moyo

Dettaglio della copertina del libro Edge of Chaos, di Dambisa Moyo

A questo proposito mi sembra necessario menzionare le dichiarazioni della scrittrice ed economista Dambisia Moyo, che nel suo libro Edge of Chaos afferma: «Perché il mio voto vale quanto quello di una persona che non si informa?»; «Il suffragio universale? Sopravvalutato» e teorizza il «voto ponderato», una tipologia di voto che viene calcolata in base al grado di informazione e interesse politico degli elettori. Secondo questa idea, il voto di chi non si interessa attivamente ai temi sociali e politici del Paese varrebbe di meno rispetto a quei cittadini ed elettori che sono effettivamente informati e partecipi.

Questo concetto non vuole mettere in discussione l’uguaglianza e la parità del diritto di voto, oppure effettuare discriminazioni basate sul grado di istruzione o classe sociale. Vuole semplicemente sottoporre l’elettorato a un test per valutarne il grado di conoscenza politica, come un test di cittadinanza. Concretamente si limita a considerare come più valido il voto di chi realmente impiega tempo e passione nell’informarsi, nel capire e nel comprendere le dinamiche politiche del proprio Paese, rispetto al voto di chi invece si approccia in modo superficiale e leggero alla politica.

A questo punto rivolgo a tutti un quesito: la teoria del voto ponderato (o voto informato) è la negazione del principio base della democrazia o uno slancio verso una cittadinanza un po’ più responsabile, attiva, partecipata e meno silente? Il voto ponderato potrebbe essere considerato un sovvertimento della democrazia, oppure è l’elevato livello di astensionismo della popolazione italiana che dimostra il fallimento della democrazia stessa, per quanto riguarda il voto?

About author

Eleonora Pasetti

Eleonora Pasetti

Classe '96, laureata in Comunicazione e Società ed iscritta alla magistrale in Scienze Politiche e di Governo. Credo fermamente nell'arte della scrittura e dell'informazione, per questo il mio più grande sogno è quello di diventare giornalista, possibilmente di politica e società perché al giorno d'oggi noi giovani prestiamo troppa poca attenzione al mondo che ci circonda.

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