Black Mirror 5 racconta le persone, non la tecnologia

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Miley Cyrus nei panni di Ashley O nel terzo episodio della quinta stagione di Black Mirror

Miley Cyrus nei panni di Ashley O nel terzo episodio della quinta stagione di Black Mirror

La seguente recensione contiene spoiler sulla quinta stagione di Black Mirror.

Come siamo già arrivati alla quinta stagione di Black Mirror? Ma perché questa volta ci sono solo tre episodi? Ma soprattutto, che ci fa Miley Cyrus in una serie TV distopica? Queste e molte altre domande popolavano la mia mente prima che cominciassi a binge-wa… ehm, guardare la quinta stagione di Black Mirror.

La quinta, vi dico! Sembra ieri che recensivo la gloriosa e macabra terza stagione su Parte del discorso.

Trasmessa per la prima volta nel 2011, Black Mirror è una delle serie più riuscite e inquietanti degli ultimi dieci anni. Ventitré episodi in totale, due speciali, e un produttore geniale e allo stesso tempo diabolico (ci andrei a prendere un caffè volentieri, ma mi porterei dello spray al peperoncino dietro, just in case, non si sa mai cosa quella mente possa partorire). La quinta stagione, disponibile in streaming su Netflix dal 5 giugno 2019, conta solo tre episodi, proprio come le prime due.

A pochi giorni dall’uscita, la nuova stagione della serie britannica ha già ricevuto un bel po’ di critiche (molte alquanto immotivate, a mio avviso): Black Mirror non è più quello di una volta, il primo episodio è inutile, il terzo inguardabile, si salva solo il secondo… eccetera. Da grande fan della serie, non mi sento affatto di bocciare la stagione, anzi. Capisco che la nuova direzione che ha preso la serie non possa piacere a tutti e che alcuni siano un po’ delusi, ma andiamo con ordine.

Striking Vipers, un rifugio dalla monotonia quotidiana

Anthony Mackie e Yahya Abdul-Mateen II, rispettivamente nei panni di Danny e Karl, nel primo episodio della quinta stagione di Black Mirror

Anthony Mackie e Yahya Abdul-Mateen II, rispettivamente nei panni di Danny e Karl, nel primo episodio della quinta stagione di Black Mirror

Nel primo episodio della stagione vengono narrate le vicende di Danny, un padre di famiglia che dopo aver ricevuto un videogioco ultra-realistico (Striking Vipers) per il suo trentottesimo compleanno finisce col tuffarsi in una relazione omosessuale e virtuale col suo amico Karl. Che? È più semplice a guardarlo che spiegarlo, fidatevi. Danny e Karl ritrovano delle sensazioni perdute (o addirittura mai provate, come azzarda Karl) in questi rapporti sessuali virtuali, al punto da non provare più piacere in condizioni “normali”. Danny smette di provare desiderio per sua moglie, ostacolando il desiderio di quest’ultima di avere un altro bambino, e Karl diventa anche più ossessionato dal loro sweet escape.

Sebbene un videogioco così realistico possa sembrare un’assurdità (anche se si tratta solo una versione più raffinata di quello che oggi chiamiamo “realtà virtuale”), non è poi così difficile capire cos’è che muove le decisioni di Karl e Danny. I due amici sono annoiati, insoddisfatti, e si ritrovano nel cercare piacere in un mondo che di fatto non esiste, un mondo fatto di pixel, location spettacolari e sesso strepitoso. Il loro rifugiarsi in Striking Vipers nasce da una loro insoddisfazione di fondo, più che da una dipendenza dal videogioco in sé.


Alle persone che si lamentano che l’episodio finisca con un happy ending, chiedo: abbiamo guardato la stessa puntata?


Il finale con un tipico plot-twist à la Black Mirror è, per me, tutt’altro che felice. Alle persone che si lamentano che l’episodio finisca con un happy ending, chiedo: abbiamo guardato la stessa puntata? Danny e sua moglie trovano un piccolo compromesso: lei può sentirsi giovane, bella e single per una notte e lui è libero di scorrazzare per la sua realtà virtuale e rincontrare la versione femminile e asiatica del suo amico Karl. Solo io ci vedo una tristezza infinita?

Con una critica molto sottile rivolta alla nostra continua ricerca del piacere nell’altrove, in realtà che non esistono, ignorando ciò che abbiamo sotto il naso, la stagione si apre con un episodio tiepido ma piacevole, un buon antipasto per l’episodio successivo.

Voto: 7/10.

Smithereens, i mostri siamo noi

Andrew Scott nei panni di Chris nel secondo episodio della quinta stagione di Black Mirror

Andrew Scott nei panni di Chris nel secondo episodio della quinta stagione di Black Mirror

Nel secondo episodio della quinta stagione non troviamo folli realtà virtuali né tenebrosi futuri distopici. L’azione è messa in moto, piuttosto, dalle conseguenze dell’uso smodato della tecnologia. Scopriamo infatti che Chiristopher ha contribuito involontariamente alla morte della sua fidanzata; ossessionato da un social network di nome Smithereens, Chris non può fare a meno di usare il suo cellulare mentre è alla guida e un fatale incidente toglierà la vita alla sua amata. Chris prende in ostaggio un impiegato della compagnia, che si scopre essere solo un intern, per poter parlare a telefono con Billy Bauer, il creatore dell’app da cui tutti sono ormai dipendenti.

Una storia molto semplice, ambientata nella Londra del 2018, ma che non lascia indifferenti. Forse perché sicuramente ci è capitato di vedere qualcuno usare il telefono alla guida con leggerezza, o forse per l’interpretazione commovente e potente di Andrew Scott nei panni di Christopher.


L’odio che riversa sul creatore del popolare social network è solo uno scudo temporaneo dal senso di colpa che lo stava consumando ormai da anni e per Christopher non c’è che un solo finale possibile.


Qualunque sia la causa, il secondo episodio ci tiene incollati allo schermo e in alcuni punti è difficile trattenere le lacrime. Ciò che colpisce di questo episodio sono i confini vaghi tra il bene e il male, la ragione e il torto. Christopher è straziato, a tratti delirante, ma una cosa per lui è molto chiara: lui ha ucciso sua moglie, non l’app, né Billy Bauer e neanche il conducente ubriaco dell’altra auto. La colpa è esclusivamente sua. L’odio che riversa sul creatore del popolare social network è solo uno scudo temporaneo dal senso di colpa che lo stava consumando ormai da anni e per Christopher non c’è che un solo finale possibile.

Episodio toccante e commovente, che fa riflettere molto non su un possibile futuro immaginato, ma sulle nostre azioni di oggi. Anche qui la tecnologia non è che una scusa per riflettere sulla tendenza tutta umana ad autodistruggersi.

Voto: 8/10.

Rachel, Jack e Ashley Too. Boh.

Miley Cyrus nei panni di Ashley O nel terzo episodio della quinta stagione di Black Mirror

Miley Cyrus nei panni di Ashley O nel terzo episodio della quinta stagione di Black Mirror

Tutto di questo episodio è dimenticabile. Persino il titolo, che ho dovuto cercare su Wikipedia. Dei tre episodi della nuova stagione, il terzo è sicuramente il più debole. Perché? Perché è disordinato, incasinato, non si capisce su cosa si basi né dove voglia arrivare. È semplicemente troppo. Ci sono troppe storylines, troppi temi, addirittura troppa tecnologia: la bambolina Ashley Too, ispirata alla pop star Ashley O, lo scanner celebrale che permette alla zia di strizzare la creatività di Ashley anche mentre è in coma ed estrarne nuove canzoni, Ashley Eternal, un sostituto olografico di Ashley O che può esibirsi ai concerti al posto della vera Ashley. Un casino.


Una cosa positiva devo scriverla: nessuno avrebbe potuto interpretare Ashley meglio di Miley Cyrus.


Per non parlare delle almeno quattro sottotrame che vengono affrontate in 67 minuti di episodio. 67, amici. Io dico: non erano necessari. Episodio spruzzato da un umorismo molto infantile, quasi fastidioso, però una cosa positiva devo scriverla: nessuno avrebbe potuto interpretare Ashley meglio di Miley Cyrus. Non a caso la storia della pop-star giovanissima a cui viene imposta un’immagine in cui non si rispecchia più è quasi autobiografica per la Cyrus, dunque non c’è da sorprendersi che la sua interpretazione sia così riuscita.

Episodio un po’ vuoto, senza capo né coda. Non osceno, a tratti anche piacevole, ma lascia lascia un po’ l’amaro in bocca a chi si aspettava un finale col botto.

Voto: 4.5/10.

Come gli stessi autori Charlie Brooker e Annabel Jones hanno più volte affermato, Black Mirror racconta persone, non la tecnologia. I due sono narratori ineccepibili, e in ogni episodio della serie hanno dipinto personaggi più che umani, con più difetti che pregi, che a volte ci repellono e altre ci commuovono. E la quinta stagione fa proprio questo: ci racconta storie di esseri umani, persone che hanno sbagliato, fallito o che sono semplicemente marce dentro. La tecnologia diventa solo una cornice dentro la quale questi personaggi imperfetti si muovono.

Forse non siamo ai livelli di Shut Up and Dance, e neanche di Black Museum, ma penso che questa sia stata la stagione più umana, più vicina a noi di tutte. Non bisogna più sforzarsi di immaginare mondi paralleli o universi alieni dominati dalla tecnologia: la distopia rappresentata da Black Mirror è già la realtà in cui viviamo.

About author

Federica Montella

Federica Montella

Fef vive in Irlanda, ma ama moltissimo il suo Paese, tanto che ogni volta che ci torna ci lascia un pezzettino di cuore (ma in compenso guadagna 3-4 kg). Ha vissuto nei Paesi Bassi senza saper andare in bicicletta e in Spagna pur odiando il rumore. Ama viaggiare, leggere, scrivere, comprare cd, collezionare plettri, il cocco, la birra e i cani. Studia giornalismo, ma è ancora incerta circa la sua vocazione. Vorrebbe vivere lungo abbastanza da assistere all'invenzione del teletrasporto; sogna di esplorare ogni angolo dell’universo, andare a tutti i concerti dei suoi artisti preferiti, mangiare quantità industriali di pizza senza ingrassare.

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