Io non sono felice e tu nemmeno. Perché?

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È paradossale: disponiamo di beni e servizi ben superiori ai nostri bisogni ma siamo l'umanità più depressa, ansiosa e insoddisfatta di sempre.

È paradossale: disponiamo di beni e servizi ben superiori ai nostri bisogni ma siamo l’umanità più depressa, ansiosa e insoddisfatta di sempre.

Quando parlo con persone che sembrano molto felici mi sento a disagio perché non le capisco (o le invidio). Sono infatti cresciuta a pane e Leopardi e, checché ne dica Lo Stato Sociale, ho sempre pensato che la felicità fosse una truffa.

C’è qualcosa di paradossale in tutto questo: abitiamo nel nord del mondo, viviamo in un’epoca pacifica, disponiamo di beni e servizi ben superiori ai nostri bisogni ma siamo l’umanità più depressa, ansiosa, infelice e insoddisfatta di sempre. Ho quindi provato a cercare una spiegazione a questo problema come avrebbe fatto qualsiasi persona adulta e matura: mi sono lamentata, poi pianta addosso e, infine, mi sono spaccata di TedTalk su YouTube.

Il colpevole? L’expectation gap!

Secondo gli psicologi, una persona vive serenamente se ha aspettative e azioni allineate. Banalizzando il concetto, sono felice se soddisfo le mie aspettative e provo invece un senso di insuccesso, fallimento e frustrazione se non raggiungo quanto desiderato. Le molte persone oggi insoddisfatte fanno dunque presupporre che allineare aspettative e azioni sia particolarmente ostico. Si definisce expectation gap il divario che si crea tra aspettative e realtà; più la discrepanza è ampia più si acuisce il malessere del singolo, perché matura delle aspettative che non riesce a soddisfare.

Perché abbiamo aspettative tanto alte?

Mamme e papà hanno fatto credere a molti bambini di essere speciali e che i loro sogni si sarebbero realizzati sempre e in fretta. Il dramma inizia quando terminati gli studi, ci si rende conto di avere aspettative poco adeguate al mondo reale.

Mamme e papà hanno fatto credere a molti bambini di essere speciali e che i loro sogni si sarebbero realizzati sempre e in fretta. Il dramma inizia quando, terminati gli studi, ci si rende conto di avere aspettative poco adeguate al mondo reale

La prima osservazione che possiamo avanzare è che la maggior parte delle persone insoddisfatte è giovane. Tim Urban attribuisce la colpa di ciò all’educazione che i millennial hanno ricevuto.

I genitori di chi oggi ha 20-30 anni sono stati allevati secondo valori di praticità e pragmatismo perché figli di persone che spesso avevano visto in faccia la fatica del periodo postbellico. Il sogno più ambizioso immaginabile all’epoca era raggiungere una condizione solida e stabile, un posto di lavoro fisso e una famiglia amorevole. Con il passare degli anni la sicurezza e la stabilità hanno però smesso di essere traguardo per divenire routine; i genitori hanno desiderato che i figli rompessero l’ormai monotono idillio borghese e che si distinguessero dalla massa.

Mamme e papà hanno fatto credere a molti bambini di essere speciali e che i loro sogni si sarebbero realizzati sempre e in fretta. Il dramma, dice Urban, dispiega le ali quando i millennial terminano gli studi, si inseriscono (a fatica) nel mondo del lavoro e si accorgono di avere aspettative poco adeguate al mondo reale.

Ma io voglio una vita perfetta!

La visione di Urban è interessante, ma addossare tutta la colpa ai genitori è tanto liberatorio quanto insufficiente: deve esserci altro.

Nat Ware fa un semplice ragionamento: se dobbiamo effettuare una scelta, non ci concentriamo per selezionare una buona opzione, ma quella perfetta. Ci aspettiamo che un’alternativa ci faccia essere totalmente felici, ma il problema è che ogni scelta fa attrito con la realtà e c’è sempre un margine di imperfezione che non corrisponde all’aspettativa da cui eravamo partiti. Qui entra in gioco l’expectation gap: la realtà non ha concretizzato le mie aspettative e io sono delusa e frustrata. Ma perché ci aspettiamo una scelta perfetta se sappiamo che la perfezione non esiste?


Vi è mai capitato di andare in vacanza in un posto e di aver pensato che su Instagram fosse più bello perché i filtri sono grandi e onnipotenti?


Oggi la nostra immaginazione non ha freni perché viene sovrastimolata come non mai. Il mercato ci propone in continuazione prodotti che sembrano donare la perfezione. Pensate alla pubblicità di una crema di bellezza o di un’auto sportiva: non viene venduto un oggetto, ma l’idea che quel bene materiale sia in grado di donare la felicità. Faccio compere, ma non divento mai davvero felice: mi serve di certo altro, magari se compro ulteriori prodotti avrò la felicità, giusto?

I social ci propongono tranche de vie irrealistiche, ma oltremodo perfette e seducenti. Vi è mai capitato di andare in vacanza in un posto e di aver pensato che su Instagram fosse più bello perché i filtri sono grandi e onnipotenti? Insomma, la Monna Lisa è troppo piccola dal vivo e le campagne irlandesi non hanno i verdi poi così saturi.

Quale senso dare?

Il punto è che il cervello umano è continuamente sottoposto a input sensoriali che cerca di ordinare: la nostra materia grigia cerca di razionalizzare la realtà caotica e frammentaria in cui si trova. Questo procedimento è un’esigenza per l’essere umano, che si trova smarrito se inserito in un contesto di stimoli casuali ma è più sereno se individua un senso o una finalità nella quotidianità. Il problema è il principio secondo cui il nostro cervello ordina gli stimoli.

Siamo immersi in un brodo di standard, immagini, offerte irrealistiche che il nostro cervello colleziona e ordina. Quando ci interroghiamo su cosa dovremmo fare per essere felici il nostro cervellino non può fare altro che vomitarci addosso le aspettative altissime che assorbe tutti i giorni da media, social, persone. Vuoi la felicità? Ho ricavato dal mondo un sacco di informazioni per te: ti basta avere un lavoro originale, creativo, perfetto, ben pagato, essere una meraviglia, non invecchiare, essere intelligente, brillante, audace, avere una bella famiglia, girare il mondo. Dovresti semplicemente cercare di essere perfetto e di avere tutto. La felicità oggi è così.

Ci siamo dentro tutti

Una buona risposta è quella portata avanti dal minimalismo: dovremmo essere più consapevoli delle nostre vere esigenze e dei meccanismi del mondo che ci circonda. Dovremmo accontentarci: less is more.

Una buona risposta è quella portata avanti dal minimalismo: dovremmo essere più consapevoli delle nostre vere esigenze e dei meccanismi del mondo che ci circonda. Dovremmo accontentarci: less is more.

Andiamo sul personale: so che siete messi come me. Spesso ho la sensazione di annaspare violentemente in un mare di aspettative senza oggetto. Voglio sempre di più, senza esattamente sapere cosa. Mi prefiggo obiettivi ma, una volta raggiunti, mi accorgo che non sono davvero felice. Covo un’insoddisfazione implacabile che diventa inevitabilmente foriera di ansia, perché pretendo di compiere solo scelte perfette. Potrei essere potenzialmente in luoghi diversi, potrei avere lavori differenti e mi distrugge sapere che forse non sto vivendo la mia vita migliore possibile. Nel frattempo mi perdo ciò che di positivo mi capita.

Una buona risposta è quella portata avanti dal minimalismo: dovremmo essere più consapevoli delle nostre vere esigenze e dei meccanismi del mondo che ci circonda. Siamo abituati a vivere come se facessimo zapping alla TV: passiamo da una scelta all’altra cercando il programma di vita migliore, tralasciando quelli che potrebbero essere piacevoli. Dovremmo concentrarci sul qui e ora, apprezzare quello che ci piace, lasciare andare quello che non ci sta bene. Dovremmo accontentarci: less is more. Eppure nel concetto di “accontentarsi” io ci vedo qualcosa di negativo: se mi accontento vuol dire che potrei essere migliore di come sono ora, ma non ci provo nemmeno. Probabilmente questo continuo ambire a qualcosa di più è un male tipicamente occidentale, una conseguenza del mito della carriera che io percepisco come un marchio indelebile che brucia sulla pelle.

A volte basta respirare; ci siamo dentro tutti, poi passa, ci si abitua. O forse no. Se da una parte condivido molto del pensiero minimalista, dall’altra mi sento continuamente coinvolta in corsa disperata e priva di traguardo. Respiro, va bene, però ho sempre i piedi sui blocchi.

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Giulia Mauri

Giulia Mauri

Giulia Mauri è laureata in lettere e insegna alle scuole medie. Si dice sia nata da una malsana mescolanza tra South Park, Nirvana, Cowboy Bebop, Moravia, Pavese, Bojack Horseman e tante cose belle. Troppo pallida, oscenamente timida, fortemente introversa, talvolta sarcastica. Ama i fumetti, l'animazione, i cani e la montagna.

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