Fleabag: il meglio dell'umorismo inglese al femminile

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In foto, Phoebe Waller-Bridge, attrice e autrice della serie Fleabag

In foto, Phoebe Waller-Bridge, attrice e autrice della serie Fleabag

«Questa è una storia d’amore». Così inizia la seconda stagione di Fleabag, la serie più tragicomica in circolazione, disponibile dal 17 maggio su Amazon Prime Video. Fleabag, letteralmente “sacco di pulci”, racconta la vita di una trentenne londinese di cui non conosceremo mai il vero nome e mantiene la sua promessa: per tutta la stagione, ogni intreccio è una storia d’amore. Semplicemente, non quel tipo di amore: amore per chi c’è ma è come se non ci fosse; amore per chi non c’è più; amore del quale non si sa più cosa fare, non si sa più dove mettere.

Egoista, apatica, cinica. Ma ha anche dei difetti

La Fleabag della prima stagione non sembrava in grado di amare: sul piede di guerra con tutta la sua famiglia, straziata dal lutto, la protagonista dei primi episodi cerca amore nei modi più sbagliati, soprattutto attraverso il sesso. Un sesso compulsivo, insignificante, vuoto, per mettere a tacere la paura di svegliarsi un giorno e sapere che, come donna, nessuno la vorrà più. Ma chi avrebbe mai voglia di vedere una serie così deprimente, interpretata da una donna che si autodefinisce «avida, perversa, egoista, apatica, cinica, depravata, moralmente in bancarotta, che non può nemmeno definirsi femminista»? Infatti c’è di più. C’è una scrittura brillante, sagace; c’è il meglio dell’umorismo inglese al femminile.

Forse non sono la persona giusta per parlarvi di questa serie perché non sopporto l’umorismo inglese o, almeno, non lo sopportavo prima di conoscere Phoebe Waller-Bridge. Lei è diversa. Lei ha, come le ha detto una volta un regista, «il dono della rabbia». È dalla rabbia che scrive, fin da quando era un’attrice squattrinata di poco più di vent’anni che non trovava lavoro ma, soprattutto, non trovava delle parti decenti per se stessa. Fleabag nasce così: un rabbioso monologo improvvisato che diventa uno spettacolo di stand-up comedy di circa un’ora e che, nel 2013, vince il primo premio al Fringe Festival di Edimburgo, il festival delle arti più grande al mondo. Il suo segreto? Scrivere di ciò che «avrei voglia di vedere. Soddisfo sempre il mio appetito, quindi scrivo di donne trasgressive, di amicizie,di dolore. Amo il dolore».

Buona la seconda (stagione)

In foto, Phoebe Waller-Bridge e Andrew Scott in una scena della serie Fleabag

In foto, Phoebe Waller-Bridge e Andrew Scott in una scena della serie Fleabag

L’ostacolo più grande per me è stato infatti superare il dolore che trasuda da ogni ripresa della prima stagione. Fleabag soffre e nessuno sembra accorgersene o, forse, nessuno è capace di affrontare il dolore se non attraverso un certo sarcastico distacco così tipicamente inglese da alimentare i peggiori stereotipi. Fleabag non ha amici, ha solo scopamici; poi ha noi, il suo pubblico.

Sulla scia di una lunga tradizione di serie che bucano la quarta parete (il grande maestro rimane, per me, Kevin Spacey in House of Cards), Fleabag si allontana dalla sua vita quando il gioco si fa duro per lasciar scivolare un piccolo commento verso noi spettatori, gli unici amici che le sono rimasti. Queste strizzatine d’occhio e battute però non hanno il sapore di una confessione che le dà un sollievo quanto di un’ammissione di colpa: questa sono io, purtroppo. Questo, però, è il vero obiettivo di Phoebe Waller-Bridge: in un mondo in cui le donne sono sessualizzate e oggettificate nella vita reale e sul piccolo e grande schermo, «esplorare il desiderio creativo di una donna è davvero emozionante. Può essere una brava persona, ma gli angoli più bui delle sua mente sono insoliti e incasinati, come quelli di tutti gli altri».

Nella seconda stagione suo padre, un uomo che non abbiamo ancora sentito in dieci episodi pronunciare una frase intera di senso compiuto, vede il percorso di crescita che ha attraversato Fleabag e ci rivela l’essenza della serie e della sua protagonista: «Penso che tu sappia amare meglio di ognuno di noi. Ecco perché tutto è così doloroso per te».

Uomini sull’orlo di una crisi di nervi

In foto, Phoebe Waller-Bridge in una scena della serie Fleabag

In foto, Phoebe Waller-Bridge in una scena della serie Fleabag

Quindi non fraintendetemi, Fleabag non è un dramma shakespeariano a colpi di lutti e dialoghi passivo-aggressivi. In parte, sì, lo è, ma il resto è puro divertimento: personaggi esilaranti e situazioni improbabili, a partire dall’impiegato della banca accusato di molestie che va a un corso di recupero dove si ritrova a insultare bambole di plastica per imparare a diventare un uomo migliore fino ad arrivare all’ex che si dimentica sempre un dinosauro di plastica per tornare e fare pace dopo che è stato lasciato. Il mio preferito rimane un altro personaggio però, l’affascinante modello con la fissa per le tette piccole – una fissa che condivide con l’autrice – che in una delle scene più divertenti rovina una preghiera di gruppo per ammettere: «Ogni tanto mi preoccupo del fatto che non sarei così femminista se avessi le tette più grandi».

Ma l’ossessione più grande sono forse gli uomini, specialmente quelli belli, bravi e gentili ma semplicemente troppo bisognosi d’affetto. La scrittrice rivela: «È stimolante vederli, no? “Quando torni a casa? Dove sei stata?”. Fallo dire a un uomo e tutto diventa subito interessante».

Ma cosa fa davvero più paura, una donna incasinata e il suo dolore o la rappresentazione di una mascolinità  imperfetta e in difficoltà? Quando Phoebe ha fatto vedere una prima versione di Fleabag a suo fratello, lui le ha detto che avrebbe spaventato un sacco di uomini con questa serie. E lei ha risposto: «Perfetto, cazzo, era anche ora».

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Roberta Cavaglià

Roberta Cavaglià

Nata a Torino nel '97, spero di svegliarmi un giorno e scrivere un intero romanzo, così, dal nulla. Nel frattempo, studio spagnolo, francese e portoghese, leggo, ballo, recito, mangio, viaggio.

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