Levante, lo stretto necessario per fare pace con la mia terra

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In foto, la cantautrice siciliana Levante, autrice del brano Lo stretto necessario, insieme a Carmen Consoli, Colapesce e Dimartino

In foto, la cantautrice siciliana Levante, autrice del brano Lo stretto necessario, insieme a Carmen Consoli, Colapesce e Dimartino

Quando ho ascoltato Lo stretto necessario di Levante e Carmen Consoli, ho pensato che ci sono canzoni che sono opportunità. Si fermano di fronte a te come treni da prendere in fretta e poi ti portano dove impari ad andare. È così che fa la musica, ti stacca il dolore dagli occhi per dimostrarti che, al di là di un ricordo, c’è il futuro; che un ricordo non dice sempre la verità, anzi, non la dice quasi mai, ma sa già tutto, sa dove andrai e dove non avrai mai il coraggio di portarti. La musica ti stacca il dolore dagli occhi per lasciarti attraversare la memoria, che – come magma – cambia i connotati di ciò che tocca, di ciò che brucia, di ciò che seppellisce.

Lo stretto necessario mi ha fatto ripensare, inevitabilmente, alla mia terra, la Sicilia. Alle campagne in fiamme, che vedevo dal balcone di mia nonna. Al fumo che s’alzava e si mischiava al cielo, ai tramonti che ingoiavano il mare, all’odore di salsa di pomodoro fatta in casa. Ho ripensato a tutte le cose di cui non ti accorgi perché pensi che saranno sempre a portata di memoria, invece le dimentichi. Ai panni stesi al sole, che sbattono contro le ringhiere per il vento di scirocco, alle strade strette, alle chiese, alle Madonne ornate d’oro, alle scalinate sempre troppo ripide, alle cime mai raggiunte, intuite, ambite.

Dettaglio della cover del singolo Lo stretto necessario, di Levante e Carmen Consoli, scritto insieme a Colapesce e Dimartino

Dettaglio della cover del singolo Lo stretto necessario, di Levante e Carmen Consoli, scritto insieme a Colapesce e Dimartino

Ho sempre avuto un rapporto strano con la Sicilia. Mai d’amore, mai nemmeno d’odio. Che fosse bella, l’ho capito attraverso gli occhi degli altri, che mi dicevano «Questa terra non assomiglia a nessun’altra». Ai miei, è sempre stata ingombrante e piccolissima, violenta e fastidiosamente innocente. Ai miei occhi, è sempre stata abbastanza per sopravvivere, ma poco per restare. O troppo per restare. Forse non saprò mai se sono stato coraggioso o codardo ad andarmene. Però sono felice lontano da quest’isola, questo mi basta. E sono felice quando torno qui, questo mi fa stare bene. Ma non è stato sempre così. C’è stato un tempo in cui soffrivo per il fatto che non mi appartenesse e per il fatto che io, a mia volta, non appartenessi a lei.

Quando ho ascoltato Lo stretto necessario, mi sono sentito parte di qualcosa. No, non era campanilismo, lo so per certo. Non era nemmeno compiacimento per quelle parole che suonavano perfette e spudoratamente vere. So soltanto che ho pensato: “Forse chi non è siciliano non può comprendere questa canzone fino in fondo, ma io vedo esattamente i posti in cui sono cresciuto e capisco il perché di ogni parola”. Il fatto di poterla capire fino in fondo mi ha fatto sentire al sicuro. Il fatto di non aver voluto prenderne le distanze mi ha fatto sentire adulto. In pace. Mi ha fatto sentire bene. Non credo che basti una canzone per creare un’appartenenza. Ma credo che una canzone possa servire a comprendere che tutto, a volte, non è abbastanza, mentre lo stretto necessario è sufficiente a ricostruire una memoria, a rimettere insieme i pezzi e far pace con una terra che non ha colpe, se non quella di essere la proiezione di tutto ciò che sono, che sono stato, che non potevo essere. Che non sapevo essere.


Non sono più in guerra, non aspetto più un risarcimento, non sono più arrabbiato con questa terra. Anzi, sono grato di avere un posto in cui tornare e uno da cui ripartire.


Lo stretto necessario sembra una fotografia ritrovata in un cassetto, con i contorni sfocati ma i volti ben a fuoco. Ha il sapore di quella malinconia sfacciata e ammaliante che solo la Sicilia possiede. È calda, accogliente, delicata. Credo che il pregio maggiore di questo brano sia quello di far vedere qualcosa, di proiettarsi nella mente come una pellicola. L’ascolti e ti sembra di poter intuire la parola successiva. Penso a chi ha lavorato a questo pezzo, si tratta di soli artisti siciliani, a Levante, autrice della canzone, che la Sicilia l’ha lasciata che era ancora una ragazzina, ai cantautori Antonio Di Martino e Colapesce, che hanno collaborato alla scrittura del brano, a Carmen Consoli, che ci ha messo la sua impronta preziosa e in questa terra “di focu e mari” ci è rimasta. Penso che la peculiarità di questo brano sia proprio il fatto che non racconti un solo punto di vista, eppure si traduca in un punto di vista soltanto. Quattro verità che sembrano una sola. Quattro storie diverse che coincidono.

Non sono più in guerra, non aspetto più un risarcimento, non sono più arrabbiato con questa terra. Anzi, sono grato di avere un posto in cui tornare e uno da cui ripartire. Grato di aver fatto pace con alcuni pezzi di me, che chiamavo sbrigativamente “Sicilia” per non accorgermi che ero io. Oggi la mia terra mi piace anche attraverso i miei occhi. Lo stretto necessario mi ha permesso di capirlo. Di togliermi di dosso i panni della vittima e sentirmi parte di questa storia, di questa malinconia. Forse sentirsi parte di qualcosa non significa appartenergli, ma l’appartenenza è una scelta, è con il bisogno di non sentirsi fuori posto che bisogna fare i conti. Appartengo a ciò che ho deciso, ma finalmente non mi sento più un estraneo nel posto in cui mi è capitato di nascere e crescere.

«Perché ho dovuto perderti per ritrovare il bello di te, ma proverò a difendere lo stretto necessario che c’è». Non voglio essere un figlio ingrato di questa terra, ma uno che la ama proprio perché non ha l’obbligo di farlo. Oggi mi sento così. E il merito è (anche) di una canzone che mi ha fatto alla tornare alla mente dei ricordi che credevo non servissero più.

Per me lo stretto necessario è questo.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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