Il paradosso delle politiche sull’immigrazione: rischiare vent’anni di prigione per salvare vite umane

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di Cátia Bruno per l’Observador
traduzione di Giulia Di Filippo

Miguel Duarte è un attivista portoghese che rischia vent’anni di prigione per aver aiutato a salvare migliaia di vite umane. Ci racconta cosa l’ha spinto nel mezzo del Mediterraneo e cosa ne pensa delle politiche dell’UE in fatto di immigrazione.

Vent’anni. Venti. È questo il numero di anni che Miguel Duarte, un giovane attivista portoghese di 26 anni, rischia di trascorrere in una prigione italiana nel caso in cui l’accusa avanzata nei suoi confronti dalla Procura di Trapani approdasse in tribunale e venisse giudicato colpevole. Il reato? Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per aver aiutato a salvare migliaia di migranti nel Mediterraneo. A bordo della Iuventa, insieme all’ONG tedesca Jugend Rettet, Miguel ha aiutato a salvare la vita a più di 14 mila persone quasi sicuramente destinate a morire affogate.

Miguel era un giovane studente di 24 anni, quando, colpito dalle notizie che mostravano il tentativo di migliaia di rifugiati di entrare in Europa e la morte di molti di loro lungo la strada, ha deciso di dover fare qualcosa. Così si è imbarcato sulla Iuventa insieme ad altri nove volontari, membri dell’equipaggio. Quello che ha visto l’ha segnato profondamente, soprattutto il ricordo delle persone che la nave non è riuscita a salvare: «La rabbia che provavo aumentava di giorno in giorno», confessa all’Observador in una telefonata dieci giorni dopo il lancio della campagna di crowdfunding dell’ONG Humans Before Borders (HuBB), che ha come obiettivo quello di raccogliere fondi per le spese legali e la difesa sua e degli altri attivisti accusati.

In foto, l'attivista portoghese Miguel Duarte a bordo della nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet

In foto, l’attivista portoghese Miguel Duarte a bordo della nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet

«Queste persone non vengono per scelta. Una madre non dovrebbe mai vedersi obbligata a mettere i propri figli su una nave che prende il largo, con così poche possibilità di sopravvivere», dice Miguel, dottorando in Matematica presso l’Instituto Superior Técnico di Lisbona. La frase è tratta dal video che HuBB ha diffuso insieme alla campagna fondi creata per aiutare la difesa di Miguel. L’obiettivo iniziale di € 5.000 è già stato superato di molto: ne sono stati raccolti più di 52.000. «Riempie il cuore», riconosce il giovane, che confessa di essere rimasto sorpreso da un appoggio così grande.

Se la solidarietà dei portoghesi riempie il cuore di Miguel, le politiche europee relative all’immigrazione e all’accoglienza dei rifugiati, d’altra parte, lo lasciano incredulo. «Sono state trovate solo soluzioni tampone attraverso l’esternalizzazione delle frontiere e gli accordi con la Turchia e con la Libia», spiega. «L’ho visto con i miei stessi occhi: in Turchia ci sono campi per rifugiati completamente fuori da ogni legalità, dove le persone non hanno accesso all’acqua potabile, figurarsi cose come l’istruzione… In Libia abbiamo visto quello che la CNN passa in televisione, c’è una vera e propria tratta di schiavi», denuncia.

Il nuovo governo italiano di coalizione tra Lega e M5S ha rafforzato le azioni contro le ONG che operano nel Mediterraneo. Il ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini è persino riuscito a far approvare delle leggi che aumentano le multe alle imbarcazioni che effettuano operazioni di salvataggio e ha decretato per loro la chiusura dei porti italiani. Miguel ricorda che queste politiche erano cominciate già quando al potere c’era il PD di Renzi, ma apre comunque uno spiraglio sulle politiche dei governi europei in materia: «Il governo portoghese si è mostrato particolarmente aperto per quanto riguarda la questione dei rifugiati. Spero che questa attitudine non cambi».

In foto, l'attivista portoghese Miguel Duarte

In foto, l’attivista portoghese Miguel Duarte

La campagna di raccolta fondi per aiutare Miguel e gli altri attivisti dello Iuventa è stata diffusa in Portogallo con l’hashtag #EuFariaoMesmo (io farei lo stesso, ndt) perché, come spiega lo stesso Miguel nel video, «salvare vite non è reato» e «chiunque avrebbe fatto lo stesso». Al telefono con l’Observador, ricorda che secondo l’art. 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, qualsiasi nave ha l’obbligo di «prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo» e di «procedere quanto più velocemente possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto».

È per questo, sottolinea, che non capisce come sia possibile che tale azione venga criminalizzata, quando è prevista dallo stesso diritto internazionale. Per non parlare poi dell’imperativo morale. Per Miguel, nemmeno la logica secondo cui, con questi salvataggi, si rischia di aumentare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo è una ragione sufficiente a farlo dubitare del cammino intrapreso. «Se vedo una persona che sta annegando, non le chiedo se ha il passaporto. La tiro fuori dall’acqua, la porto in salvo e a quel punto lo Stato verifica la situazione e si occupa della burocrazia», riassume all’Observador. «Questo processo può sconvolgere le nostre vite», riconosce, riferendosi alla pena che rischia insieme agli altri membri dell’equipaggio della Iuventa, «ma non cambierà i nostri principi».


In quell’occasione abbiamo salvato 423 persone in due settimane. Altre le abbiamo perse e sono state le perdite a cambiare radicalmente il mio modo di vedere questa crisi.


Come sei entrato a far parte di una squadra di salvataggio nel Mediterraneo? Cosa ti ha spinto a farlo?

«Nel 2015, 2016, studiavo a Lisbona ed era già da molto tempo che, come tutti quanti, leggevo e sentivo notizie sulla sofferenza che si vive alle porte dell’Europa, nei campi per rifugiati e nel Mediterraneo. Queste storie mi hanno sempre fatto provare una rabbia enorme, perché ero consapevole che si potesse fare qualcosa ma nessuno faceva niente, non c’era una risposta soddisfacente da parte dei governi. Sentivo che i governi dell’UE non rappresentavano il mio bisogno di agire, è stata questa la molla che ha fatto scattare in me la voglia di aiutare. Così ho cominciato a cercare dei progetti di volontariato a cui poter contribuire, finendo per incontrare questo. La Jugend Rettet cercava volontari e mi hanno accettato».

In foto, Miguel Duarte insieme all'equipaggio della nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet

In foto, Miguel Duarte insieme all’equipaggio della nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet

Quando è stata la prima missione?

«Nel settembre del 2016. Mi ha cambiato la vita. In quell’occasione abbiamo salvato 423 persone in due settimane. Altre le abbiamo perse e sono state le perdite a cambiare radicalmente il mio modo di vedere questa crisi. La rabbia che provavo aumentava di giorno in giorno e sentivo il bisogno di fare qualcosa, di aiutare per far sì che nessun altro dovesse morire in mare. Purtroppo, le cose non sono migliorate granché da allora… Invece di essere aiutate, queste navi vengono criminalizzate. Non siamo gli unici, ci sono diversi equipaggi accusati in Europa».

In questo caso, perché credi che la giustizia italiana stia reagendo in questo modo? Perché pensano che sia l’unico modo di risolvere la questione dell’immigrazione e di fermare i naufragi o perché c’è una tendenza politica dettata dal fatto che il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è della Lega, un partito di estrema destra?

«Di fatto avere un partito di estrema destra al potere non aiuta per niente. Con la Lega al governo, la situazione umanitaria nel Mediterraneo non è che peggiorata. Ma non si può neanche dire che il governo precedente, quello di Matteo Renzi, fosse pro-immigrazione, perché non lo era. La nostra nave è stata confiscata quando al potere c’era il PD. Non è cosa di oggi».


Se vedo una persona che sta annegando, non le chiedo se ha il passaporto. La tiro fuori dall’acqua, la porto in salvo e a quel punto lo Stato verifica la situazione e si occupa della burocrazia.


Che cosa rispondi a chi dice che le strategie delle ONG, che salvano persone nel Mediterraneo, siano un modo di gettare benzina sul fuoco, una soluzione che non fa altro che alimentare l’azione dei trafficanti e incentivare sempre più persone a imbarcarsi, senza garanzie, andando incontro quasi a morte certa?

«Questo tipo di ragionamento non segue nessuna logica… Chi critica l’operato delle ONG sostiene che, quando salviamo le persone, stiamo facendo il gioco dei trafficanti di esseri umani e dell’immigrazione clandestina. Ma le leggi sono fatte per proteggere le persone. Se qualcuno sta morendo, non dovremmo avere la pretesa di sapere se ha i documenti in regola o meno. Se vedo una persona che sta annegando, non le chiedo se ha il passaporto. La tiro fuori dall’acqua, la porto in salvo e a quel punto lo Stato verifica la situazione e si occupa della burocrazia».

In foto, l'attivista portoghese Miguel Duarte a bordo della nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet

In foto, l’attivista portoghese Miguel Duarte a bordo della nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet

Il ministro portoghese degli Affari Esteri, Augusto Santos Silva, che sta seguendo da vicino il suo caso, spera che si trovi una soluzione «giusta». Ma sostiene anche che casi come questi riguardano persone che «involontariamente» si stanno rendendo «complici dell’immigrazione clandestina o del traffico di esseri umani», nonostante agiscano per motivi umanitari. Come commenti questa dichiarazione?

«Ho letto le dichiarazioni poco fa… Come dovrei pronunciarmi al riguardo? Esistono leggi internazionali che proteggono l’aiuto umanitario. Con il nostro operato, non siamo complici di nessuna rete di tratta, stiamo agendo secondo il diritto internazionale che protegge e tutela la vita umana. Inoltre, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, un’imbarcazione che si trovi in situazione di emergenza deve essere portata in salvo in un porto sicuro».

Ci sono diversi casi di denunce come questa in Italia, ma anche in Grecia. Credi che questa tendenza alla criminalizzazione del salvataggio potrebbe essere adottata anche da altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come la Spagna e il Portogallo?

«Questa tendenza è già arrivata in Spagna, non credo che bisognerà aspettare molto. Il governo spagnolo ha chiaramente impedito a Proactiva e ad Altamar di operare nel Mediterraneo. In Portogallo non è ancora successo, ma non abbiamo nessuna squadra di salvataggio, che io sappia. Credo che il governo portoghese si sia dimostrato particolarmente aperto in relazione alla questione dei rifugiati, se paragonato agli altri Stati membri. Spero che questo atteggiamento non cambi».


Vedo una risposta individuale dei singoli Paesi, ma non un piano di azione comune dell’UE, che era ciò di cui avremmo avuto bisogno davanti a una crisi di queste dimensioni.


Nel 2015 la crisi dei rifugiati era sotto i riflettori. Da allora, la Germania ha aperto le porte, altri Paesi non hanno accettato il sistema di redistribuzione, c’è stato un accordo con la Turchia… Cosa possiamo dire, oggi, dei risultati di questa politica europea?

«Non vedo una risposta comunitaria. Vedo una risposta individuale dei singoli Paesi, ma non un piano di azione comune dell’UE, che era ciò di cui avremmo avuto bisogno davanti a una crisi di queste dimensioni. Sono state trovate solo soluzioni tampone attraverso l’esternalizzazione delle frontiere e gli accordi con la Turchia, la Libia e l’UE per pagare questi Paesi affinché non lasciassero passare i rifugiati. L’unico risultato ottenuto sono state enormi violazioni dei diritti umani. L’ho visto con i miei stessi occhi: in Turchia ci sono campi per rifugiati completamente fuori da ogni legalità, dove le persone non hanno accesso all’acqua potabile, figurarsi a cose come l’istruzione… In Libia abbiamo visto quello che la CNN passa in televisione, c’è una vera e propria tratta di schiavi».

E siccome la Libia è un buco nero, non riusciamo a capire esattamente cosa succeda lì…

«Esatto, sappiamo pochissimo di quello che succede, ma sappiamo che ci sono diverse violazioni dei diritti umani. E la colpa è delle politiche portate avanti dall’Unione Europea, non c’è dubbio».

In foto, la nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet

In foto, la nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet

La campagna di crowdfunding ha già superato l’obiettivo iniziale. Te lo aspettavi?

«No, onestamente no. Insieme a HuBB abbiamo deciso di porre quell’obiettivo (€ 5.000) perché ci sembrava realistico poterlo raggiungere in un mese e mezzo. Siamo stati parecchio ingenui, da quel che vediamo. Abbiamo raggiunto l’obiettivo in quattro giorni, dopo sette o otto giorni, invece, avevamo raggiunto i € 10.000 e l’ultima volta che ho controllato, € 27.000 (al momento della pubblicazione del presente articolo, la campagna, che sarà attiva ancora fino alle 18:00 del 12/07/19, ha raggiunto € 53.178, ndt). Tutti noi siamo rimasti molto sorpresi dalla solidarietà che le persone ci hanno dimostrato. Riempie il cuore».

Quali sono i prossimi passi del processo? Cosa succederà?

«In questo momento stiamo aspettando. I nostri avvocati stanno muovendo i primi passi e aspettiamo che ci diano una data di comparizione in tribunale. Fino a quel momento, questa campagna sarà importantissima. L’appoggio delle persone è talmente grande che ci dà la forza e la fiducia necessarie per continuare a lottare. Vuol dire che stiamo facendo la cosa giusta».

Quindi l’essere stato accusato, invece di farti demordere, ha rafforzato ancora di più le tue convinzioni e la tua determinazione a salvare gente nel Mediterraneo?

«La determinazione non è cambiata. Tutto questo teatrino, tutto questo polverone riguardo il lavoro che abbiamo fatto, è niente in confronto al nostro operato nel Mediterraneo. Siamo andati lì perché i nostri principi ci dicevano che non potevamo lasciar morire le persone e oggi faremmo lo stesso. Questo processo può sconvolgere le nostre vite, ma non cambierà i nostri principi».


Cátia Bruno è una giornalista portoghese. Scrive per l’Observador, in precedenza ha lavorato per l’Expresso.

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Giulia Di Filippo

Giulia Di Filippo

Classe ’94, Roma. Mi piacciono il viaggio, la letteratura, l'editoria, la traduzione, il buon vino e il cinema argentino. Più di tutto, mi piace lo spagnolo. Tra le altre cose, imparo come tenere in piedi una casa editrice e a ballare tango.

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