Come il sensazionalismo ha distrutto il giornalismo italiano (e non solo)

1
In foto, il carabiniere Mario Rega, ucciso nella notte tra giovedì 25 e venerdì 26 luglio a Roma

In foto, il carabiniere Mario Rega, ucciso nella notte tra giovedì 25 e venerdì 26 luglio a Roma

Sono le prime ore della mattina, già dalla notte eserciti di stacanovisti dell’informazione sono impegnati a battere ossessivamente a macchina fiumi e fiumi di parole. Le dita si muovono rapidamente, spasmodiche saltando da un tasto all’altro con la stessa agilità di Yuri Chechi, volteggiando con la stessa grazia di una Carolina Kostner.

Così, tra fiumi di caffè, fronti sudate, sguardi concentrati in un’ossessiva corsa contro il tempo (quella dell’informazione) si sta preparando la grande concertistica esibizione del sensazionalismo. Così (odio et) amo immaginare lo scenario preparativo all’apertura della grande sarabanda avviatasi non appena la tragica morte di Mario Rega si è meschinamente consumata.

Parole, di inchiostro e di pixel, sono state spese come da prassi sul caso del malcapitato vice brigadiere. Non solo servizi e aggiornamenti (sacrosanti) sulle indagini ma, soprattutto, speculazioni, accuse, ipotesi sugli aggressori e, dulcis in fundo, telecamere puntate sui volti rigati di lacrime dei famigliari. Non è, però, su Rega che si concentrerà il mio articolo. Anzi, la sua tragedia, purtroppo, ha per l’ennesima volta messo in mostra una tragedia ben diversa ma altrettanto grande, quella del “giornalismo” italiano (le virgolette sono tutt’altro che un mero vezzo formale).

Siamo onesti, il giornalismo vero, in Italia, forse non ha mai avuto la possibilità di esistere. Dai tempi di Giolitti, del trasformismo politico, del Fascismo prima e della DC poi, il giornalismo non è mai stato in grado, nello stivale, di essere ciò che dovrebbe (e deve) essere: uno strumento d’informazione totalmente super partes. Impossibilitato nella sua indipendenza da lacci e lacciuoli imposti da finanziamenti privati, interessi politici e conflitti che lo hanno reso, nel tempo, un vasto stuolo di bandiere pronte ad agitarsi nella direzione richiesta, mettendo da parte il sacrosanto canone dell’oggettività.

Cronaca e opinionismo, l’ormai sottilissima linea “nera”

In foto, il giornalista Mario Giordano, che nel suo video editoriale per La Verità individue in «due nordafricani» i possibili colpevoli dell'omicidio Rega, definendoli «due risorse, come direbbe Laura Boldrini»

In foto, il giornalista Mario Giordano, che nel suo video editoriale per La Verità individue in «due nordafricani» i possibili colpevoli dell’omicidio Rega, definendoli «due risorse, come direbbe Laura Boldrini»

Una linea nera come il colore dei caratteri che state leggendo o che trovate, la mattina, stampati sui quotidiani di tutta Italia, che ormai il lettore intravede quasi solo ed esclusivamente nei bar sotto bustine di stevia e briciole di cornetti alla crema (ma questa è un’altra storia).

Chi si sarebbe mai aspettato che il pronipote dei canards (pettegolezzi) francesi, antesignani del giornale, e delle loro pagine pregne di miracoli e catastrofismi sarebbe stato persino peggiore dei suoi stessi avi.

Nato in Francia (indicativamente), il “pettegolezzo” era in qualche modo mezzo di informazione. Alla base dell’intento e dell’operare giornalistico risiede la necessità, nobile quanto essenziale, di far conoscere al lettore il mondo, il suo mondo, quello che abita e che lo circonda. L’informazione, in sé, ha la grandissima responsabilità di favorire la crescita dell’individuo, mettendo a nudo i fatti, le azioni, gli eventi e le opere che plasmano la realtà circostante.

L’informazione, presa nella sua natura più cruda, dona delle basi, dei piccoli pixel che, raccolti assieme ad altri, fungono alla composizione del grande quadro di quel paradosso filosofico chiamato “vita”.

Niente di più, niente di meno. Il giornale informa, racconta, esplica. In particolare, il giornale, non deve (anzi, non dovrebbe) narrare.

Di base la cronaca può essere suddivisa in due macro settori. Da un lato la cronaca in sé, nuda e cruda. Fatti, questioni, numeri, statistiche, situazioni esplicate nella loro natura più sincera, senza fronzoli, senza aggiunte. Un elemento contro cui non dover prendere contromisure, da assorbire senza timore di rigetti in quanto completamente neutrale e, soprattutto, freddamente oggettivo.

Dall’altro lato troviamo invece l’opinionistica, quel sacrosanto ramo giornalistico ove un individuo X comunica concetti in forma di opinione (sottolineo, opinione) a un individuo Y, che deciderà in seguito cosa farne e, soprattutto, se farne qualcosa (questo, ad esempio, è in parte un articolo opinionistico). In quanto opinione, con questo macrocosmo della scrittura ricadiamo per definizione nel campo della soggettività.

Cosa succede quando oggettività e soggettività si fondono? Cosa succede quando la cronaca diviene opinione e, il fatto, narrazione? Accendete la TV o fatevi un giro su una manciata di testate online e lo scoprirete.

Il giornalismo di oggi tra soggettività, sensazionalismo ed emotività

In foto, Barbara d'Urso, storica conduttrice del talk show Pomeriggio Cinque, in onda su Canale 5

In foto, Barbara d’Urso, storica conduttrice del talk show Pomeriggio Cinque, in onda su Canale 5

Non abbiamo bisogno necessariamente del caso Rega per trarre una stima di quello che, il giornalismo di oggi, offre al fagocitatore e passivo lettore medio. Teniamolo però da conto in quanto esempio estremamente recente.

Una delle motivazioni per cui la d’Urso, nonostante il suo tasso di amabilità rasenti lo 0,5%, ha continuato ad ingombrare i salotti della televisione è la capacità innata, da ormai anni, di entrare nelle case degli italiani nei momenti più disgraziati possibili, rendendo conto del loro dolore e spalmandolo sullo schermo televisivo, pronto a nutrire un’inspiegabile folla di affamati fruitori (per citare i Tool di Vicarious, “’cause I need to watch things die… from a distance”).

Con salotti come quello di Pomeriggio Cinque informazione e cronaca (ancor meglio se nera) divengono spettacolo. Una vera e propria sorta di reality show tendente al giallo, dove le vittime indagate dalla signora Fletcher non sono solo dei figuranti ma probabilmente i vostri vicini di casa (vi sfido a non trovare in ciò qualcosa di inquietante).


Nella cronaca sfonda il panorama dell’emotività. La notizia crea così indignazione, rabbia, stupore, timore. Il valore del fatto diventa il suo potenziale di impatto.


Cosa succede quando il salottismo spregiudicato della televisione diviene modus operandi dell’universo giornalistico? Le conseguenze di tale opera le conosciamo tutti. Nella cronaca sfonda il panorama dell’emotività. La notizia crea così indignazione, rabbia, stupore, timore. Il valore del fatto, di per sé nullo dovendo essere semplicemente cronaca, diviene il suo share. Il giornale bisognoso della sua ampia fetta di attenzione deve allora rendere la notizia appetibile, deve portarla al suo massimo potenziale di impatto. Le viene donata una pesantissima base di storytelling, utile a far scattare la molla dell’empatia del lettore. Viene sovraccaricata di drammaticità, necessaria per stimolare l’indignazione.

Allora i titoli diventano pugni negli occhi, le notizie diventano ridondanti, continue e invasive. Le telecamere entrano nelle case delle persone dipingendone il dolore, ritraendolo in tutta la sua intima nudità e portandolo sugli schermi di milioni di persone.

Lo show della notizia e le sue conseguenze

In foto, Giorgia Meloni, presidente del partito Fratelli d'Italia

In foto, Giorgia Meloni, presidente del partito Fratelli d’Italia

L’informazione del sensazionalismo non è un informazione pura. Nel fatto raccontato dalla cronaca vengono aggiunti elementi narrativi, quasi romanzati. Il modo in cui noi recepiamo la notizia viene filtrato dal modo in cui il giornalista vuole farcela arrivare, viziandone la purezza dell’informazione, imponendoci un punto di vista.

Questo processo, ovviamente, non coinvolge soltanto gli eventi meritevoli di vasta scala, ma anche le piccole cose del giornaliero, vertendo verso la tendenza dell’ingigantimento universale.

Il grande problema in tutto ciò è che dovremmo essere noi liberi di decidere quando emozionarci, quando indignarci. Dovremmo essere noi a prendere conto delle informazioni affidateci raccogliendole per poi reagire in base al nostro spirito critico, delinearne la grandezza, la gravità, il peso.

Il giornalismo sensazionalista è quello che dà vita all’allarmismo, al continuo senso di pericolo. È quello che abitua le persone, come già detto da Karl Popper, all’idea della violenza continua come prassi della vita di tutti i giorni.

Così, per fare un esempio, facendo leva sull’opinione pubblica sfruttandone la dimensione emotiva, lo stupro da parte di un immigrato, narrato dalla cronaca, assume forme e dimensioni diverse da quello messo in atto da un italiano. Così, l’ennesimo sbarco a Lampedusa diventa invasione, innestando un senso di continua paura nelle menti delle persone. Così, i due americani fautori dell’omicidio Rega, si sono trasformati nei tweet di una Giorgia Meloni in magrebini, ancor prima che le forze dell’ordine stesse avessero realmente una mezza idea sulla loro nazionalità (la speculazione della politica sul giornalismo sensazionale è, anche essa, un’altra storia).

La distorsione del reale operata dal giornalismo dello share, del sensazionale, porta a sua volta alla distorsione del reale così come percepito dalle persone. L’inserzione di tocchi emotivi e opinionistici nel fatto priva lo stesso della sua oggettività, dicendoci cosa pensare e quando.


Io lettore ho bisogno di un giornalismo che non mi dica cosa pensare, ma che mi insegni come iniziare a farlo.


Così, l’omicidio Rega, ha ancora una volta non solo sottolineato la labilità della vita umana, portando di fronte ai nostri occhi un’immeritata morte per futili motivi, ma anche la labilità di quel confine tra cronaca e opinione che il giornalismo nostrano sembra essersi ormai da anni messo alle spalle.

Proprio così nacquero, anni orsono, quei regimi totalitari su cui molti di noi (e purtroppo non tutti) non esitano a gettare giuste condanne. Tramite una distorsione del reale. Io, lettore, vorrei essere libero di poter coltivare il mio spirito critico, il mio punto di vista. Io lettore merito la libertà di decidere dove e quando convogliare le mie emozioni. Io lettore ho bisogno di un giornalismo che non mi dica cosa pensare, ma che mi insegni come iniziare a farlo.

L’umanità ha bisogno di qualcosa che gli dia gli strumenti per contrastare i suoi demoni, i suoi lati oscuri. Solo una visione reale della vita e dei fatti per quello che sono possono fare in modo di impedirci di commettere quei medesimi errori che, ciclicamente, ci inducono verso l’autodistruzione. Invece, con quello che oggi è il mondo dell’informazione, i nostri demoni sembrano essere nutriti, sviluppati, ingranditi. Così, i nostri desideri più oscuri e reconditi vengono legittimati, come quello del voler guardare le cose morire… ma da una certa distanza.

About author

Lorenzo Natali

Lorenzo Natali

Musicista, studente di lettere e giornalista nel mondo on line da due anni. Appassionato a tutto ciò che riguarda l'arte e la società, ottimo risolutore di problemi altrui, profondamente inconsistente per i propri. La natura da capricorno ascendente cancro è croce e delizia, ma cosa sarebbe in fondo il mondo senza la continua lotta tra luci e ombre? Solo una grande noia.

1 comment

Post a new comment

Potrebbero interessarti

Perfino nel cinema, uno dei settori più creativi e innovativi della cosiddetta “industria culturale”, le donne sono ancora una minoranza

Gender gap: donne svantaggiate nel grande e piccolo schermo

Con Gender gap s’intende la disparità di trattamento che subisce una categoria di individui in base al suo genere di appartenenza. 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi