She's gotta have it, la lezione di cultura afroamericana di cui abbiamo bisogno

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Tracy Camilla Johns, Redmond Hicks, John Canada Terrell e Spike Lee in una foto di scena del cortometraggio Lola Darling (Spike Lee, 1986), su cui si basa la serie She's Gotta Have It, diretta dallo stesso regista

Tracy Camilla Johns, Redmond Hicks, John Canada Terrell e Spike Lee in una foto di scena del cortometraggio Lola Darling (Spike Lee, 1986), su cui si basa la serie She’s Gotta Have It, diretta dallo stesso regista

I veri cinefili sapranno di cosa parlo quando cito il Rashomon effect o effetto Rashomon. Girato nel 1950 da Akira Kurosawa, nell’omonimo film lo stesso omicidio viene descritto in quattro modi completamente diversi dai testimoni. Da allora, il Rashomon effect designa qualsiasi fenomeno di cui esistano varie interpretazioni, meglio se contraddittorie tra loro. Uno degli esempi più brillanti di questa teoria è la vita di Nola Darling, la protagonista di She’s Gotta Have ItProdotta da Netflix, la seconda stagione della serie è stata rilasciata lo scorso 24 maggio.

A dire il vero, Nola Darling non debutta sugli schermi nel 2017 con la prima stagione della serie. Protagonista del primo cortometraggio del regista americano Spike Lee, è uno di primi tentativi di rappresentazione della sessualità delle donne afroamericane e del poliamore sul grande schermo. Giovane artista in erba, Nola si barcamena tra mille lavoretti per mantenersi nel suo piccolo appartamento. Situato nel cuore di Fort Greene, uno dei più antichi quartieri di Brooklyn, lì la popolazione afroamericana supera il 40% dei residenti totali.

Tra le sue mura viene custodito un vero tesoro: le sue tele e il suo ambitissimo letto, circondato da candele profumate. Ambitissimo proprio perché, nonostante Nola adori apertamente il sesso, si rifiuta di fare l’amore in qualsiasi altro letto che non sia il suo. Con grande dispiacere dei suoi compagni. E avete letto bene, parlo al plurale.

Tutti gli uomini di Nola

DeWanda Wise nei panni di Nola Darling nella serie She's Gotta Have It

DeWanda Wise nei panni di Nola Darling nella serie She’s Gotta Have It

Facendo un passo indietro, possiamo dire che il fil rouge che unisce il film degli anni Ottanta alla serie degli anni Duemila è proprio il Rashomon effect. Nola ha tre amanti fissi e ognuno la descrive in maniera totalmente diversa.

Il più giovane, Mars (interpretato nel film da Spike Lee), è un ragazzo portoricano che venera le Jordan, il basket e il baseball. Creativo, divertente ma decisamente infantile, con lui Nola non smette mai di ridere. Il secondo è invece decisamente più maturo: Jaime è il classico broker, serio, romantico, con un matrimonio a pezzi. Porta Nola a cena in posti raffinati e la mantiene comprandole i materiali necessari per dipingere. La separazione dalla moglie rimane però un tasto dolente. Infine Greer, un modello di origini francesi che lavora anche come fotografo per le riviste di moda. Colto, seducente e bellissimo, anche lui ha una vita sessuale che non conosce tregua. A questa lista si aggiunge Opal, una madre single che vorrebbe garantire alla figlia una famiglia stabile.

Al di là di Opal, i tre uomini sono diversi tra loro, ma si trovano d’accordo su una cosa: Nola è decisamente una freak, forse una ninfomane, e tutti cercano di addomesticarla.

I rimpianti del regista

Tracy Camilla Johns nei panni di Nola Darling nel cortometraggio Lola Darling (Spike Lee, 1986)

Tracy Camilla Johns nei panni di Nola Darling nel cortometraggio Lola Darling (Spike Lee, 1986)

Nel film, il tentativo di addomesticamento sembra andare tragicamente a buon fine. La scena finale di Lola Darling – questo il titolo del corto – rappresenta uno stupro, la punizione che Nola si “merita per la sua libertà sessuale. È proprio uno dei suoi amanti a ferirla, Jaime.

Nel saggio Whose pussy is this?, la grande femminista statunitense bell hooks spiega la traiettoria di She’s Gotta Have It da promessa femminista a flop patriarcale. Secondo l’autrice, è esattamente in quel momento che Nola dovrebbe dichiararsi libera e indipendente, ribellarsi, e invece rimane passiva. «È ironico perché fino a quel momento siamo state sedotte dalla sua immagine di donna forte, una donna che osa essere sessualmente liberata, esigente, attiva. Siamo sedotte e abbandonate»[1].


Nel film, i tre uomini bucano la quarta parete per parlare al pubblico di Nola. Il corto diventa allora un’interessante esplorazione della psiche maschile, lasciando da parte quella femminile.


Nel 2014, Spike Lee ha ammesso che il finale del film è uno dei più grandi rimpianti della sua carriera. Con la serie, il regista non cerca solo di rimediare a quest’errore, ma anche a un altro grosso sbaglio. Nel film, i tre uomini bucano la quarta parete per parlare al pubblico di Nola, in una sorta di mockumentaryIn questo modo, i personaggi rivelano più di se stessi che della ragazza. Il corto diventa allora un’interessante esplorazione della psiche maschile, lasciando da parte quella femminile. La Nola dell’esordio sarebbe quindi l’ennesima manic pixie dream girl, un topos che riguarda le giovani donne nel cinema. Spesso eccentriche ma poco profonde, il loro ruolo si riduce ad aiutare il protagonista maschile a trovare la felicità. Alcuni esempi sono Summer di (500) giorni insieme o Maggie di Amore e altri rimedi.

La Nola della serie invece è molto più indipendente e autonoma. In una delle sue tele scrive infatti: «If I didn’t define myself for myself, I would be crunched into other people’s fantasies for me and eaten alive».

Dal film alla serie

DeWanda Wise nei panni di Nola Darling nella serie She's Gotta Have It

DeWanda Wise nei panni di Nola Darling nella serie She’s Gotta Have It

La prima stagione della serie sviluppa l’idea del film, ne corregge la traiettoria e l’adatta alla Fort Green del 2017. La lotta alla gentrificazione del quartiere, una delle storiche battaglie del regista; il trauma dell’elezione di Trump e della morte di Prince per la comunità afroamericana; il rapporto tra femminismo e chirurgia estetica e l’eco del #MeToo. È proprio un episodio di molestie che spinge Nola a creare una campagna di street art. Il suo titolo è My name isn’t: sullo sfondo, volti di donne diverse per età e etnia e in primo piano i vari nomignoli che sentono camminando per strada. Questa vicenda spinge la ragazza a andare in terapia, durante la quale si chiede: «Do I have to give up an essential part of my self-expression to survive?». Un dubbio che tormenta ogni giovane donna.

Da un lato, quindi, un forte contenuto politico e dall’altro un’estetica citazionista, transdisciplinare, autoironica. I dialoghi sono spesso interrotti da copertine di dischi, libri, opere d’arte, tutti appartenenti alla cultura afroamericana.

Ecco apparire allora le opere di Basquiat, la copertina di Citizen di Claudia Rankine, la tomba di James Baldwin. La seconda stagione si apre con una citazione tratta da I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston:

Le navi lontane hanno a bordo i desideri di tutti gli uomini. Per alcuni, esse giungono a terra con la marea. Per altri, continuano a veleggiare all’orizzonte, senza mai scomparire, senza mai venire a terra, finché colui che le guarda volge altrove gli occhi rassegnatamente, e i suoi sogni sono uccisi dalla beffa del tempo. È questa la vita degli uomini. Ora le donne dimenticano tutte le cose che non vogliono ricordare, e ricordano tutto quello che non vogliono dimenticare. Il sogno è la verità. Ed esse si comportano e agiscono di conseguenza.

La seconda stagione

In She's Gotta Have It, Nola è autrice di una campagna di street art dal titolo My name isn't. Visual di Tatyana Fazlalizadeh

In She’s Gotta Have It, Nola è autrice di una campagna di street art dal titolo My name isn’t. Visual di Tatyana Fazlalizadeh

A più di un anno dal catartico finale della prima stagione, la seconda è ancora più incentrata su Nola e sulla sua vita artistica. I suoi temi principali sono il rapporto tra l’arte e il denaro o quello tra arte individuale o collettiva. In parallelo si snodano le vite di Opal, Greer, Jaime e Mars. Quest’ultimo ha una grande evoluzione come personaggio, aiutata dal grande peso che acquisisce la comunità latinoamericana negli ultimi episodi. Lontano dal devastante documentario girato per HBO When The Levees Broke dedicato all’uragano Katrina, l’episodio #OhJudoKnow?, è una lettera d’amore alla Puerto Rico post-uragano Maria.

Il finale aperto lascia intendere che la serie potrebbe essere rinnovata per una terza stagione, necessaria per chiudere molti archi narrativi. She’s Gotta Have It non è infatti una serie perfetta. Poco lineare, spesso i suoi dialoghi sono irrealistici, sfociando in vere e proprie prese di posizione politiche. Tuttavia, credo che nonostante le sbavature, si tratti di una serie-manifesto molto importante per il pubblico italiano che è ancora poco familiare con la cultura, la Storia e l’arte afroamericana.


Fonti:
1. Reel to Real: Race, class and sex at the movies, bell hooks, Routledge, 1996, p.299. Traduzione mia.

About author

Roberta Cavaglià

Roberta Cavaglià

Nata a Torino nel '97, spero di svegliarmi un giorno e scrivere un intero romanzo, così, dal nulla. Nel frattempo, studio spagnolo, francese e portoghese, leggo, ballo, recito, mangio, viaggio.

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