"La generazione dei soli": la solitudine come malattia del nuovo millennio

0
Il social media, oggi, è la vetrina massima, il cinematografo principale proiettante informazioni su informazioni: pensieri, fotografie, video e via dicendo

Il social media, oggi, è la vetrina massima, il cinematografo principale proiettante informazioni su informazioni: pensieri, fotografie, video e via dicendo

La generazione dei soli“: sembrerebbe il nome di un film o di un album, una bella uscita a effetto da sparare in faccia al nostro interlocutore dopo il terzo negroni in un venerdì sera più alcolico del dovuto. È invece, tristemente, la definizione che potremmo assegnare alla nostra generazione, su cui tante parole in tantissimi casi sono già state spese.

La solitudine è una sensazione sempre più diffusa nei giovani, ormai sempre più soggetti a “disturbi mentali” e difficoltà emotive di vario genere. Studi condotti da Jean Twenge, autrice del libro iGen e docente di psicologia presso la San Diego State University, hanno messo in luce un tasso di crescita del 52% dei giovani affetti da sintomatologie depressive, arrivando anche a un 63%  in più nel caso dei giovani adulti. Stress, ansia e depressione sfociano naturalmente in quel costante senso di solitudine che, volente o nolente, affligge gran parte dei “millenials”.

Non dovrebbe però questa essere un’affermazione quasi ossimorica considerata l’era in cui viviamo, quella dei social media, della comunicazione, del contatto continuo? Assolutamente no. Mai come nel 2019 l’essere umano si ritrova a soffrire di solitudine e, in stretta connessione, depressione; il tutto è dovuto a un circolo vizioso tanto semplice da comprendere quanto difficile da rompere. Andiamo quindi ad analizzare la genesi della “generazione dei soli”.

Capitalismo social, vite messe in vetrina

Immaginate di percorrere il corso principale della vostra città e di scorrere con gli occhi, vetrina dopo vetrina, i prodotti in vendita: vestiti di pregio, elettrodomestici, prodotti di ogni tipo, lussi cui guardiamo con fame e desiderio. Immaginate, poi, di posare lo sguardo su una vetrina del tutto particolare, diversa da tutte le altre: al suo interno schermi proiettano immagini di sorrisi, feste, foto scattate da macchine fotografiche esose ritraenti personaggi al meglio della loro apparenza.

Luci magnifiche, volti belli e curati, puliti e radiosi, volti di persone che, la vita, sembrano godersela: voi, invece, fermi di fronte a quella vetrina con in tasca solamente il resto del caffè consumato al bar dopo otto ore di lavoro, avete sul volto le rughe di un’esistenza faticosa, piena di dubbi, piena di incertezze, parca di soddisfazioni. Le vite altrui, proiettate in pompa magna da quegli schermi, rimbombano nella vostra testa assumendo le forme di qualcosa che non potrete mai avere e, improvvisamente, vi sentite in difetto.


In media, utilizziamo il nostro telefono centocinquanta volte al giorno, a intervalli di sette minuti; il 48% dell’usufrutto di internet è sui social, dove l’utente passa in circa sei ore al giorno. In totale, l’internauta del 2019 trascorre cento giorni sui social network.


Adesso immaginate di avere quei medesimi schermi sempre nelle vostre tasche, a portata di mano; in media, utilizziamo il nostro telefono centocinquanta volte al giorno, a intervalli di sette minuti (sono abbastanza convinto i numeri siano ben più grandi nel reale, prendiamoli però per buoni). Secondo l’ultimo Global Digital Report di We Are Social e Hootsuite, nel 2019 il 48% dell’usufrutto di internet di ogni singolo fruitore di compagnie telefoniche è speso sui social, luogo dove l’utente passa in media sei ore al giorno. In totale, l’internauta del 2019 trascorre cento giorni sui social network.

La precedente carrellata di statistiche può già di per sé mettere in luce un dato allarmante. Andando nello specifico, però, ci rendiamo conto che il social media, oggi, è la vetrina massima, il cinematografo principale proiettante informazioni su informazioni: pensieri, fotografie, video e via dicendo. Tramite il social ogni giorno assistiamo in diretta allo svolgimento della vita delle persone; il telefono, di fatto, è il luogo in cui vengono filtrate le vite altrui e messe in mostra, donando loro un taglio irresistibile e splendente.

La sindrome da consumismo ossessivo che attanaglia l’uomo moderno va così riversandosi non soltanto sui beni di lusso ma, soprattutto, sugli stili di vita, sugli status, su ciò che a noi sembra essere il modo migliore di vivere. Non c’è bisogno di dire, ovviamente, quanto sia deforme rispetto alla realtà ciò che viene riflesso dagli schermi. Nonostante questa razionale presa di coscienza, però, non possiamo fare a meno di sentirci in difetto nei confronti di  ciò che gli altri sembrano possedere in più di noi.

Le vite altrui, proiettate in pompa magna sugli schermi, rimbombano nella vostra testa assumendo le forme di qualcosa che non potrete mai avere

Le vite altrui, proiettate in pompa magna sugli schermi, rimbombano nella vostra testa assumendo le forme di qualcosa che non potrete mai avere

L’umano del ventunesimo secolo, per come dipinto dai social, sembra essere una creatura felice, bastevole di se stessa, ricca di contatti, voluta e ben voluta, sempre in mostra e sempre nota. Scatta così la famigerata sindrome del “primo della classe“. La generazione di oggi è nata in un ambiente sociale ricolmo di problemi e, soprattutto, poco attento al divenire degli individui del futuro: in luoghi come l’Italia in particolare, dove le prospettive lavorative sono incerte e dubbie, dove lo sviluppo economico è un fumoso miraggio e dove l’ascensore sociale, oramai, è oggettivamente bloccato, la visione della vita altrui assume sempre più spesso un peso notevole. Una generazione lasciata a se stessa, quindi, priva di prospettive future, di ansie ma, soprattutto, continuamente alla ricerca di un ideale che, in realtà, non esiste: quello che ogni giorno viene proiettato dai nostri schermi tramite i filtri della comunicazione sociale.

La semplicità del lusso e la sindrome del porcospino

Come ha fatto il social media a disabituarci alla complessità delle cose? È noto ormai a chiunque quanto gli elementi base del mondo mediale di oggi siano la semplicità, la rapidità nella fruizione e il dinamismo: il mondo del pubblicitario, sempre attento ai cambi di trend in corso nella società, potrebbe dare un’ottima conferma di questa ipotesi. Siamo ormai circondati da pubblicità dinamiche, brevi, accattivanti; lo spot ormai non supera i trenta secondi di durata – tempo gradito dalla maggior parte dei fruitori di internet come riportato dalle ricerche svolte da AdRection nel 2018. Anche l’universo degli youtuber potrebbe dare uno spunto interessante sulla questione: la maggior parte dei creatori di contenuti ormai alla ribalta sul “tubo” danno continuamente vita a prodotti ricchi di dinamismo, cambi di inquadrature, rapidità nell’esplicare i concetti e i dialoghi.

Due anni fa, i ricercatori della University of Southern California (Usc) di Los Angeles lanciarono, sulle pagine della rivista Jama, un allarme chiaro: i maggiori fruitori dei social media sono coloro più facilmente soggetti allo sviluppo di sintomi affini all’Adhd, disturbo mentale caratterizzato da sintomi come deficit di attenzione, iperattività e impulsività. La rapidità e la semplicità dei social hanno portato, con il passare del tempo, a un netto calo dell’attenzione media del fruitore, abituato sempre più a contenuti usa e getta. L’incremento del loro utilizzo per scopi di marketing ha dato il via a un circolo vizioso dove la velocità di fruizione si muove in maniera direttamente proporzionale al il calo dell’attenzione e all’iperattività del singolo.


L’abitudine social si riflette anche sulla vita quotidiana: i trenta secondi medi di permanenza all’interno di un articolo o di un video diventano le tempistiche medie dedicate anche alle cose più complesse.


La complessità delle cose, ben poco incastonabile nel concetto di semplicità, viene così messa sempre più ai margini disabituando le persone alla gestione del difficile, alla comprensione del complicato; l’abitudine social si riflette poi in maniera naturale anche sulla vita quotidiana (ricordiamoci la media dei cento giorni su 365 trascorsi sulle bacheche social). Lo scorrimento dei post su di una bacheca diviene la base per fare una scelta; i trenta secondi medi di permanenza all’interno di un articolo o di un video diventano le tempistiche medie dedicate anche alle cose più complesse.

Anche le relazioni umane vengono sottoposte alla tirannica barra del consumismo; il prodotto finale è un interfacciarsi con il prossimo in maniera disimpegnata e superficiale, molto simile ai parametri dell’usa e getta. I casi di ghosting aumentano vertiginosamente assieme allo sviluppo di relazioni mordi e fuggi. Relazionarsi con le persone è un processo estremamente complesso che richiede tempo e, soprattutto, un profondo impegno emotivo: la rapida semplicità social, diventata abitudine e trasposta nella vita di tutti i giorni, ci rende così incapaci di investire il tempo necessario nella conoscenza dell’altro e di noi stessi e costruisce un vero e proprio muro che rende impossibile il rapporto umano tra individui.

Così i protagonisti del ventunesimo secolo rimangono soli: lontani da loro stessi e fra di loro, in un mondo che gli impone una folle corsa per la sopravvivenza

Così i protagonisti del ventunesimo secolo rimangono soli: lontani da loro stessi e fra di loro, in un mondo che gli impone una folle corsa per la sopravvivenza

La conseguenza di tale processo è un senso di chiusura inconscio: non in grado di capire e avvicinarci al prossimo mentre sentiamo il bisogno naturale di interagire e instaurare relazioni, ci sentiamo contemporaneamente feriti da ciò che non abbiamo e che vorremmo avere e messi in pericolo da ciò che potrebbe significare un coinvolgimento mentale ed emotivo più intenso – cosa che richiede l’elaborazione di sentimenti complessi e il rischio di vivere emozioni negative (quelle che sembrano non esistere nelle vite delle persone che seguiamo sui social). Si sviluppa perciò la paura di ferirsi aprendosi al prossimo, di affrontare un universo complesso che non si è più abituati a considerare: come il porcospino che, con i suoi aculei, non trova modo per avvicinarsi ai suoi simili.

Impossibilitati nel rapportarci con l’altro, assuefatti dal senso di difetto nei confronti di un modello che non ci appartiene, diventiamo incapaci di vivere la complessità della nostra natura interiore, divenendo per noi stessi sconosciuti: un senso di separazione interiore che non può che portare a conseguenze estremamente gravose, come l’incapacità nell’instaurare relazioni e l’accettazione di noi stessi e delle nostre vite.

Così i protagonisti del ventunesimo secolo rimangono soli: lontani da loro stessi e fra di loro, in un mondo che gli impone una folle corsa per la sopravvivenza. Siamo la “generazione dei soli” e nessuno può porre rimedio a un problema di così enormi dimensioni se non noi stessi.

About author

Lorenzo Natali

Lorenzo Natali

Musicista, studente di lettere e giornalista nel mondo on line da due anni. Appassionato a tutto ciò che riguarda l'arte e la società, ottimo risolutore di problemi altrui, profondamente inconsistente per i propri. La natura da capricorno ascendente cancro è croce e delizia, ma cosa sarebbe in fondo il mondo senza la continua lotta tra luci e ombre? Solo una grande noia.

No comments

Potrebbero interessarti

Il cantautore palermitano Alessio Bondì in una foto di Manuela Di Pisa

Alessio Bondì: «Sfardo è lo strappo da cui nasce la mia musica»

[caption id="attachment_11356" align="alignnone" width="1200"]Il cantautore palermitano Alessio Bondì in una foto di Manue...            </div>
        </article>
        
        </div>
    
</div><!-- .recommend-box -->        		            <script>
                ytframe_ID = [];
            </script>
            
            <div class=

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi