Avete rovinato anche la spontaneità dei tormentoni estivi

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La cantante Giusy Ferreri e i produttori Takagi & Ketra in una foto di Edward Sheller, per il lancio del singolo Jambo

La cantante Giusy Ferreri e i produttori Takagi & Ketra in una foto di Edward Sheller, per il lancio del singolo Jambo

I tormentoni estivi non esistono più. Qualcuno penserà che io sia impazzito, del resto se ne sentono talmente tanti in giro; ma, fidatevi di me, non esistono più. È proprio perché sono tanti, indistinguibili, sostituibili, prevedibili e noiosi che non esistono più.

Il tormentone è un brano di facile fruibilità, con un motivetto accattivante e un ritornello che fa breccia nella mente delle persone e non se ne va più: sin dal suo esordio, nei primi anni Sessanta, è stato un pezzo di facile presa, popolare, bonariamente fastidioso. Non va denigrato: ogni canzone è figlia del proprio tempo e i tormentoni sono sopravvissuti agli ultimi sessant’anni di musica sfidando pregiudizi, denigrazioni e, soprattutto, lo scherno di chi li considera brani di importanza secondaria. Eppure i tormentoni, da quando il mare era «una tavola blu» a oggi, ne hanno fatta di strada. Da Vamos a la playa dei Righeira a Playa di Baby K; dalla Tintarella di luna di Mina al mezzo panino di Tommaso Paradiso, mangiato sotto il sole di Berlino, ne hanno raccontate di cose. Hanno permesso alla musica di scoprire un nuovo modo di esprimersi; hanno sdoganato la trasgressione, sfidato il sesso, insegnato l’ironia, legittimato la leggerezza. Con buona pace dei detrattori, hanno fatto la loro parte e l’hanno fatta bene.

Una volta, però, i brani diventavano tormentoni. Oggi, invece, nascono e muoiono senza lasciare traccia non solo nella memoria personale e collettiva, ma anche in classifica. Perché sono tanti, l’ho detto, e soprattutto perché sono spersonalizzanti: fluttuano nell’etere senza avere un volto di riferimento, si confondono l’uno con l’altro, si annullano l’uno con l’altro e soprattutto annullano la personalità dei loro interpreti.

Tormentone non si diventa: il caso di Giusy Ferreri

Prendiamo in esame Giusy Ferreri: nata a X Factor oltre dieci anni fa ma giunta nel talent con uno stile già ben cementificato e un repertorio che, per sua stessa ammissione, ha sempre voluto difendere, è un’artista controversa, di certo unica, forte di una voce densissima e di un temperamento inconfondibile. La fortuna di Giusy Ferreri l’ha fatta Tiziano Ferro che, in collaborazione con Roberto Casalino, ha confezionato per lei Non ti scordar mai di me e il suo disco d’esordio, Gaetana, un album pop, forse non all’altezza della personalità complessa e stratificata di Giusy, ma godibile e di qualità. Poi la Ferreri ha fatto un passo verso se stessa: la sua casa discografica le ha imposto di fare un album di cover e lei, in tutta risposta, ha pubblicato Fotografie, che è un disco pregiato e difficilissimo. Un lavoro coraggioso, per niente pop, prezioso proprio perché diverso da qualsiasi altra proposta di album di cover: Giusy ha cantato Tenco, Paolo Benvegnù, Rino Gaetano, e l’ha fatto in armonia con il proprio stile.

La pubblicazione di Il mio universo taglia il cordone ombelicale: un disco rock, scuro e di grande impatto, che ha spazzato via ogni dubbio. Giusy Ferreri, nata come una cantante con una voce ingovernabile che arriva sempre prima di lei e la marchia a fuoco, ha anche e soprattutto una personalità distinta, un bagaglio di canzoni e di verità da difendere, una storia da raccontare. I consensi, però, sono diminuiti in fretta, perché la gente fa fatica a guardare oltre la superficie: non tutti, sia chiaro, certamente però quella che l’ha conosciuta a X Factor e che rappresenta il pubblico medio di un talent show. Quella che, per intenderci, ha permesso che la musica diventasse un fast food e che ha messo in ginocchio la discografia; perché le case discografiche, sia ben inteso, fanno quello che il pubblico vuole.


Ai primi posti in classifica non c’è Giusy Ferreri, ma una voce martellante e senza storia, che canta meccanicamente brani senza contenuto, per accontentare la stessa gente che, oltre dieci anni fa, l’ha eletta a furor di popolo vincitrice morale di X Factor (perché era arrivata seconda), ma l’ha abbandonata quando ha capito che non è soltanto una voce.


Se il pubblico si stanca di un artista a pochi mesi dal suo esordio perché ci sono tante proposte e non ha tempo e voglia di approfondire la conoscenza di un cantante, le case discografiche lo sostituiranno in fretta. Questo però è un altro discorso che qui c’entra solo in parte. Quello che voglio dire è che la carriera di Giusy Ferreri, quando la sua personalità ha preso il sopravvento sul suo marchio di fabbrica, ovvero la voce (amata e odiata con la stessa intensità), ha subito un vero e proprio arresto. Dalle centinaia di migliaia di copie vendute con i primi dischi, che mettevano in evidenza, appunto, soltanto il suo timbro unico (e una buona capacità interpretativa), si è passati alle poche migliaia di copie vendute con L’attesa (pubblicato nel 2014, tre anni dopo Il mio universo), che invece metteva in evidenza la sua personalità.

Poi, inaspettatamente, una mano tesa verso Giusy l’ha tratta in salvo: Roma-Bangkok si è rivelata una scommessa vinta, una pedina su cui pochi avrebbero puntato ma che ha convinto tutti. Un brano nato in sordina; il pubblico l’ha amato subito, i social se ne sono accorti che era luglio inoltrato e non ne hanno fatto più a meno per i mesi successivi. Un successo clamoroso, inatteso e travolgente, che non solo ha rimesso in piedi la Ferreri, ma le ha permesso di riaffacciarsi dai piani alti delle classifiche radio, iTunes e Spotify.

Un successo enorme e, per lo stesso motivo, invalidante. La voce tormentata di Giusy è diventata la voce del tormento(ne) e da lì non si è più fermata o, per meglio dire, non le hanno più permesso di fermarsi: Partiti adesso, Amore e capoeira, Jambo. La personalità di Giusy è stata mortificata fino a farla scomparire, fino a diventare un accessorio ininfluente. Ai primi posti in classifica non c’è Giusy Ferreri ma una voce martellante e senza storia, che canta meccanicamente brani senza contenuto per accontentare la stessa gente che, oltre dieci anni fa, l’ha eletta a furor di popolo vincitrice morale di X Factor (perché era arrivata seconda), ma l’ha abbandonata quando ha capito che non è soltanto una voce.


Il problema non è il fatto che tanti (troppi) artisti propongano un tormentone, ma che ci sia una produzione smodata di canzoni usa e getta, adatte a chiunque perché prive di peculiarità. Questi brani non lasciano traccia, non sono rappresentativi di un periodo storico, ma di una crisi.


Ecco cosa fanno i tormentoni oggi: insabbiano le personalità nel tentativo goffo di tenere a galla artisti (quindi case discografiche) che non hanno una collocazione precisa o che si rifanno a un pubblico distratto, cui non importa conoscerne la storia, le radici, le peculiarità. Qual è, dunque, la soluzione per non sparire? Dare loro in pasto brani innocui, per nulla pretenziosi, di facile presa, senza possibilità di durare nel tempo. Da quando è evidente a tutti che l’escamotage dei tormentoni funziona – complici alcuni brani che hanno avuto un successo imponente (Roma-Bangkok ha aperto le danze, come dicevo prima, Riccione ha dimostrato che possono farcela davvero tutti) – c’è una vera e propria rincorsa alle canzoni dell’estate.

Cosa sappiamo, per esempio, di Elodie, della sua personalità artistica, della sua storia, della sua unicità? Nulla. A chi importa, in fondo, saperlo? A nessuno. Sia però ben chiaro: il problema non è il fatto che tanti (troppi) artisti propongano un tormentone, ma che ci sia una produzione smodata di canzoni usa e getta, adatte a chiunque perché prive di peculiarità. Elodie è soltanto un esempio, la lista di nomi sarebbe lunghissima e potrebbe non giungere mai a una conclusione. O forse la conclusione, come dicevo, è che questi brani non lasciano traccia, non sono rappresentativi di un periodo storico, ma di una crisi. Sono prodotti per sopravvivere che tuttavia iniziano a dare i primi segni di cedimento, perché sono troppi e qualcuno, inevitabilmente, passa in sordina.

I tormentoni, come dicevo in apertura, non esistono più, non hanno più nemmeno la forza di essere fastidiosi: sono usurati, privi di qualsivoglia tipo di guizzo, si inseguono stancamente e si azzerano a vicenda. Non sono più spontanei, sono brani leggerissimi costretti a trascinare il peso di tante carriere ferme a un bivio. Bisogna però trovare in fretta un’altra strada, perché quella dei tormentoni è senza uscita.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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