Quando la Morte indossa il tutù: perché la danza classica non è mai la prima scelta

0
Perché mai si preferisce sempre la "scompostezza" della danza moderna e contemporanea alla grazia della danza classica?

Perché mai si preferisce sempre la “scompostezza” della danza moderna e contemporanea alla grazia della danza classica?

Perché la possessione, la magia e la morte non vengono mai rappresentate su pellicola tramite la danza classica?Qualche mese fa, dopo aver visto Climax di Gaspar Noé, mi sono posta questa domanda. Perché mai si preferisce sempre la “scompostezza” della danza moderna e contemporanea alla grazia della danza classica? Sono luoghi comuni, probabilmente, che ricorrono nella mente di chi non ha mai avuto a che fare con la danza se non in qualità di spettatore. Concludere una serie di film, tra i quali Suspiria di Guadagnino e il recente Midsommar di Aster e chiedersi perché la classica non sia la prima scelta dei registi mi aveva lasciata con più domande che risposte.

Nel Geertz, uno dei manuali che costituiscono le fondamenta dell’antropologia, è presente una sezione dedicata interamente alle rappresentazioni delle tribù di Giava, Bali e in alcune famiglie Navajo. La moderna e la contemporanea restano, seppur spesso abusate, le uniche forme di danza tramite le quali è possibile riprodurre i movimenti più conosciuti della possessione e della trance. Sono richiami primordiali di gesti primordiali; siamo in grado, tramite queste convulsioni, di riconoscere morte e possessione. Ma con la danza classica è possibile tutto questo?

Danza classica: gesti muti

 

Tecnicamente è possibile riconoscere morte e possessione, così come l’amore, osservando un balletto. Bisogna però sottolineare che è possibile solo se si è a conoscenza dell’iconografia, del linguaggio della danza classica. Ogni gesto, nella danza classica, assume un significato.

Come nel linguaggio dei segni, bisogna saper riconoscere i movimenti nella loro continuità per poter essere in grado di dare un senso a tutto l’insieme. La musica che accompagna (o sulla quale si muovono i ballerini) è anch’essa un elemento fondamentale. Provate a premere il tasto muto durante la proiezione di un qualsiasi balletto e sarà difficile – ma non impossibile – riconoscere il tempo e la cadenza dei momenti.

L’esempio perfetto di Giselle

In foto, la ballerina Yui Sugawara interpreta Giselle. Foto di Sasha Onyshchenko

In foto, la ballerina Yui Sugawara interpreta Giselle. Foto di Sasha Onyshchenko

Giselle viene portato in scena per la prima volta nel 1841 all’Opéra di Parigi. Il soggetto è di Théophile Gautier, il libretto di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges, la coreografia di Jean Coralli e Jules Perrot, la musica di Adolphe Adam, le scene di Pierre-Luc-Charles Ciceri e i costumi di Paul Lormier.

La storia di Giselle è parte integrante del romanticismo letterario. Lei, una contadina di quindici anni, si innamora di un giovane principe travestito da popolano, Albrecht, che per avvicinarla si presenta sotto mentite spoglie. Il sentimento sembra ricambiato ma nonostante ciò Hilarion, il guardiacaccia respinto da Giselle, scopre la vera identità del principe e le imminenti nozze con una nobildonna. A questa notizia, Giselle muore letteralmente di dolore.

Conclusosi il primo atto quasi banale, entra in scena, nel secondo e ultimo atto, quel linguaggio muto della danza classica per raccontare di morti, fantasmi, leggende e amori. La morte di Giselle, avvenuta prima della mezzanotte e prima di aver consumato, la trasforma in una williuno degli spiriti che vagano per i boschi attirando gli uomini, in quella che viene considerata una vera e propria danza di morte. Albrecht, trovandosi una notte al cimitero, viene circuito da Myrtha, regina delle willi, e dalle altre anime. Un attimo prima di veder morire Albrecht in questa danza, Giselle interrompe il macabro gioco e gli salva la vita, sottolineando come l’amore, in fin dei conti, sconfigge anche la morte.

Un balletto intriso di miti

In foto, le villi del Grands Ballets Canadiens © Sasha Onyshchenko

In foto, le Willi del Grands Ballets Canadiens. Foto di Sasha Onyshchenko

Quando ho scoperto questo balletto non ho fatto altro che trovare, passo dopo passo, una serie di richiami a figure mitologiche che conosciamo tutti. Come scriveva anche Charles Nodier, gli elementi fantastici di origine mitologica erano sopravvissuti grazie proprio a quella patina romantica che gli era stata data nel corso degli anni e anche, in alcuni casi, alla conversione di tali elementi in chiave moderna. Da Giselle hanno tratto ispirazione moltissime altre opere, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione scenica.

La schiena come fulcro dell’anima

Tenendo conto delle parole e delle analisi di Gautier, la schiena è la base sulla quale poggiano anima, cuore e respiro. Diviene la parete del nostro tronco vitale dalla quale spuntano radici e rami – gambe e braccia – con le quali sono “decorati” i movimenti. Giselle, durante tutto il balletto, ricorda un salice piangente. Quelle braccia che ondeggiano e si piegano all’abbandono, all’addio, come un pianto costante, lamentoso.

Trattandosi di gesti muti o, per essere più corretti, di pantomima del balletto, bisogna essere in grado di analizzare ogni movimento a spirale e di torsione. Come fosse la pennellata di un dipinto, una ruga più marcata nel marmo. Myrtha, la regina delle willi, danza con il tronco proiettato in avanti, lo sguardo verso l’alto, mai rivolto alle altre willi o ai due uomini, Albrecht e Hilarion. Si comprende così il ruolo di Myrtha, senza il bisogno di spiegazioni. Le willi sono invece sottomesse, con uno sguardo verso il basso e lo sterno incurvato, come a voler sottolineare la sofferenza per la condizione nella quale si trovano.

Il contrasto nella danza della morte

Albrecht, e ancor di più Hilarion, sono gli unici due personaggi che possono vantare il ruolo di essere viventi. Quando entrano in scena, nel secondo atto, sono uomini vivi. La schiena di Hilarion è impulsiva, scatta, si muove con affanno, spasmi e contrazioni. L’equivalente, in quel momento, del disagio, della paura e della lotta per la sopravvivenza. Nella fuga dalle willi, Hilarion spingerà il suo corpo lontano da loro e i suoi occhi, invece, continueranno a guardarle.

Questo conferma la potenza della danza classica anche nell’interpretazione dell’incontro con la morte. Il corpo si muove secondo precise leggi direzionali a seconda del significato del gesto stesso. Senza il coinvolgimento della schiena e dunque dell’anima, non è possibile raggiungere quell’espressione corporea che consentirebbe a qualunque fruitore di comprendere la storia e le emozioni, a volte esasperate, di un balletto.

La danza classica dal palco alla pellicola

Carla Fracci, ballerina di fama internazionale, ha avuto la fortuna meritata di indossare i panni di Giselle in diverse occasioni. Tra teatro e televisione, la coreografia e gli spazi sono gestiti differentemente, proprio per rispettare i canoni che differenziano questi due canali: questo potrebbe essere uno dei motivi per cui la danza classica viene esclusa dalla pellicola.

La versione più moderna di Mats Ek

Nel 1982 assistiamo a un remake, una proposta contemporanea di un classico romantico come quello di Giselle. Come come per Gautier, anche Mats Ek considera la schiena una parte fondamentale del corpo umano e, non a caso, il suo Giselle è estremo. Il primo atto si apre con Giselle (Ana Laguna) legata a una corda; Hilarion, il guardiacaccia il cui amore non è ricambiato, può solo possedere Giselle in questo modo. Legata.


Mats Ek è in grado di scomporre quella rigidità di un balletto classico e di ripresentarlo con una forte e attenta analisi.


Giselle si presenta sottomessa, con la schiena curva. Qui, per la prima volta, la giovane donna può essere riconosciuta e associata in quei futuri personaggi di Lars von Trier: borderline, quasi assente nonostante occupi uno spazio sul palco. La Giselle di Ek entrerà in un ospedale psichiatrico dove le willi sono sostituite con le sue compagne di corridoio, altre donne spezzate, distrutte sul nascere. Ek è dunque in grado di scomporre quella rigidità di un balletto classico e di ripresentarlo con una forte e attenta analisi.

Si dice che ci siano persone più sensibili di altre e che spesso questa sensibilità finisca per uccidere, in qualche modo. Se non fossi una persona sensibile all’arte e profondamente curiosa, probabilmente non mi sarei mai messa alla ricerca di queste informazioni e non mi sarei mai chiesta perché la danza classica non viene mai utilizzata come strumento di divulgazione su pellicola. Per questo motivo concludo questo articolo, un po’ diverso dagli altri, ringraziando Federica Lanza, danzatrice dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma, e Flavia Pappacena, danzatrice, accademica, studiosa di teoria, estetica e storia della danza per il prezioso contributo ottenuto da appunti, tesine, spiegazioni e dal suo testo Il linguaggio della danza classica.

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi