Federico Clapis e l'arte al tempo dei social

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In foto, l'artista Federico Clapis con l'opera Pesce Tanica

In foto, l’artista Federico Clapis con l’opera Pesce Tanica

«Ciascuno è artefice della propria sorte»: molte volte, questa locuzione latina di discussa provenienza Sallustiana ci viene detta quando, in preda a momenti di insoddisfazione, tendiamo a colpevolizzare forze esterne o altre persone per una sconfitta avvenuta per mano nostra. C’è chi ha preso alla lettera il famoso detto: l’artista contemporaneo Federico Clapis, nato a Milano il 4 aprile 1987.

A rendere particolare il suo percorso e a determinarne il suo successo, piaccia o meno, è la lungimirante strategia di utilizzare YouTube come strumento per farsi conoscere: indossando i panni del Doctor Clapis, realizza numerosi video di intrattenimento con animali feroci e canzoni definite da lui House Comedy: musica house con testi ironici, provocatori e apparentemente comico-demenziali con i quali affronta temi sociali quali l’integrazione di stranieri o persone con disabilità, collezionando like e visualizzazioni. Poi, all’apice della popolarità, realizza il film Game Therapy e pubblica, nel 2015, il video L’addio di Federico Clapis all’intrattenimento, con il quale saluta il pubblico e svela il suo “nuovo” lato.

Riservato quando si tratta della sua vita privata, non ha dubbi a farsi oggetto di attenzione artistica: tra le esposizioni cui ha preso parte quella a Palazzo Montanari di Bologna nella mostra The Crucifixion of the Artist insieme alle stampe su carta di Francis Bacon; rilevanti anche le mostre all’estero (Rio de Janeiro, Monaco di Baviera, New York, Londra).

In foto, il logo del Deep Scrolling Movement

In foto, il logo del Deep Scrolling Movement

Il 28 gennaio annuncia l’invenzione del Deep Scrolling Movement, movimento artistico e sociale con il quale si invita a seguire su Instagram solo profili di arte e condividere le opere nelle stories, in modo che possano avere un ruolo salvifico e rivoluzionario contro i contenuti inutili. Arte alla portata di tutti, dunque, grazie alla tecnologia, elemento predominante nelle sue opere e strumento attraverso il quale condivide e racconta le condizioni umane.

Tra le sculture e installazioni celebri, troviamo Connection (un busto gigante in bronzo di una donna incinta con il feto già immerso del display di un cellulare), Baby Drone (dove un bambino, invece di essere portato dalla cicogna, viene sorretto da un drone), Taboo (con l’immagine di una donna disabile da poter toccare in modo da rompere le barriere sensoriali verso il diverso). Pesce tanica, sul tema dell’inquinamento dei mari, è stata anche un evento sociale: al collocamento in mare dell’installazione a luglio, con GPS all’interno, è seguito l’invito ai follower di ripulire le spiagge dalla plastica, inviando foto. Dopo un mese, i cinque migliori pulitori sono partiti con l’artista alla ricerca della tanica, per riportarla sulla terraferma.

In questi giorni ha fatto molto discutere l’opera dell’autore Welcome (?), sul tema dell’immigrazione: in un video apparso sul canale dell’artista il 13 agosto viene mostrata la scultura di un bambino dalla carnagione scura che si regge a uno zerbino con la scritta «Welcome». Il sottofondo musicale è Il cerchio della vita, colonna sonora de Il Re Leone. L’installazione, calata in acqua dall’equipaggio della nave Mare Ionio, vaga da allora nelle acque del Mediterraneo senza mai approdare in terra sicura. Una volta recuperata verrà messa all’asta per raccogliere fondi da destinare a Mediterranea Saving Humans, organizzazione no-profit nella cui pagina social si legge l’importanza di ricordare a tutti, con questa opera, la necessità di un impegno concreto per salvare i migranti nel Mediterraneo, specialmente dopo il Decreto Sicurezza Bis.

In foto, l'opera di Federico Clapis, Welcome (?)

In foto, l’opera di Federico Clapis, Welcome (?)

L’inizio come youtuber, poi l’arte. Quando hai capito di voler essere un artista?

«Ho capito che volevo fare arte a 21 anni, prima di iniziare sul web 11/12 anni fa. Ho iniziato a fare le prime sperimentazioni su tela e poi, piano piano, mi sono studiato questo percorso per venire fuori e farmi conoscere. Ho dichiarato l’addio al web e nel frattempo c’è stata una piccola evoluzione artistica, una sperimentazione che mi ha dato la possibilità di arrivare fare coming out in una maggior maturazione tecnica, estetica e concettuale».

Quanto sono stati importanti per te i social?

«Sono stati molto importanti e lo sono tutt’ora, per quanto delle volte possano essere anche un limite. Non è così indispensabile fare una carriera sui social ancora adesso. Tra cinque o dieci anni invece lo sarà».

Pensi che avresti raggiunto lo stesso successo senza?

«Non ne ho la più pallida idea. Non possiamo sapere come sarebbero andate le cose adesso».

Sono diventati un elemento imprescindibile, secondo te, per un artista?

«Non ancora. Lo saranno, però oggi può essere un valore aggiunto molto importante».


Sono particolarmente legato all’opera degli ultimi cinque/dieci giorni, le ultime fatte. È un legame che nasce e dura in quei giorni, perché rappresenta la mia condizione attuale buttata fuori.


Arte alla portata di tutti sui cellulari. Ciò la sminuisce o le dà un valore aggiunto?

«Bisogna vedere se si intende l’arte come una fetta elitaria del cervello – perché sempre di quello stiamo parlando, di come interpretiamo le cose e in che parte del nostro cervelletto le mettiamo – o se si vede l’arte come uno strumento di terapia. Io, interpretando l’arte come uno strumento di evoluzione dell’essere umano, di introspezione, penso sia doveroso che sia alla portata di tutti e trovo un crimine restringerlo».

Artista preferito?

«Non lo so, forse Van Gogh, ma mi viene da dirti che non c’è perché al momento è tutto così immenso».

Come definiresti la tua arte?

«Non la definirei».

C’è un’opera alla quale sei particolarmente legato?

«Sono particolarmente legato all’opera degli ultimi cinque/dieci giorni, le ultime fatte. È un legame che nasce e dura in quei giorni, perché rappresenta la mia condizione attuale buttata fuori. Anche quando voglio trattare dei temi sociali c’è sempre qualcosa di mio che viene fuori, inevitabilmente e inconsciamente, di cui magari mi accorgo dopo e ne rimango molto colpito, perché vedo che quella roba lì mi sta dando un messaggio su qualcosa di me che devo scoprire ed esplorare. Infatti l’opera per me è finita quando lo sento, quando mi arriva quella vibrazione e quella botta che mi dura un po’ di tempo ed è l’opera alla quale sono più legato. Poi ne faccio un’altra e non sono più legato alla precedente e così via».


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Parlami della genesi delle tue opere.

«Lavoro con le resine, con i bronzi e tanto con le scansioni laser sui corpi per ottenere dei file 3D. La prima serie di opere sono state delle scansioni del mio corpo, poi statuette, piccoli soggetti in resina stampati e messi su tela. Dal 2015 ho creato questa serie, Actor on Canvas, con i quali interpreto le condizioni umane mie e, forse, di tutti. Da lì ho iniziato a fare modelling 3D e dalla modellazione prototipi, calchi, stampe con robot a cinque assi cui sopra faccio i calchi in gomma siliconica, poi in vetroresina e dentro vado a colare vetroresina o bronzi. Ho sempre cinque o sei opere che faccio contemporaneamente e seguo nei vari processi. Un’opera ci mette, dall’ideazione al venir fuori, sei/sette mesi, perché contemporaneamente ne sto facendo tante altre. All’atto pratico potrebbe volerci anche solo un mese e mezzo o due, tra i tempi di essiccazione, però il processo diventa più lento perché porto avanti tanti progetti».

Da cosa prendi ispirazione?

«È l’ispirazione che prende me. Il mondo delle idee arriva quando non le cerchi, quando gli crei lo spazio e poi fai altro, spesso non si discute. Anche incontrare persone ti stimola a volte, fa venire fuori delle idee e delle immagini».

In ogni tuo post chiedi ai follower di scrivere cosa la tua creazione suscita in loro. Perché?

«È molto importante per me, penso che il commento sia parte integrante dell’opera. È la rivoluzione di oggi e anche del mio lavoro, perché dà la possibilità di portare a livello materico (per quanto poco materico dietro un display) tutti i tipi di sensazioni, introspezioni, di visioni e punti di vista di un’immagine attraverso il testo. Questo è l’esplicamento di quello che è sempre successo ed è sempre rimasto nell’etere. Questa cosa è fondamentale per me».

 

 

 

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Recentemente hai realizzato Welcome(?)parlami di quest’opera.

«Nasce da un brainstorming con Sergio Spaccavento di Conversion Agency molto bello e proficuo. Parla un po’ da sola perché, più che le parole, preferisco usare sempre le immagini che penso possano essere più evocative e meno scontate e retoriche rispetto al parlare. Welcome(?) uccide ogni retorica».

Che reazioni speri possa suscitare?

«Ho smesso da un po’ di sperare le cose. Mi limito a rendere coscienti che delle cose si muovono in alcuni, delle cose no, in quelle in cui si muovono magari si sarebbero mosse lo stesso attraverso qualcos’altro, in quelle in cui non si muovono non si muovono semplicemente. Penso che ognuno di noi sia fondamentale ma non indispensabile. È come se una parte di me fosse conscia che l’arte ha una responsabilità importante, che è quella di cercare di smuovere delle cose, ma allo stesso tempo chi la fa si deve togliere questa illusione perché altrimenti si rischia di entrare nel trip del salvare il mondo ed è una cosa molto relativa. Bisogna fare le cose con le migliori intenzioni, senza speranze».

Sei stato definito su Artribune «youtuber pentito che continua a fare lo youtuber, supportato tra l’altro da superstar del web, nonché esperti della comunicazione». Cosa ne pensi?

«Ad Artribune sto molto “simpatico”, penso. Credo di spaventare un mondo in cui è tutto così inquadrato, così piccolo. Quando arriva qualcuno che ha le spalle larghe perché se l’è fatte da solo a livello comunicativo e non ha bisogno di tutte queste realtà per raccontarsi, spaventa inconsciamente, dà fastidio. Lavoro all’estero e non interessa a nessuno che abbia fatto lo youtuber, anzi è una cosa affascinante; è solo un problema di profeti in patria, penso».


L’italiano è tradizionalista, è secolare, quindi ci mette sempre di più ad accettare i nuovi modi, soprattutto dove la secolarità e la tradizione prevalgono molto più che sui settori merceologici in cui il web è entrato, quindi l’arte, in questo caso.


Credi ci sia ostilità nei confronti di chi fa arte usando come mezzo di diffusione i social? 

«Non lo so. Tanti mi dicono che le istituzioni, le gallerie prima avevano il totale controllo sugli artisti, potevano anche – un po’ tra virgolette – schiavizzarli e se loro trovano ora la loro indipendenza con i social questo diventa un po’ una minaccia. Però credo che le gallerie, le realtà più lungimiranti, capiscano che è finita l’epoca della relazione dall’alto in basso tra l’istituzione e artista, che ci deve essere cooperazione se l’artista è già valido dal punto di vista comunicativo. Se si capisce che è finita l’epoca del patriarcato, allora si può creare una bella unione, altrimenti rimane quel contrasto».

Descrivi l’ambiente artistico italiano contemporaneo? In cosa differisce secondo te con l’estero?

«Quello che sta succedendo per esempio con il digitale ha stravolto tutti i mercati: della musica, dell’intrattenimento, del cinema, della moda, della distribuzione. Inevitabilmente questa cosa sta arrivando anche nell’arte. Essa è prossima a un grosso terremoto e, forse, si sta già sentendo nell’ambiente artistico italiano, perché questa cosa all’estero ormai si sta amalgamando. L’italiano è tradizionalista, è secolare, quindi ci mette sempre di più ad accettare i nuovi modi, soprattutto dove la secolarità e la tradizione prevalgono molto più che sui settori merceologici in cui il web è entrato, quindi l’arte, in questo caso».

Prossimo progetto?

«Sto realizzando una donna robot, la prima influencer robotica della storia, però non posso dirti altro».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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