C'è un uomo che parla di cose di cui gli uomini non parlano: si chiama Maschio

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Respira. Post pubblicato sul profilo Instagram di Mi chiamo Maschio (@mi_chiamo_maschio)

Respira. Post pubblicato sul profilo Instagram di Mi chiamo Maschio (@mi_chiamo_maschio)

Quotidiano, quindi ripetitivo, di conseguenza abitudinario. Molti dei nostri gesti sono così: li facciamo ogni giorno, li ripetiamo in modo a volte meccanico, ci abituiamo alla loro presenza nella nostra vita. Questi gesti connotano spesso uno o un altro modo di essere e denotano a volte il riferimento a un determinato gruppo di appartenenza da cui un numero di persone si sente rappresentato. Ad un tratto però, può capitare che un nuovo gesto interferisca nella nostra quotidianità: la nostra mente deve predisporsi allora a un processo di distinzione e di decriptazione. Nella nostra mente abbiamo bisogno di sciogliere le catene che ci tengono ancoràti al vecchio, al sicuro, per lasciare che un’interferenza diventi invece una possibilità di innovazione, qualcosa di positivo che ben si accosti alle nostre abitudini. I nostri cereali preferiti non ci sono, quindi ne compriamo di nuovi: quell’interferenza potrebbe diventare la nostra nuova scelta.

Non ho mai capito tanto la fisica, ma ricordo che un’interferenza, oltre ad essere il sovrapporsi di due fenomeni cooperanti, può essere costruttiva o positiva, nel momento in cui causa un rafforzamento dei due fenomeni. Si dà il caso che è proprio di un’interferenza positiva che oggi voglio parlarvi. Mi capita sempre più spesso di utilizzare Instagram come motore di ricerca e più cerco, più in realtà per la legge della serendipità faccio felici scoperte mentre cercavo altro. La mia ultima felice scoperta è stata l’account di una persona che parla di tanti temi di per sé abbastanza delicati per la nostra società eteronormata; fin qui tutto bene, ma vi dirò una cosa: è un maschio!

Benissimo, no? 

Non è semplice riuscire a parlare di temi attorno a cui ruotano ancora evidenti tabù. Ancora più difficile è riuscire a parlarne con i maschi, questi esseri pensanti che credono di minare la propria mascolinità una volta valicato il confine degli “argomenti da femmine”. Mi chiamo Maschio, questo il suo nome, riesce invece a portare alla luce in modo del tutto originale riflessioni che pochi altri uomini hanno il coraggio di fare. Tutto questo, oltre alla curiosità, mi ha portata a chiedergli di rispondere a qualche domanda.

Il poco cortese glossario LGBTQ+. Post pubblicato sul profilo Instagram di Mi chiamo Maschio (@mi_chiamo_maschio)

Il poco cortese glossario LGBTQ+. Post pubblicato sul profilo Instagram di Mi chiamo Maschio (@mi_chiamo_maschio)

Il tuo progetto si è aggiunto come una voce diversa e, potremmo dire, necessaria a quella che è la rete di attivismo e sensibilizzazione che su Instagram cresce giorno dopo giorno. Ci racconti come tutto è nato?

«Era un po’ che avevo voglia di raccontare qualcosa attraverso un account Instagram. Si trattava di un desiderio causato dalla progressiva consapevolezza che molti dei miei pensieri, che ho sempre ritenuto abbastanza banali, per altri invece rappresentavano una voce fuori dal coro – per giunta stonata. La naturale tendenza che abbiamo di circondarci di persone simili a noi ci fa vivere in una bolla idilliaca, in cui la nostra normalità ci sembra essere l’unica normalità. Per questo, quando per motivi lavorativi ho iniziato a confrontarmi attraverso i social con un numero progressivo di persone, ho realizzato di quanto non fossi affatto “normale”. La cosa però non mi ha demoralizzato. Strano è bello e avevo voglia di comunicarlo agli altri».

Come scegli i temi di cui parlare nei post che pubblichi su Instagram?

«Ho la fortuna di poter lavorare in un ambiente stimolante, in cui ci impegniamo a comunicare oltre gli stereotipi. Perciò, molti dei temi di cui parlo ho potuto approfondirli e affrontarli grazie alla mia professione. Molti altri però derivano dalla mia esperienza personale, anche la più intima. La scelta di uno di questi temi piuttosto che un altro è dettata per lo più dall’istinto, a meno che non vi siano fatti d’attualità che diventano fonte d’ispirazione per determinate riflessioni».


Il mio nome è Andrea, la cui etimologia greca si riferisce proprio ad andrós, che significa “mascolinità”. Da qui Mi chiamo Maschio.


Mi chiamo Maschio: un nome certamente evocativo e forte. Perché maschio e non uomo?

«La scelta del nome deriva da un gioco di parole di cui faccio cenno nel mio primissimo post. Il mio nome è Andrea, la cui etimologia greca si riferisce proprio ad andrós, che significa “mascolinità”. Da qui Mi chiamo Maschio. Usare maschio al posto di uomo ha inoltre un duplice scopo: da un lato rappresenta uno step antecedente all’essere uomo, quando si nasce si è maschi o femmine – come se per essere uomini e donne non siano sufficienti i genitali (che non abbiamo scelto) ma altro. Inoltre, maschio possiede anche una carica erotica maggiore di uomo (definire un tipo un “vero maschio” denota una certa malizia poco nascosta) e dato che la sessualità è uno dei temi che più affronto, mi piaceva suscitare questa allusione. Sopra tutte queste motivazioni vi è però l’intento di presentare un esempio di mascolinità diversa da quella che viene definita tossica, perciò “maschio” si prestava molto meglio per essere usato».

Ho le mie cose. Post pubblicato sul profilo Instagram di Mi chiamo Maschio (@mi_chiamo_maschio)

Ho le mie cose. Post pubblicato sul profilo Instagram di Mi chiamo Maschio (@mi_chiamo_maschio)

Ogni tuo post è graficamente definito, identificabile e riconducibile a una delle tue rubriche, mentre il tuo volto non è mai presente: questa scelta si riconduce a una volontà di dare maggiore spazio al contenuto o è frutto di un’altra motivazione?

«Sì, certamente. Delegare la comunicazione alle sole parole infonde al messaggio un’efficacia meno dispersiva, ma questa in fondo è una positiva conseguenza della mia scelta. Alla base vi è stato il dilemma di come comunicare su Instagram, dato che non sono né un fotografo, né un illustratore. Su questo media l’immagine è tutto e quindi mi sono dovuto chiedere come trasformare il pensiero in immagine, senza usare immagini. E poi l’ovvia rivelazione: l’umanità aveva già risolto il dilemma molto tempo fa: bastavano le parole. Ho solo dovuto trovare una linea grafica che le presentasse in modo originale e gradevole.

«La scelta di non mostrare il mio viso è stata dal principio istintiva. L’anonimato mi permette licenze che altrimenti non avrei, inoltre credo aiuti anche a immedesimarsi meglio. Magari in futuro cambierò idea, non lo escludo, ma per il momento va bene così».

In uno dei tuoi ultimi post, L’uomo femminista, a un certo punto racconti che sei stato proprio epitetato in questo modo, che non ti ha dato fastidio ma allo stesso tempo ti sei domandato come mai ci sia bisogno di usare questo termine per indicare ciò che è solo buonsenso. Eppure, in un periodo storico così controverso è quasi necessario riaffermare etichette se queste possono aiutare in una rivendicazione dei diritti fondamentali di tutt*. Non credi che definirsi «uomini femministi» possa essere un piccolo atto rivoluzionario?

«Lo è e sono orgoglioso di farlo, ma non posso nascondere una certa antipatia per le etichette, che hanno l’enorme vantaggio di poter riunire e dare un’identità a persone con qualcosa in comune, ma hanno anche il difetto di essere soggette a pregiudizi che ne limitano le capacità comunicative. Non mi interessa dire che sono un femminista, rischiando quindi di incontrare l’automatica diffidenza di un certo target: quello che mi preme è comunicare i miei pensieri, senza incasellarli. Quando e se riuscirò poi a convincere qualcuno, allora sarà in quel momento che potrò dirgli: “Beh, sappi che sei femminista anche tu”».

L'uomo femminista. Post pubblicato sul profilo Instagram di Mi chiamo Maschio (@mi_chiamo_maschio)

L’uomo femminista. Post pubblicato sul profilo Instagram di Mi chiamo Maschio (@mi_chiamo_maschio)

Il tuo tono di voce varia dal sarcastico a quello di un racconto nudo e crudo: il modo in cui scrivi è determinato dal tema che affronti?

«Il modo in cui scrivo mi appartiene proprio come autore e “crudo” e “sarcastico” penso siano definizioni azzeccate. Chiaramente calibro il dosaggio in base al tema, sì, ma seguendo sempre il desiderio di suscitare una reazione nel lettore, anche se negativa. In passato mi è capitato di descrivere uno stupro e l’ho fatto con uno stile che invogliava le persone a voltare subito pagina disgustate. Dovrebbe essere un controsenso per uno scrittore, ma dopotutto il disgusto è proprio quello che uno stupro dovrebbe suscitare.

«Quello a cui punto è dunque ispirare una reazione e una riflessione. I miei scritti non hanno alcuna volontà di essere trattati universali. Sono spaccati di quotidianità e a volte esprimono pensieri che non sono nemmeno miei, ma dei miei personaggi. Lo dico perché ho ricevuto critiche che mi suggerivano che avrei potuto essere più inclusivo affrontando determinati argomenti. Tuttavia, a me interessa parlare delle singolarità. La loro somma darà poi come magnifico risultato l’inclusività, senza la necessità di sforzarsi di essere sempre e costantemente preoccupati di parlare a nome di tutti».

Quali sono i progetti futuri che ti vedranno coinvolto?

«La pagina è nata da solo un mese, quindi confesso che non ho ancora pensato al futuro, anzi, iniziando così un po’ per caso sono ancora felicemente confuso dal riscontro positivo che ho incontrato. Se dovessi sperare in qualcosa, posso dire che mi piacerebbe sicuramente crescere e magari collaborare con chi condivide la mia stessa linea. Magari un giorno potrei uscire dall’anonimato e fondere i vari progetti che ho in cantiere sotto un’unica campana, ma è presto per dirlo».

Per concludere, lasciaci una parola che pensi possa contraddistinguerti.

«Difficile riuscire a riassumermi in una parola. Sono tante cose e alcune di queste hanno per loro natura persino una bivalenza intrinseca. Però ci provo e lo faccio utilizzando un termine usato nel mondo gay, privandolo della connotazione negativa che si porta appresso: sono un insospettabile. Perché, come scritto prima, sono strano, solo che non lo diresti mai. Ed è questo quello che molta gente dovrebbe capire: molto spesso avere una sessualità diversa, avere una relazione atipica o essere uomini femministi sono cose che vengono associate all’essere trasgressivi ed eccentrici – non che in questo ci sia nulla di male. Tuttavia, l’apparenza e la sostanza non sono sempre collegate in modo così netto. È limitante – e confortante per alcuni – dividere le persone in noi/loro in base ad alcune loro caratteristiche (visibili) ed è anche molto sbagliato. Per questo mi piace essere un esempio che possa smontare questa triste visione del mondo, mi piace essere un insospettabile perché la verità è che non c’è proprio nulla di cui sospettare».

About author

Virginia Ciambriello

Virginia Ciambriello

Malinconica seriale, non ho da offrire nulla eccetto la mia confusione - come disse Kerouac. Amo tutto ciò che è arte e ho due ossessioni: il pistacchio e i tramonti. Sono romantica fino all'osso e siccome non riesco a dirlo, lo scrivo.

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