Nicolò Targhetta e la realtà pungente di Non è successo niente

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In foto, Nicolò Targhetta, autore di Non è successo niente (BeccoGiallo Edizioni) © Rebekka Fagnani

In foto, Nicolò Targhetta, autore di Non è successo niente (BeccoGiallo Edizioni) © Rebekka Fagnani

«Inserire mail e password». Invio. Accesso effettuato con successo, un po’ di attesa e si spalanca la porta virtuale dei social. In men che non si dica, si è trascinati nei dedali dell’eccesso umano: tra filtri, orde di haters, apparenze truccate di qua e una lesa maestà di là con qualche sporadico accenno di normalità, alla ricerca di un mondo perduto, ci si imbatte in un universo volutamente scevro di foto, a tratti cinico, comico e surreale in cui le parole sono protagoniste dal nome Non è successo niente e dove ad accoglierti è il suo creatore: Nicolò Targhetta.

Nato nel 1986 a Camposampiero (Padova), luogo in cui vive, amante della lettura, videogiocatore iroso, cinefilo discreto e famoso collezionista di pantaloni della tuta, è quasi impossibile resistere all’ironia travolgente di questo «struzzo con i pantaloni, che non prende niente sul serio». Difficilmente la sua indole avrebbe immaginato che il suo blog, poi diventato pagina Facebook, lo avrebbe consacrato come prodigio della rete, conquistando gli utenti (ben 89.840) con storie, in cui vengono messe in evidenza paure, tic e inadeguatezze dell’essere umano con protagonisti tre trentenni: Nicolò, Sergej e Primo.

Aspetti di verità caustica divengono così appuntamento immancabile, ogni giorno alle 12:00 in punto, per i suoi ormai fedeli lettori, la cui originalità è stata notata dalla casa editrice BeccoGiallo, che lo ha scelto per farne un libro, in cui sono raccolti una parte degli esilaranti episodi. Ciliegina sulla torta, la realizzazione dell’Imbarazzante Club Tour, l’omonimo spettacolo teatrale con gli attori Andrea Pergolesi e Riccardo Gamba, sold out in Veneto e che ha già fatto tappa a Bologna, Torino, Milano e Roma.

Dettaglio della copertina di Non è successo niente (BeccoGiallo Edizioni), di Nicolò Terghetta

Dettaglio della copertina di Non è successo niente (BeccoGiallo Edizioni), di Nicolò Terghetta

Professione?

«Videomaker? Disoccupato? Sicuramente non scrittore».

Parlami della tua infanzia.

«È stata un’infanzia da figlio unico. A 8 anni mi hanno regalato il Castello dei Playmobil e nessuno si è preso la briga di dirmi che sarebbe stato il momento più felice della mia vita».

Che studi hai fatto?

«Dopo il diploma ho “frequentato” un anno di Giurisprudenza. Prendevo una corriera, arrivando davanti all’università, superavo l’università, andavo al parco, leggevo e poi dopo pranzo tornavo a casa. Così a un certo punto ho deciso di cambiare e sono finito dall’altra parte dello spettro accademico, a Scienze dalla Comunicazione. Anni bellissimi, quasi lirici nella loro assoluta inutilità».

«Ho una quantità oscena di piccole paure», hai dichiarato. Ad esempio?

«Sono davvero tante. Ho scritto un pezzo in proposito. Sicuramente ho paura di prendere la vita sul serio. Ho paura di riuscire in qualcosa, perché vorrebbe dire essere costretto a prendere atto di alcuni talenti personali che, per scaramanzia, preferisco ignorare. Soprattutto ho paura di essere felice, perché poi non saprei bene come gestire la cosa».

In foto, Nicolò Targhetta, autore di Non è successo niente (BeccoGiallo Edizioni) © Rebekka Fagnani

In foto, Nicolò Targhetta, autore di Non è successo niente (BeccoGiallo Edizioni) © Rebekka Fagnani

Quando hai capito che scrivere era la tua strada?

«Mai. Non l’ho mai capito. Non so se è la mia strada, non sta a me deciderlo. In questo momento porta dei buoni risultati, un domani si vedrà».

Perché scrivi?

«Perché ne ho bisogno. È una dipendenza, un alcolismo, se non lo faccio le cose si accumulano e io sto male. Diffido di chi dice “mi piace scrivere”. A me non piace scrivere, come non mi piace bere un bicchiere d’acqua, lo faccio perché altrimenti morirei di sete».

Scrittore preferito?

«Impossibile trovarne uno solo. Leggo tutto, senza pregiudizi. Trovo la stessa bellezza in Salinger e in alcune strisce di Lupo Alberto. Il che fa di me o un lettore onnivoro o un deficiente».


Io dicevo loro ‘Non è successo niente’, non sta succedendo niente. E in quel niente c’erano tante, tantissime cose impossibili da confessare.


Com’è nata l’idea di Non è successo niente?

«Avevo già scritto alcune cose, tentativi di blog e di romanzo. Niente di soddisfacente. Qualcuno mi ha detto “prova a raccontare te stesso, mettiti in gioco”. Ci ho pensato, ho pensato non alle cose che volevo dire, ma a quelle che mi spaventava confessare e ho iniziato a scriverle in maniera spesso sciocca, ma con una costanza che sfiora il compulsivo».

Come mai questo nome?

«“Non è successo niente” è quello che dicevo ai miei genitori quando, da piccolo, tornavo a casa da scuola. A quell’età ti succedono le cose più strane, spesso le peggiori, eppure quando i miei mi chiedevano com’era andata, io mantenevo un atteggiamento omertoso, quasi a tranquillizzarli. Mi sono ritrovato nella stessa situazione dopo la laurea. Il lavoro non arrivava, l’indipendenza neanche, i miei mi chiedevano quotidianamente dei miei progressi. Io dicevo loro “Non è successo niente”, non sta succedendo niente. E in quel niente c’erano tante, tantissime cose impossibili da confessare».


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Secondo te perché spesso si ha paura di raccontare cosa succede davvero nella propria vita? «Per due motivi, credo. Da una parte perché la verità è difficile, il rospo in gola ha un peso e se non si ha un mezzo che sentiamo nostro per tirarlo fuori , lui da lì non si schioda. Secondo, perché è la nostra vita e noi, delle nostre cose, anche dei problemi, siamo fondamentalmente gelosi. Ci appartengono e ci definiscono. Gettarli nella mischia significa condividerli e, spesso, perderne la proprietà esclusiva». Ti aspettavi il grande successo? «No. L’idea che ci siano quasi novantamila persone che ogni giorno si prendono 10-15 minuti per leggere lunghi racconti che toccano i temi più diversi, non sempre allegri, è per me ancora un fenomeno inspiegabile». Sul tuo blog e poi libro: tic, paure e inadeguatezze degli esseri umani. Quali sono secondo te le peggiori? «Credo che tic, paure e inadeguatezze non siano mai peggiori. Anzi, le migliori persone che conosco le collezionano. Credo invece che tutti i meccanismi che utilizziamo per nascondere sotto il tappeto tic, paure e inadeguatezze nel tentativo di avvicinarci a una normalità che non esiste, siano realmente pericolosi».


 

La maggior parte del libro è profondamente, spietatamente autobiografico. Spesso ben oltre quanto avevo programmato all’inizio.

 


«Un libro da usare con parsimonia, una storia al giorno soprattutto se vi sentite tristi o arrabbiati. Il sorriso tornerà in un attimo». Il libro ha una funzione terapeutica? «Pure una pianta in vaso ha una funzione terapeutica se finisce in mano alla persona giusta nel momento giusto. Il libro per me è sempre stata una mano tesa verso qualcuno che, pur vivendo in un altro tempo e in un altro luogo, ha vissuto esperienze, emozioni, sentimenti, simili ai miei. E mi ha fatto sentire meno solo». Ci sono elementi autobiografici all’interno del libro? «Sì, moltissimi. La maggior parte del libro è profondamente, spietatamente autobiografico. Spesso ben oltre quanto avevo programmato all’inizio». Tra i protagonisti tre trentenni, di cui tu e due amici. Esistono realmente? «Esistono dei modelli, un paio di amicizie rispecchiano sicuramente la fisicità di Primo e Sergej, la personalità invece è un patchwork di tante persone, me compreso». Poi, c’è lei. Chi è lei? «Lei è speciale, anche perché Lei è maiuscola. E quel maiuscolo dice molto. Lei è l’unica in quel circo ad avere una direzione, a non aver troppa paura della vita, ad aver fatto pace coi suoi anni. È insicura, persino fragile certe volte, ma lo è sempre con i piedi ben piantati per terra. Non fugge dai problemi, li affronta. È un personaggio che amo molto, perché amo molto l’idea di riuscire a scriverlo».

La copertina di Non è successo niente esposta allo stand Fandango Editore al Salone del Libro di Torino 2019

La copertina di Non è successo niente esposta allo stand Fandango Editore al Salone del Libro di Torino 2019

Il tuo libro è divenuto anche uno spettacolo teatrale, sold out nella tua terra. Il tuo stato d’animo alla prima in scena? «Apnea. Minuti e minuti di apnea fino alla prima risata. Poi qualcosa dentro di me si è sciolto e io ho potuto, cautamente, godermi il resto dello spettacolo». Reciti anche tu? «No, altrimenti non sarebbe sold out. Mi concedono giusto qualche minuto per rendermi ridicolo e abbassare le aspettative di tutti». Sei stato definito «fenomeno della rete che sta conquistando i giovani utenti». Ti ci rivedi? «Ma figurati. Non so se mi dà più fastidio “fenomeno”, “conquistare” o “giovani utenti”. Io cerco di scrivere una storia al giorno, ogni tanto funzionano di più, ogni tanto di meno. Ci sono delle persone che mi leggono e la cosa ogni tanto mi rende felice, ogni tanto mi rende ansioso. Più o meno è tutto qui». Cosa consiglieresti ai ragazzi che vorrebbero realizzarsi, ma non trovano opportunità? «Non accettate consigli da un blogger trentatreenne».

 

 

 

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Appari senza filtri su Facebook. Se fossi un Facebook addicted, quale sarebbe la versione migliore di te?

«Sicuramente uno di quelli che provano a spiegarti come vivere la vita. Io provo a spiegarti che non sapere come vivere la vita, va benissimo lo stesso».

Cosa rende le tue storie uniche?

«La verità, l’assenza di filtri fra chi legge e il testo che viene letto. Anche se certe volte sembrano costruite, oppure scivolano nella politica o nel sentimentalismo, cerco sempre di trovare il sistema per parlare (anche) di me in modo onesto e senza filtri».

Cosa rappresenta per te la verità?

«Plutonio. Potente, efficace, potenzialmente disastroso. Da maneggiare con estrema cura».

Tra quelle che hai scritto, qual è la tua storia preferita?

«Ci saranno seicento storie. È come chiedere a una scolopendra quale figlio ama di più. Diciamo che le storie che amo di più sono quelle che mi hanno permesso di entrare in contatto con persone e realtà speciali, che hanno fatto succedere qualcosa anche fuori da Facebook».

In foto, Nicolò Targhetta, autore di Non è successo niente (BeccoGiallo Edizioni), durante un firmacopie

In foto, Nicolò Targhetta, autore di Non è successo niente (BeccoGiallo Edizioni), durante un firmacopie

Reciti ancora dialoghi improbabili in vestaglia alle 4:00 del mattino?

«Sempre. È necessario per strutturare il ritmo dei testi e per tenere i vicini sul chi vive».

Quanto è importante, prendere le cose con ironia nella vita?

«Dal mio punto di vista, è fondamentale. La vita, certe volte, sa essere di una banalità disarmante, non darle la soddisfazione di prenderla sul serio e strapparle così un sorriso, può salvarti la vita».

In un’altra vita chi saresti voluto essere?

«Humphrey Bogart. Anche se mi sa che ero Groucho Marx».

Diresti ancora: «Non è successo niente»?

«Sì. Meglio tenere un profilo basso».

Prossimo progetto?

«Incredibilmente quegli avvinazzati della mia casa editrice sembrano propensi a farmi scrivere qualcos’altro. Non c’è ancora niente di definitivo. Il piano è sicuramente attaccarsi agli scaffali delle librerie con le unghie e con i denti. Indipendentemente da questo, non sarà un futuro senza scrittura. Non è che l’alternativa mi spaventa, l’alternativa non esiste».

About author

Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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