Perchè è ora di farla finita con le ombrelline del Tour de France

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In foto, Dylan Groenewegen sul podio del Tour de France 2018, in un articolo del Times che discuteva della possibilità di abolire le ombrelline.

In foto, Dylan Groenewegen sul podio del Tour de France 2018, in un articolo del Times che discuteva della possibilità di abolire le ombrelline.

di Fanny Marlier  per Les Inrockuptibles
traduzione di Roberta Cavaglià

How many kisses do you want? è la domanda che devono fare le ombrelline del Tour de France ai tre ciclisti migliori, appena prima di salire con i loro vestiti striminziti sul podio davanti alle telecamere e dare loro un bacio sulla guancia per festeggiare la vittoria. Una vecchia tradizione che alimenta e riproduce sessismo, una cerimonia segnalata sia dalle militanti femministe che da un gruppo di consiglieri comunali a Parigi. Vedremo presto sparire le ombrelline dal Tour de France?

«Le donne non sono degli oggetti, né delle ricompense» tuonano le femministe tedesche capitanate da Fatima Banomar, cofondatrice di Effronté-e-s (letteralmente “Sfrontate”, un’associazione femminista francese, NdT), in una petizione lanciata lo scorso martedì 23 luglio e che ha già raccolto più di 30 000 firme. Le militanti si sollevano contro una gara che relega le donne a un ruolo decorativo attraverso delle immagini diffuse in tutto il mondo, a scapito di quelle delle atlete affermate.

«Le foto di queste scene finiscono sulle copertine di molti giornali in tutto il mondo e portano avanti questa sottile forma di sessismo. Le hostess sul podio servono come decorazione e sono un premio per i ciclisti? Ma le donne non sono questo!» protestano le femministe, prima di ricordare che perfino le Olimpiadi, la Vuelta, la Formula 1 e la Federazione professionale delle freccette hanno smesso di assumere le ombrelline. Tuttavia, ricordiamo anche che storicamente la bicicletta è stato un fattore di emancipazione femminile e che ne è ancora uno dei  simboli oggigiorno.

Quale esempio per le bambine (e i bambini)?

«Le ombrelline sono state utilizzate per decenni. I tempi sono cambiati e dovremmo opporci a questa tradizione sessista», affermano nella petizione indirizzata al direttore del Tour de France, Christian Prudhomme, e all’organizzatore Amaury Sport Organisation (ASO). Prima di lanciare la petizione, le militanti si erano recate a Boulogne-Billancourt (a pochi chilometri da Parigi),  alla sede dell’ASO. Un’operazione che si è diffusa grazie ai social network ma che non ha riscontrato un grande successo, dato che l’organizzazione non ha accettato di incontrarle.


Tutte le bambine del mondo hanno bisogno di modelli, devono vedere che il posto delle donne sono anche le gare sportive e non che se vogliono partecipare al Tour de France devono essere magre, carine e sorridenti.


«L’idea era anche quella di essere propositive», ci spiega Fatima Benomar. «Perché non organizzare delle piccole gare popolari, ludiche e miste (…)? Tutte le bambine del mondo hanno bisogno di modelli, devono vedere che il posto delle donne sono anche le gare sportive e non che se vogliono partecipare al Tour de France devono essere magre, carine e sorridenti». La femminista ha spiegato le sue idee in una serie
di tweet
, a seguito dei quali è stata vittima di cyber-bullismo e perciò ha deciso di sporgere denuncia. La prova che, nel 2019, il femminismo inteso come la rivendicazione dell’uguaglianza tra le donne e gli uomini spaventa ancora.

Per far diminuire i femminicidi

«Bisogna attaccare subito ogni tipo di riproduzione di stereotipi» insiste Karine Espineria, sociologa e collaboratrice del Laboratorio sugli studi di genere e sulla sessualità dell’Università Paris VIII. E aggiunge: «Di fronte allo spaventoso numero di femminicidi, bisogna attaccare questi meccanismi alla base. Bisogna smantellare tutti i luoghi di riproduzione di questi stereotipi e di queste norme. Bisogna pensare a lungo termine». Ma la strada sembra ancora lunga.

Nel marzo del 2018, il Times rivelava che la ASO avrebbe voluto smettere di assumere le hostess. Il quotidiano inglese citava addirittura un portavoce che affermava che «il Tour de France si rende conto che l’immagine della donna [durante le gare] è una questione sensibile». Qualche mese dopo, il comune di Parigi chiedeva al Ministero dello Sport di mettere fine all’imbarazzante presenza delle ombrelline di fianco al vincitore del Tour  e proponeva che altri vincitori e vincitrici gli consegnassero il trofeo. Quindi, a che soluzione si era arrivati? A nessuna; nulla è cambiato da allora.

L’eteronormatività al potere

In foto, Chantal Blaak baciata da due ombrellini sul podio.

In foto, Chantal Blaak baciata da due ombrellini sul podio.

«Penso che sia scandaloso voler eliminare le ombrelline», affermava nel 2018 il ciclista francese Julian Alaphilippe. «Fanno parte della storia del Tour de France e di tutte le sue gare. Fa bene a loro, all’immagine del ciclismo e delle donne». Eppure, come ricorda France Inter, all’estero il mondo del ciclismo fa dei passi avanti. Il Tour of California ha abolito le ombrelline; in Spagna vengono scelti sia hostess maschili che femminili e non sono più obbligati a baciare i vincitori; in Australia, alla fine del Tour Down Under, sono dei giovani ciclisti adolescenti a consegnare il premio ai vincitori.

«Nelle gare femminili sono gli uomini a consegnare i fiori alle atlete sul podio, ma non vedo della misoginia in questo caso», si giustificava Christian Prudhomme, direttore del Tour. «Io la chiamo eteroland, la terra dell’eterosessualità: l’eteronormatività è ancora predominante» spiega Karine Espineria. Sui social la petizione ha fatto reagire anche delle ex-ombrelline, che difendono il loro lavoro. «Con il pretesto della liberazione delle donne, volete solo limitare le loro libertà», scrive una di loro.

Battute oscene all’ordine del giorno

Altre ancora denunciano delle condizioni di lavoro spaventose e particolarmente umilianti, dove battute oscene e mani sul culo fanno parte della triste vita di tutti i giorni. «Come nelle pubblicità, non sono delle donne qualunque quelle sul podio. Che ne è degli altri corpi che non corrispondono alle norme di bellezza e di femminilità?», sottolinea allora la sociologa Karine Espineria e aggiunge: «Se certe donne pensano di non avere altra scelta a livello lavorativo, è preoccupante. È chiaro che viviamo in un sistema dove le norme di genere sono onnipresenti».

Una domanda resta ancora in sospeso: perché la gara di ciclismo più famosa al mondo non riesce a cambiare? Nel 1896, la femminista americana ante litteram Susan B. Anthony dichiarava: «La bicicletta ha fatto per l’emancipazione femminile più di qualsiasi altra cosa al mondo. Insisto e gioisco ogni volta che vedo una donna sulla sella». Contattata dalla redazione di Les Inrocks, l’Amaury Sport Organisation non ha ancora risposto alle loro domande.

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Roberta Cavaglià

Roberta Cavaglià

Nata a Torino nel '97, spero di svegliarmi un giorno e scrivere un intero romanzo, così, dal nulla. Nel frattempo, studio spagnolo, francese e portoghese, leggo, ballo, recito, mangio, viaggio.

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