Chi ha paura dello squalo?

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Foto dal set de Lo squalo (Jaws, Steven Spielberg, 1975)

Foto dal set de Lo squalo (Jaws, Steven Spielberg, 1975)

Siete immersi in un mare cristallino, state facendo snorkeling. La bellezza dei riflessi, l’eleganza dei colori, vi spinge a esplorare le profondità di quell’acquario. Ad un tratto, notate una lunga ombra, lontana e sfocata nell’azzurro del fondale. Cercate di identificare quella visione con le cose più ovvie e banali, come una roccia o magari un cumulo di alghe. Istintivamente fate dietrofront e lo fate molto velocemente. Al di là di qualsiasi logica, una sola immagine affolla la vostra mente: il vostro corpo che scompare in una nube scarlatta. Tornati a riva, vi guardate intorno: siete salvi nel vostro lido turistico, dove l’unico squalo mai avvistato era di plastica e aveva le maniglie sul dorso.

Potreste non avere mai visto Jaws, il celebre thriller del 1975 diretto da Steven Spielberg, ma è molto probabile che vi siate imbattuti in qualche spezzone su YouTube, o che un compagno di classe alle medie ve lo abbia raccontato. Lo squalo è uno di quei film che, al pari di altre opere su altri media, è divenuto col tempo parte della nostra cultura e del nostro immaginario collettivo. L’essere umano nutre da sempre il bisogno di narrare, è un meccanismo adattivo atto a tramandare la conoscenza. Quelle storie influenzano il nostro comportamento, che siano totalmente frutto dell’invenzione o solo ben infiorettate non ha importanza per il nostro cervello.

Il potere della narrazione

Foto dal set di Jurassic Park (Steven Spielberg, 1993)

Foto dal set di Jurassic Park (Steven Spielberg, 1993)

Viviamo, letteralmente, le storie immedesimandoci nei personaggi, abitandone i luoghi. Proviamo gioia e paura, rabbia e disgusto, tristezza e stupore come se i fatti narrati li stessimo provando sulla nostra pelle, in prima persona, e non attraverso uno schermo, una pagina stampata o semplicemente la voce di chi ci sta accanto. Una madre che legge una fiaba per i suoi figli non svolge una funzione tanto diversa da quella di un aedo nell’antica Grecia: entrambi educano. Comunicare qualcosa (a prescindere dalla sua natura) tramite un racconto avvincente, una distorsione della realtà o una sua metafora è decisamente più efficace di qualsiasi fredda nozione. Sono certo che molti di voi ricordano meglio la Storia dei Sette Regni di quella del Regno Unito e, a proposito di memoria, tendiamo irrimediabilmente a confondere il reale con l’immaginario.


Contro il terrorismo mediatico un arpione non basta. Un singolo eroe, nemmeno.


Lo storytelling affonda le sue radici nei miti, nella tradizione orale e nelle pitture rupestri. La scrittura (specialmente dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili), la radio, il cinema, la televisione e infine il World Wide Web ne hanno aumentato esponenzialmente la capacità di diffusione, ma non ne hanno modificato le peculiarità e gli intenti. Se pensiamo alla Guerra di Troia il rimando è ai cicli omerici; se pensiamo alla preistoria, pensiamo anche ai dinosauri e quindi a Jurassic Park di Spielberg (ancora lui). Entrambe le opere sono radicate nella nostra cultura collettiva e generano un immaginario preciso, nonché storicamente inattendibile. Odisseo potrebbe non essere mai esistito e i dinosauri pare avessero le piume, ma (per fortuna) esiste la volontaria sospensione dell’incredulità e ciò che conta è il messaggio che sta alla base. Per esempio: se giochi a fare Dio, finirai sbranato da una lucertola di tre metri.

Il terrore nell’immaginario

L'attrice Janet Leigh e il regista Alfred Hitchcock sul set del film Psycho (1960)

L’attrice Janet Leigh e il regista Alfred Hitchcock sul set del film Psycho (1960)

Si sa: la migliore maestra di vita è l’esperienza, anche se indiretta, ancora meglio se traumatica. Il genere horror fa proprio questo: ci regala esperienze traumatiche. I serial killer fanno paura a tutti, così come restare soli in casa ci lascia inquieti, ma il rischio di essere accoltellati sotto la doccia è basso quanto quello di essere attaccati da uno squalo in spiaggia, eppure… Molti autori hanno fatto la loro fortuna tramutando in Arte le paure dei loro contemporanei: basti pensare a Poe, Lovecraft, Stephen King. Ecco, potreste aver appena pensato a It, la storia del pagliaccio malvagio. Il libro da cui, come accadde per Lo squalo, è stato tratto un celebre film, si basa su una comune fobia e su un triste fatto di cronaca. Certo, risulta remota la possibilità di essere adescati da un clown nascosto in un tombino, eppure…

Esiste un rapporto di influenza biunivoca tra la realtà e la finzione, che ha sempre quel “fondo di verità”, ma spesso la nostra percezione viene sbilanciata. Qualcuno è stato realmente attaccato (e magari ucciso) da uno squalo, ma l’animale che miete più vittime ogni anno è la zanzara: non esattamente un soggetto avvincente. Di per sé questo non è un problema, ma il “lato oscuro” della faccenda emerge proprio quando la sana cautela e la “messa in guardia” vengono rimpiazzate dalla paranoia; quando la finzione cede il passo alla manipolazione e la narrazione diventa propaganda. Ogni giorno entità “misteriose”, proprio come It, ci mostrano le nostre paure, per alimentarle. Contro il terrorismo mediatico un arpione non basta. Un singolo eroe, nemmeno. E pensandoci bene, di fronte a questa consapevolezza, lo squalo non fa poi così paura, eppure

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Luka Bagnoli

Luka Bagnoli

Da Rimini a Milano mi piace raccontare storie: dalle poesie ai racconti, passando per il teatro e le arti, è un attimo purché sia eterno. Senza prendere troppo sul serio le frasi ad effetto.

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