Pomodori rosso sangue: quando il Made in Italy uccide

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Diletta Bellotti, durante una protesta, in una foto di Beatrice Puddu

Diletta Bellotti, durante una protesta, in una foto di Beatrice Puddu

La mattina nei bar si sfogliano giornali, si fumano sigarette e si inveisce contro le politiche attuali di tutto il mondo. E nella maggior parte dei casi si parla di ciò che non si conosce davanti a un espresso bollente. Al centro di questi discorsi, in un momento storico come quello che stiamo vivendo, due tra i temi preferiti sono sicuramente l’inettitudine dei giovani e l’immigrazione. Gli immigrati ci rubano il lavoro e i giovani non vogliono lavorare. Gli immigrati però fanno il lavoro che noi non vogliamo più fare, tipo raccogliere la verdura nei campi. Ma qual è il peso di quello che oramai è diventato un popolarissimo luogo comune? E cosa succede se a spiegarcelo è proprio una di quelle giovani che fanno parte della nostra “generazione di inetti”?

Da quando si è imbattuta nel caporalato, tema della sua tesi, Diletta Bellotti non ha più smesso di raccontarlo e per farlo usa Instagram, quello stesso social che tra tanti difetti ha anche il merito di essere un canale estremamente diretto. Diletta ha fatto sua la lotta dei braccianti, delle condizioni in cui vivono, degli spaventosi salari neri che percepiscono. Di tutte quelle persone che spariscono nel nulla e che nessuno andrà a cercare. Storie di violenza, sfruttamento e invisibilità che si nascondono dietro al Made in Italy. La lotta di tutti coloro «che hanno fatto la raccolta di pomodori per cinquant’anni per poi morire sotto un sole bollente e muto».

Prima di cominciare, come spiegheresti il caporalato, in poche parole?

«In Italia il caporalato è un sistema secolare che media illegalmente tra i braccianti e i datori di lavoro. Le modalità e le forme di mediazione sono cambiate profondamente nel tempo e continuano a cambiare».

E invece come spiegheresti te stessa in relazione al caporalato?

«Io pure, come il caporalato, voglio solo mediare. Voglio mediare però tra gli attivisti che combattono questa lotta e l’italian* indifferente, a cui questa lotta non interessa».


Io voglio suscitare disgusto verso il cibo che mangiamo, non verso le persone che lo coltivano.


Cosa ti ha spinto a scegliere di essere la mediatrice delle vittime del Made in Italy? Qual è stato il tuo percorso?

«Ho analizzato questo problema del punto di vista teorico per quasi due anni. Mi ci sono appassionata e niente mi aveva appassionata così tanto, prima. Mi sono emozionata a leggere del primo movimento migrante in Italia, quello del 2011 a Nardò. Volevo che emergessero, volevo che vincessero e quindi ho messo in piedi una strategia politica e di comunicazione per farlo».

Sei stata a Borgo Mezzanone, hai scritto un diario sul tuo profilo Instagram e sul tuo blog, alcune persone ti hanno anche supportata con disegni e altro materiale volto a diffondere questa causa.

«Instagram è parte di quella strategia. Il blog nasce più che altro dalla necessità di tenere uno spazio personale in questa lotta, che mi sta dando molto ma anche togliendo molto. Ho scelto Instagram perché, negli anni, era il social network che avevo analizzato di più e che ritenevo più adatto a questo tipo di lotta, anche se ho ricevuto critiche perché per ora non sono attiva su Facebook. Ma anche questa è stata una scelta. Su Facebook si è vittime di un pubblico meno giovane e molto diverso: ci sono molti Internet haters ai quali non sono ancora pronta. Però credo che sia importantissimo riformattare il linguaggio politico, non pretendere che tutti possano o debbano interessarsi a ogni questione, soprattutto se si tratta di questioni complesse. Insomma, utilizzare un linguaggio nuovo per parlare di una lotta antichissima: quella dell’oppresso contro l’oppressore».


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Giorno VI Qui, forse ve l’ho già detto, lavoro in un negozio di alimentari. Sono spesso io a mettere la musica, il che mi fa sentire profondamente a casa. […]

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Avevi paura prima di partire? Quali erano le tue aspettative, sono state rispettate? Cosa invece ti ha sorpreso?

«Sì, avevo parecchia paura. Non avevo mai capito cosa significasse davvero essere sola, prima, e soprattutto in totale balia degli eventi. Quindi non solo di essere sola, ma fondamentalmente inerme. Questa paura è durata meno di 24 ore. Appena sono arrivata a Borgo è cambiato tutto. Un po’ perché, profondamente, avevo accettato che se mi fosse successo qualcosa non avrebbe avuto importanza. Avevo anche scritto un testamento (ride, ndr). Per me partire era più importante di tutto. Mi aspettavo banalmente quello che avevo letto sui libri e sui giornali. I libri dicevano molta verità, ma erano testimonianze non aggiornate e i giornali di base mentivano e criminalizzavano. Forse anche per questo avevo paura. Ho smesso di avere paura subito, quindi, appena mi sono resa conto di quanta forza aggregativa e comunitaria ci fosse in quel posto. E non riuscivo ad avere paura di questo». 

Qual è la cosa più bella che ti è successa da quando hai iniziato a portare avanti questa causa?

«Ci sono stati molti eventi che mi hanno commossa profondamente. E tutti vengono da situazioni in cui ho sentito che, anche se stavo facendo qualcosa di piccolo, lo stavo facendo rispettando le persone coinvolte. Questa è sempre stata la cosa più importante per me. Ieri però forse è successa “la cosa più bella”: il ragazzo che mi ha ospitata quand’ero a Borgo mi ha scritto su WhatsApp: “Ho capito tu chi sei”. E io gli ho chiesto: “Chi sono?”, un po’ confusa devo dire. Mi ha risposto, un po’ in italiano un po’ in francese: “Tu sei una donna brava. Sei sempre con noi immigrati. Noi ci siamo conosciuti per poco, ma io mi fido di te e ti voglio bene”.

«Forse sembra una cosa da niente, ma per me è stato molto importante. Mi piace che non mi abbia detto “ho capito quello che stai facendo”, ma “ho capito chi sei”, come se quello che sto facendo per lui costituisse tutta la mia persona.

«Quando ero lì, per ragioni di sicurezza, non mi sono mai esposta troppo con nessuno, non ho mai spiegato tutte le ragioni per cui mi trovavo in quel posto. Piano piano, però, l’ho fatto, poi ho iniziato le proteste e ho tenuto i miei amici al corrente di quello che stavo facendo, ho spiegato sempre di più. E loro hanno capito non solo le ragioni della lotta, ma anche la strategia, hanno iniziato a condividere con me video e registrazioni dall’interno, dall’insediamento. Mi hanno mandato foto in cui stringevano con forza i pomodori, fino a farli sanguinare. Questo per me rende la mia lotta legittima davanti a loro, che è quello che conta davvero».

Diletta Bellotti, durante una protesta, in una foto di Beatrice Puddu

Diletta Bellotti, durante una protesta, in una foto di Beatrice Puddu

Cosa vorresti ottenere e come pensi di farlo, qual è la tua strategia?

«Voglio dare visibilità alle lotte dei braccianti, italiani e migranti, in modo tale che con il tempo possano raggiungere l’obiettivo della loro lotta: prima di tutto, dignità e sicurezza abitativa e sul lavoro. Penso che il modo migliore per farlo sia parlando della questione da un punto di vista diverso. Di solito si parla della lotta contro il caporalato dal punto di vista dello sfruttamento. Si criminalizzano i braccianti e si criminalizzano i caporali — braccianti fino all’altro ieri. Si vuole suscitare rabbia, pietà o disgusto verso queste persone. Invece io voglio suscitare disgusto verso il cibo che mangiamo, non verso le persone che lo coltivano.

«Voglio che tutti, in Italia, si disgustino per come il cibo viene prodotto e che da lì inizino a cambiare le cose. Credo sia difficile immedesimarsi nelle lotta dei braccianti per un italiano medio, che non vede le campagne, non sa da dove viene il cibo e non sa come viene raccolto. Ha smesso di provare empatia per il lavoratore bracciante. È difficile creare consapevolezza parlando di sfruttamento, se si parla di cibo invece è più facile, specialmente se pensiamo al fatto che il cibo è un pilastro della nostra cultura».

Come si svolge una tua protesta tipo?

«Quando organizzo una protesta lo scrivo su Instagram, così le persone del posto possono ricondividerlo e chi vuole si unisce. Poi porto le mie solite bandiere italiane (ne ho una decina), frutta e verdura quasi marcia e da poco abbiamo anche il sangue finto commestibile (donato gentilmente dal set di un film di zombie). Poi do alcune indicazioni di base a chi protesta con me. È una protesta molto performativa, quindi voglio che ognuno senta e faccia suo l’atto di unire questi simboli: sangue, bandiera italiana e cibo. Poi recito alcuni slogan e chi è con me li ripete. Poi spesso faccio discorsi più lunghi, spiegando bene la lotta e le sua problematicità. Di solito mi fermo a parlare con le persone interessate. Poi mi faccio una doccia perché, con questo caldo, a fine protesta ho fatto praticamente la marmellata».

Diletta Bellotti, durante una protesta, in una foto di Beatrice Puddu

Diletta Bellotti, durante una protesta, in una foto di Beatrice Puddu

Che reazioni hai suscitato durante le tue proteste?

«Diciamo che ogni protesta è stata un esperimento. Purtroppo per problemi medici ho dovuto saltare le ultime due tappe. In ogni città, come speravo, ho suscitato reazioni molto diverse. A Venezia sembrava un film, molti mi fotografavano in silenzio, ammirando la scena con un’orchestra che suonava Nel blu, dipinto di blu. A Roma, invece,  mi sono spostata in parti diverse, quindi ricevevo anche attenzioni molto diverse. A Bologna il messaggio è arrivato molto chiaramente ai passanti, forse per una coscienza politica del fenomeno più ampia. A Napoli è stato quasi impossibile fare la protesta perché i bambini di Piazza del Plebiscito giocavano a pallone e mi parlavano continuamente, il che è stato comunque molto importante, forse più importante. Insomma, ogni protesta ha rispecchiato la diversità di questo problema, presente in maniera diversa in ogni parte d’Italia, ma da combattere tutti insieme».

Quali sono i tuoi prossimi passi? Com’è possibile sostenerti?

«Ho cercato di rimandare il più possibile per poter continuare a lavorare sul territorio italiano, ma a metà agosto mi trasferirò in Etiopia per lavorare alla Delegazione Europea. Da lì, spero di poter portare questa lotta sui tavoli istituzionali europei, che finanziando l’agricoltura eco-solidale contribuiscono alla causa. Per sostenermi potete seguire il mio lavoro, parlare della lotta dei braccianti e informarvi il più possibile. Siamo tutt* insieme in questa lotta».

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Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

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