Serena Brancale e la sua Vita d'Artista

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In foto, Serena Brancale, autrice dell'album Vita d'Artista

In foto, Serena Brancale, autrice dell’album Vita d’Artista

Artista poliedrica e intima nel suo stare, Serena Brancale ha avuto modo di far conoscere se stessa attraverso le sue composizioni e il modo di approcciarsi al pubblico già a partire dal 2015, anno in cui partecipò al Festival di Sanremo, con il brano Galleggiare, punto di partenza dal quale successivamente ha spiccato il volo senza mai (ri)posarsi su un punto fermo.

Da quel momento in poi, tante sono state le collaborazioni con artisti internazionali, i tour in giro per l’Italia e all’estero, i palchi calcati con alcuni dei suoi più fedeli musicisti, con i quali ha messo a punto un nuovo album uscito il 10 maggio di questo anno, anticipato dal singolo Vita d’Artista (nonché titolo omonimo dell’album), che ne ritrae gli aspetti più salienti del suo percorso musicale. Ma facciamocelo raccontare da lei.

Serena, prima di entrare nel vivo dell’album Vita d’Artista, quanto pensi sia cambiata la tua “vita d’artista” da prima di approdare sul palco del Festival di Sanremo all’uscita di questo vinile?

«Be’, è cambiato sostanzialmente tutto. Prima mi approcciavo in maniera più incosciente, invece ora c’è un po’ più di responsabilità. Dopo il Festival sono cambiate molte cose e anzi, proprio quest’ultimo ti mette in condizione di scrivere con un’altra concezione. È stata un’esperienza che mi è rimasta impressa per tanti motivi, non solo per l’emozione che mi ha destato, ma anche per il fatto che faccia crescere dal punto di vista umano e, di conseguenza, musicale».

Come mai hai voluto inserire Guerra in testa come primo brano dell’album?

«In realtà è una intro pensata quando l’album è stato missato, quindi è l’ultimo pezzo con cui abbiamo concluso. È stato creato proprio in studio. Io ero in una stanza a fianco con la batteria elettronica e ho registrato dei vocali di alcuni musicisti che fanno parte del lavoro. Nasce proprio come preghiera. Infatti, se fai caso al testo, con le parole “un’altra possibilità per ridisegnare il cielo” cerco di mettermi alla prova, di raccontarmi. Volevo che facesse da collante a tutti i brani, anche perchè Guerra in testa sarebbe dovuto essere il vero titolo del progetto, tanto che, lavorando alla grafica della copertina, volevo che ogni dettaglio facesse riferimento a questo titolo piuttosto che a Vita d’Artista. Poi si è scelto quest’ultimo, che si presenta essere il manifesto dell’album».

Entrando nell’intimo dei brani, in Tempo canti “il tempo che non ama il tempo”, “il tempo che sfugge dalle mani”. Che rapporto hai con il tempo? Ne sei schiava o cerchi di giocartela alla pari?

«No, io sono molto ansiosa (ride, nda). Il tempo mi è nemico. Cerco di vivere con esso, però solitamente non me la vivo bene. E in questo brano cerco di raccontare proprio questo: il fatto che spesso mi sembra che tutto vada avanti e io rimanga immobile, quando poi sono sempre in movimento, alla ricerca di qualcosa. Ad esempio, ci sono mesi in cui viaggio sempre e mi sembra di dare il massimo, poi rimango ferma a casa per due settimane e credo di non star facendo nulla.

«L’artista ha un rapporto particolare con il tempo, è una condizione che vive costantemente. Poi ho parlato di quanto il tempo ci sia nemico, ma credo che, alla fine dei conti, esso sia amico degli artisti. Se pensi a quanto sia lungo questo mestiere, essi hanno la possibilità di terminare la propria carriera alla fine dei propri giorni di vita. Quindi da questo punto di vista non mi è nemico per niente, ma mi capita di avere delle lunghe pause per scrivere e comporre, che vivo come un “non far nulla”, anche se poi non è così. È un elemento che ricorre spesso nei miei brani, perché lo amo e al tempo stesso lo odio (sorride, nda)».

In foto, Serena Brancale, autrice dell'album Vita d'Artista

In foto, Serena Brancale, autrice dell’album Vita d’Artista

Restando sulla tematica temporale, in Paprika canti “il tempo che passo da sola riscalda e ricarica”. Quanto tempo trascorri in solitudine?

«Trascorro molto tempo da sola, ma è una solitudine che cerco, soprattutto quando devo scrivere. Sono sempre in mezzo alla gente e la maggior parte dei pomeriggi settimanali mi dedico a dei laboratori di scrittura creativa presso la Saint Louis College of Music di Roma, quindi con i miei ragazzi scriviamo e componiamo. Se volessi stare tra le persone, ci starei sempre, anche perché sono molto socievole, ma non è giusto nemmeno ricercare sempre la compagnia, non fa bene».

Riguardo la chiusura dei brani, ho notato che alcuni di questi sembrano un proseguo degli stessi o un prologo dei brani successivi. È una cosa pensata oppure no?

«In realtà no, però c’è un brano che potrebbe farlo pensare ed è Adesso, dove nel momento in cui finisce la ballad il batterista inizia a provare il beat del brano successivo. Ci piaceva, perciò lo abbiamo lasciato. Ma non era voluta come cosa. Invece, sto pensando anche a Più della musica, in cui la chiusura vede il pianista continuare il suo solo, mentre tutto il resto sfuma».


Per me è un libro tascabile, questo disco, dai contenuti leggeri, che riflette il mondo in cui mi proietto quando scrivo musica. Mi dedico alle piccole cose, che poi alla fine sono le più grandi.


Quanto tempo hai impiegato a concepire tutto l’album? È stato un travaglio oppure il tempo dedicatoci è stato breve?

«È stato un lungo travaglio. Ci sono brani di sei anni fa, altri più recenti, ma l’importante è che sia finalmente uscito (sorride, nda). Il problema di fare un disco non è tanto farlo, quanto farlo uscire. Ci sono state varie problematiche, ma è giusto che sia così. Per me è un libro tascabile, questo disco, dai contenuti leggeri, che riflette il mondo in cui mi proietto quando scrivo musica. Mi dedico alle piccole cose, che poi alla fine sono le più grandi».

Prossimi progetti in vista? Stai pensando già a nuovi brani per il prossimo album?

«In questi giorni registrerò con i Flowing Chords, un coro romano di quaranta persone, il brano Come ti pare a cappella, perché a settembre faremo una live session. Per quanto riguarda il prossimo album, i brani sono già pronti. Sto aspettando di entrare in studio, perché ho molti brani già strutturati e pensati nei suoni. Ho già in mente anche la copertina, i colori, la tematica del disco. Ho tutto in testa».

Sempre per rimanere in tema “tempo che sfugge dalle mani”…

«Esattamente (sorride, nda). Per me scrivere è un esercizio. Invece di riscaldare la voce facendo vocalizzi o cantando delle cover, preferisco comporre una canzone. E questo mi porta a scrivere canzoni a volte bruttine, altre più belle, su cui lavorare e da selezionare per un nuovo album».

L’unica canzone in inglese del disco è I feel for you. Come mai hai deciso di inserirla?

«Per diverse ragioni. La prima è che volevo giustificare questa sonorità anni ’80 che abbiamo deciso di dare al progetto e, in secondo luogo, perché volevo cantare un brano di Prince, famoso perchè cantato da Chaka Khan, che io ho sempre adorato, un po’ per il videoclip, ma soprattutto per l’intro con il vocoder che dà un feeling anni ’80 pazzesco».

Ultima domanda un po’ frivola. In Vita d’Artista parli di “un’artista che non può organizzare una vacanza”. Sei riuscita ad organizzarne qualcuna per questa estate?

«No (ride, nda)! Non sono riuscita quest’anno, però va bene così. Mi rifarò. Sto già pensando alla meta: il Brasile. Vorrei andarci per la musica, il ballo, il canto, per godermi appunto l’aspetto musicale. Potrebbe essermi utile anche per il nuovo disco».

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Sonia Ziccardi

Sonia Ziccardi

Roma, classe '93. Diplomata in Canto Jazz al Conservatorio, prova a fare della musica il suo mestiere, tra dolci e fogli di carta: compagni di viaggio perenni. Ama la sua veranda, da cui traspare la vita e in cui ingurgita libri come se fossero dolci, ma almeno loro non danno diabete.

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