Trilogia della città di K., un libro che non dà certezze ma interroga

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Trilogia della città di K. di Agota Kristof, edito da Giulio Einaudi Editore. Foto di Alessia Baldi

Trilogia della città di K. di Agota Kristof, edito da Giulio Einaudi Editore. Foto di Alessia Baldi

Trilogia della città di K. era un libro che avevo tra gli scaffali da un po’, ma ho deciso di aspettare qualche mese prima di decidermi ad aprirlo. Non so cosa mi abbia spinto a rimandare di così tanto tempo la lettura di questo libro, forse il mio umore non era adatto, forse ho avuto altre priorità libresche, oppure forse semplicemente la copertina mi inquietava: toni sul bianco, grigio e nero e due gemelli, uno ti fissa dritto negli occhi con le braccia conserte, l’altro cerca di nascondersi, ma lo sguardo che trapela da dietro la frangetta è lo stesso. Qualche giorno fa ho deciso di raccogliere il guanto di sfida lanciato dai due ragazzini in copertina e iniziare la lettura.


Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla Terra senza lasciare traccia.

– Agota Kristof, Trilogia della città di K.


Solitamente tendo a non informarmi troppo sul libro che ho intenzione di leggere e sulle sue recensioni per non rovinarmi il piacere della lettura e per rivendicare il mio diritto di interpretare autonomamente il messaggio nascosto tra le pagine. Mi sono limitata a leggere il retro di copertina che recita: «Tutto ha inizio con due gemelli che una madre disperata è costretta ad affidare alla nonna, lontano da una grande città dove cadono le bombe e manca il cibo». Detta così, sembrerebbe una trama limpida, lineare, che non promette niente di più e niente di meno. Non vi sono indicazioni spazio-temporali ben precise, ma si intuisce che il romanzo sia ambientato durante il periodo della Seconda guerra mondiale che fa da sfondo a spiacevoli vicende familiari.

Un’autrice che mira a sconvolgere

In foto, la scrittrice ungherese naturalizzata svizzera Agota Kristof

In foto, la scrittrice ungherese naturalizzata svizzera Agota Kristof

Il romanzo è diviso in tre parti, intitolate rispettivamente Il grande quaderno, La prova e La terza menzogna. Soltanto questa scopriremo essere l’unica certezza.

Fin da subito colpisce l’espediente narrativo impiegato da Agota Kristof, scrittrice ungherese naturalizzata svizzera: la prima parte del libro è scritta completamente in prima persona plurale, la seconda in terza persona singolare e la terza e ultima in prima persona singolare. Tuttavia, nonostante le sostanziali differenze in campo stilistico adottate dall’autrice, il suo stile rimane unico e riconoscibile. La scrittura della Kristof è asettica, chirurgica, fredda, repentina, affannante, non lascia spazio alle divagazioni e ai sentimentalismi e d’altronde, questo è lo stesso atteggiamento che i due gemelli, privati del calore che solo un nido familiare può offrire, assumono nei confronti della vita. L’esistenza è per loro sofferenza, ma imparano ben presto a essere freddi, immuni alle emozioni, indifferenti ai ricordi, dediti al lavoro e al sacrificio, proprio come i grandi. L’autrice ha dato vita a dei personaggi che apparentemente rientrano nella normalità, ma che in fondo sconvolgono tutte le leggi della natura umana e le convinzioni, già instabili, del lettore.

In foto, una citazione tratta dal libro Trilogia della città di K. di Agota Kristof. Foto di Alessia Baldi

In foto, una citazione tratta dal libro Trilogia della città di K. di Agota Kristof. Foto di Alessia Baldi

La particolarità di questo romanzo non è soltanto lo stile eclettico e paradossalmente unitario dell’autrice, ma la sua palpabile forza emotiva, che spinge il lettore a dover sospendere la lettura e a riprendere fiato. Si tratta di uno scritto molto complesso, difficile da affrontare in una sola seduta, che richiede il tempo necessario per essere letto. Nel libro si susseguono non pochi episodi cruenti e scabrosi che metteranno alla prova la sensibilità del lettore, che faranno ribollire il sangue nelle vene e smuoveranno la bile. Io stessa ho dovuto interrompere la lettura perché era troppo da sopportare e la scrittura scarna e gelida dell’autrice l’ha reso ancora più difficile. Questo libro mi ha messo a disagio, ma è stato questo a darmi la forza di continuare a leggere.

La nuda e cruda verità che non esiste

È d’obbligo riconoscere ad Agota Kristof il merito di essere riuscita a mantenere alta l’attenzione per tutta la durata del romanzo e l’ha fatto mettendo continuamente in dubbio ciò che era stato raccontato in qualche riga precedente. Andando avanti, il lettore è sempre più confuso, la mente si annebbia ed ecco che è costretto a chiudere di nuovo il libro per non cadere nel vortice creato dall’autrice. Soltanto quando riesce a ripercorrere tutte le orme che l’hanno condotto fino a quel punto della narrazione, allora ricomincia a leggere, ancora più insicuro di prima. L’autrice gioca con il lettore, si diverte a vederlo spaesato, si prende gioco di lui quando cerca di ricollegare i fili della trama, ma è impossibile perché l’intera narrazione si basa su un puzzle di menzogne non dette.

Illustrazione di @chimu_art, tratta dal progetto Disegnalibro in collaborazione con @zazie_danslabiblio su Instagram

Illustrazione di @chimu_art, tratta dal progetto Disegnalibro in collaborazione con @zazie_danslabiblio su Instagram

La verità è che non esiste una verità, o meglio, esiste ma al lettore non è dato saperla. Fino alle ultime pagine si svolge questo gioco malsano e frustrante che tiene impegnati personaggi e lettori, ma anche alla fine, quando i fili sembrano essere riannodati, c’è sempre qualcosa che sfugge. Non si riesce a capire esattamente cosa e forse neanche l’autrice lo sa. Il disorientamento è la sensazione dominante che si percepisce, ma è anche la forza che tiene incollati alle pagine. Arrivi a un punto in cui pensi di aver capito tutto, di avere la soluzione in pugno, ma poi capisci che è stata soltanto un’illusione. Un’amara illusione. 1 a 0 per Agota Kristof.

Trilogia della città di K., libro necessariamente disturbante

A distanza di qualche giorno, mi vengono ancora in mente le scene raccapriccianti raccontate dall’autrice, il romanzo sta ponendo le sue radici in me. Ragiono cercando di capire quale sia stato l’intento dell’autrice, perché abbia voluto scandalizzare il lettore in questo modo. La risposta? Per estraniarlo. Dopo aver voltato l’ultima pagina del romanzo, la 379esima, ho avuto una reazione anormale, ho provato sollievo. Di solito, quando termino un libro provo sempre una certa tristezza nell’abbandonare i personaggi e il mondo in cui mi sono intrufolata temporaneamente. Ma questa volta è stato diverso: non vedevo l’ora di uscire da quella realtà, staccarmi da quei personaggi che vivevano una vita così misera e angosciosa. Il mondo descritto nel romanzo è un mondo in cui nessuno vorrebbe vivere, è un mondo ripugnante popolato da persone intrappolate nella propria individualità, un’individualità universale.

Immagine tratta dal film di János Szász intitolato Il grande quaderno

Immagine tratta dal film di János Szász intitolato Il grande quaderno

Eppure, la realtà descritta da Agota Kristof non è la stessa realtà in cui viviamo tutti noi? Forse quegli episodi sgradevoli che ci hanno fatto accapponare la pelle nel romanzo sono semplicemente la realtà che decidiamo di ignorare. È tutto un grande punto interrogativo.

Trilogia di K. è il capolavoro disturbante di cui avevamo necessariamente bisogno, ma leggetelo soltanto se siete pronti ad accettare la realtà, senza compromessi.

About author

Alessia Baldi

Alessia Baldi

Alessia, 19. Italiana buonista scambiata fin troppe volte per una filippina. Studio Lingue ma spesso e volentieri non riesco a trovare le parole per esprimermi. Leggo, forse troppo, ma nel tempo libero mi ricordo di respirare. Tutto qui. Nient'altro che una serie di sfortunati eventi.

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