La messinscena di Un uomo, un mostro e un mistero

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Una delle immagini promozionali del cortometraggio Netflix con David Harbour Un uomo, un mostro e un mistero, di John Levenstein e Daniel Gray Longino

Una delle immagini promozionali del cortometraggio Netflix con David Harbour Un uomo, un mostro e un mistero, di John Levenstein e Daniel Gray Longino

Su Netflix, dal 16 luglio, è disponibile Un uomo, un mostro e un mistero, cortometraggio comico con David Harbour scritto da John Levenstein e diretto da Daniel Gray Longino; possiamo però davvero considerarlo un semplice mockumentary? E da cosa dipende quella sottile inquietudine che, nonostante lo spirito goliardico, si avverte ferocemente sul finale?

Sono queste le domande che mi sono posto, a caldo, una volta terminata la visione; tuttavia, le risposte risultano essere più intricate del previsto e quello che inizialmente appariva come un breve (solo 32 minuti) passatempo audiovisivo – da guardare quando non si ha il tempo per un film o la costanza per una nuova serie – è diventato un vero e proprio caso.


Un uomo, un mostro e un mistero presenta una struttura a scatole cinesi, a strati come gli orchi e le cipolle, dove vari livelli di narrazione si sovrappongono.


David Harbour lo conosciamo grazie alle sue indagini in Stranger Things e, anche questa volta, si trova alle prese con un mistero da svelare: nei panni di se stesso cercherà di ricostruire il passato torbido del suo finto padre, il defunto David Harbour Jr, attore teatrale decaduto impersonato anch’esso da David Harbour. Come in un documentario, alle paradossali interviste si alternano spezzoni della carriera televisiva di David Harbour Jr, tra pubblicità, programmi ridicoli e, soprattutto, una bizzarra opera teatrale per il piccolo schermo tratta dal Frankenstein di Mary Shelley.

Mockumentary?

Premettendo che da qui in poi correrete il rischio di incappare in uno spoiler, occorre fare una precisazione: un mockumentary non è altro che un finto documentario e, per quanto sia una gran bella parola da usare in una recensione, quello di cui stiamo parlando esula leggermente dal genere – o meglio, ne contiene solo alcuni elementi.

Un uomo, un mostro e un mistero presenta una struttura a scatole cinesi, a strati come gli orchi e le cipolle, dove vari livelli di narrazione si sovrappongono. Al centro c’è il dramma televisivo, realizzato in perfetto stile TV anni ’60; attorno ai video “anticati” come se fossero found footage si sviluppa un documentario dal quale emergono prove e testimonianze della condotta riprovevole di David Harbour Jr. Sembrerebbe finita qui ma, alla fine, David Harbour getta la documentazione che condanna il padre in un finto caminetto, svelando sia che il documentario mostrato non è quello definitivo ma una sorta di making of visto per effrazione dallo spettatore, sia l’impianto profondamente teatrale di tutta la vicenda.

Questa forma di meta-teatro – e l’impeccabile meta-recitazione degli attori – funzionerebbero su un palco così come funzionano attraverso uno schermo. Dunque, rispondendo alla mia prima domanda: non è un semplice corto, ma una vera e propria piece dalle tinte cupe fruibile su Netflix.

Chi è il mostro?

In foto, David Harbour in una scena del cortometraggio Netflix Un uomo, un mostro e un mistero

In foto, David Harbour in una scena del cortometraggio Netflix Un uomo, un mostro e un mistero

Per quanto riguarda invece la seconda domanda, certamente la più ostica, bisogna partire dal titolo originale: Frankenstein’s monster’s monster, Frankenstein. Questo gioco di genitivi sassoni nasce sull’onda di un errore comune, più volte sottolineato nell’opera: siamo abituati a chiamare il mostro con il nome del suo creatore, rendendo ques’ultimo il mostro, in un certo senso. Proprio su questo equivoco è basata la trama dello sceneggiato televisivo di David Harbour Jr, che si risolverà con un omicidio e la fuga del mostro che impersonava Frankenstein.

Padre e figlio, così come lo scienziato e il mostro, si confondono tra loro (complice anche quel “Jr”) e confondono lo spettatore; prima dei titoli di coda, David Harbour dice di voler dare al mondo l’immagine migliore possibile del padre, fuggendo così dalla verità e, forse, sottolineando l’inaffidabilità dell’informazione e – forse – dell’intrattenimento stesso.

David Harbour Jr, per paura e per vanità, ha ucciso un attore più giovane e più talentuoso di lui; David Harbour, per paura e per vanità, ha protetto il suo nome. Narcisismo, potrebbe essere questo il nome del mostro; ma probabilmente non c’è alcun mostro da sconfiggere, così come non c’è alcun mistero da svelare: ci sono soltanto uomini.

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Luka Bagnoli

Luka Bagnoli

Da Rimini a Milano mi piace raccontare storie: dalle poesie ai racconti, passando per il teatro e le arti, è un attimo purché sia eterno. Senza prendere troppo sul serio le frasi ad effetto.

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