Lucha alla Città: salviamo la Casa delle Donne

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In foto, Chiara Franceschini, attivista della casa delle donne Lucha y Siesta, Roma © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

In foto, Chiara Franceschini, attivista della casa delle donne Lucha y Siesta, Roma © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

#vendesiRoma è l’hashtag circolato negli ultimi giorni, assieme alle foto di monumenti e palazzi della Capitale su cui campeggiano le scritte (proiettate) «Vendesi» o «Si ordina lo sgombero immediato di questo stabile». Una provocazione d’artista, certamente: nessuno ha intenzione di mettere all’asta la Piramide Cestia o il Pantheon. Il gesto creativo non si discosta però più di tanto dalla realtà, dal momento che, ormai già da diversi anni, Roma pare non essere più una città accogliente per gli spazi autogestiti.

In questa tendenza si colloca anche la storia della casa delle donne Lucha y Siesta. Minacciate di sgombero da un anno e mezzo, ad oggi le attiviste di Lucha – assieme alle donne e ai bambini attualmente ospiti della struttura – non hanno ottenuto nessuna risposta, se non una data: 15 settembre, giorno a partire dal quale potrebbero essere staccate le utenze e avviato lo sgombero della casa delle donne.

Lucha y Siesta: cos’è e perché lo sgombero

Lucha y Siesta, Roma, 7 settembre 2019 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Lucha y Siesta, Roma, 7 settembre 2019 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Lucha y Siesta, oggi, offre accoglienza a 15 donne con alle spalle storie di violenza e nei suoi undici anni di attività ha aperto le porte a oltre 1.200 persone. Ma l’attività di questa casa delle donne va ben oltre il solo servizio di ospitalità – che già basterebbe a definire la necessità della sua sopravvivenza. Lucha y Siesta, come spiega bene l’attivista Chiara Franceschini, è un «polo culturale, è uno spazio femminista strappato con la lotta, inserito in una storia centenaria, perché è la storia delle donne di tutto il mondo».

Collocata nel quartiere Tuscolano, all’interno di una palazzina abbandonata di proprietà dell’ATAC (azienda pubblica concessionaria del trasporto pubblico locale del comune di Roma, ndr) che il collettivo ha «legittimamente valorizzato», Lucha y Siesta ospita non solo un Centro antiviolenza e una Casa di Semiautonomia, ma anche una biblioteca permanente e diverse attività artistico-culturali, dal cineforum estivo ai corsi di formazione. Quello contro Lucha, quindi, prosegue Franceschini, «è un attacco all’immaginario, alla bellezza, alla forza delle donne e alla Storia».


Lucha y Siesta fa fronte al mancato investimento nel contrasto alla violenza di genere, in un territorio in cui i posti di accoglienza sono, in totale, 23, contro le 300 unità previste dalla convenzione di Istanbul per una città come Roma.


Lo stabile occupato e restituito alla collettività da Lucha y Siesta è solo uno degli immobili appartenenti all’azienda dei trasporti del Comune di Roma e destinati alla vendita, per porre rimedio a un debito di 1,5 miliardi di euro ed evitare il fallimento. Uno dei tanti, però, non significa uno come tanti: la casa delle donne non offre semplicemente servizi straordinari al quartiere, ma fa fronte alle carenze dell’amministrazione capitolina, in primis al mancato investimento nel contrasto alla violenza di genere, in un territorio in cui i posti di accoglienza sono, in totale, 23 tra rifugi e case di semiautonomia, contro le 300 unità previste dalla convenzione di Istanbul per una città come Roma.

Come sottolinea Oria Gargano (presidente di BeFree), le cooperative contro la violenza di genere e i servizi sociali «mandano le donne in emergenza abitativa, che hanno esperito violenza maschile, da Lucha y Siesta» e lo fanno proprio per carenza di posti. È qui che queste persone smettono di essere vittime e iniziano a costruire la propria autonomia. È qui che, come detto da Francesca Koch (Casa Internazionale delle Donne), vengono sperimentate «nuove forme di wellfare e di autodeterminazione».

Il comitato Lucha alla Città

Lucha y Siesta, Roma, 7 settembre 2019 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Lucha y Siesta, Roma, 7 settembre 2019 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Che fare, allora, se non comprare Lucha y Siesta; se non rendere Lucha un bene pubblico, comunitario, partecipando all’asta? Per farlo, la casa delle donne ha costituito il comitato Lucha alla città, di cui è presidente Lea Melandri.

Partner fondamentale in questa impresa è Banca Etica, già nota per aver concesso il prestito che ha permesso l’acquisto della Mare Jonio e supportato Mediterranea con un crowdfunding su Produzioni dal basso. Banca Etica, nata non a caso l’8 marzo e il cui Consiglio di amministrazione è a maggioranza composto da donne, prende parte alla conferenza di presentazione del comitato con l’intervento di un suo socio, che individua nuovamente – come nel già menzionato caso di Mediterranea e in quello di Sea-Watch – nella piattaforma Produzioni dal basso il mezzo ideale per la raccolta fondi destinata all’acquisto di Lucha y Siesta.

Al comitato Lucha alla città hanno già aderito diverse centinaia di privati e associazioni come Non una di meno, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno, D.i.Re., USB, Libera. Ancora, è vicina all’esperienza di Lucha y Siesta la Casa Internazionale delle Donne, per conto della quale Francesca Koch chiede all’amministrazione di dimostare coraggio e di «saper riconoscere il valore di una diversa concezione della solidarietà, delle relazioni, della politica». Il valore dell’esperienza di Lucha, continua Koch, sta nell’aver messo «in atto una nuova e intelligente pratica di cura, per lo stabile e per le persone».

Sono ancora le istituzioni a essere sfidate nell’intervento del presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, che nota: «Realtà come Mieli, come Lucha, si occupano di promuovere cultura, di rovesciare il sistema patriarcale e con servizi di cura. In una società perfetta, di questo non ci dovremmo occupare noi, ma dovremmo promuovere servizi fatti da altri. In una società non perfetta, ma guidata da giusti, noi dovremmo essere vissuti come risorse con cui parlare e intavolare dei progetti. Questa non è chiaramente una società perfetta né guidata da giusti. Siamo vissute e vissuti come un fastidio, ma noi continueremo a dare fastidio».

I due volti della politica: gli interventi di Marta Bonafoni e di Lorenza Fruci

Lucha y Siesta, Roma, 7 settembre 2019 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Lucha y Siesta, Roma, 7 settembre 2019 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Le istituzioni non mancano di essere rappresentate, durante la conferenza del 7 settembre, con la partecipazione della consigliera regionale Marta Bonafoni e della delegata della Sindaca Raggi alle politiche di Genere Lorenza Fuci. Sono due volti politici antitetici, che mettono in campo sensibilità e dialettiche estremamente diverse, accolte con altrettanta discrepanza dalla nutrita folla di attiviste e attivisti accorsa da Lucha y Siesta.

«Non voglio arrivare a proporre a Lucha uno spazio alternativo», dice Marta Bonafoni con determinazione al termine di un intervento in cui, oltre a lodare un lavoro che «rappresenta un modello di convivenza, di coesione e di possibilità», non manca di puntare il dito contro il Comune di Roma e la sua negligenza. «[Il Comune] non può pensare di cavarsela con un carteggio in cui chiede alla Regione Lazio di spostare queste donne. Perché queste donne non sono pacchi: hanno una loro identità, una loro autonomia; sono parte integrante del lavoro di relazione che Lucha fa. Ma Lucha ci ha insegnato una cosa in più: che non c’è soltanto il rapporto tra le donne ospiti e le donne operatrici, ma che è possibile avere un rapporto con la città. Ripartire da Lucha significa anche saper far ripartire Roma».

Se da una parte Bonafoni fa quindi notare che «in questo momento il Comune ci chiede posti dove inviare le donne, ma gli spazi non ci sono», l’amministrazione risponde – rappresentata dalla delegata della Sindaca alle politiche di genere – con vile fatalismo, lamentando di subire un «atteggiamento pregiudiziale» ed evitando di proporre soluzioni alternative reali per le attiviste e le donne ospiti di Lucha y Siesta. Appellandosi alla presunta inevitabilità dell’inclusione di Lucha y Siesta nel concordato presentato al tribunale fallimentare, infatti, Fuci prima ribadisce la necessità di sgomberare «le occupanti» – che certamente non possono essere lasciate in un luogo senza luce né acqua! –, per poi sminuire il problema dell’assenza di posti predisposti all’accoglienza: «Mi sembra che è emersa dalla conferenza di stamattina che le persone sono disposte all’autodeterminazione e all’autonomia, forse il tema non è questo».

Lucha y Siesta, Roma, 7 settembre 2019 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Lucha y Siesta, Roma, 7 settembre 2019 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Quale sarebbe, allora, il tema, di fronte a un numero sempre più alto di donne che si rivolge alle Case e ai Centri antiviolenza? Il problema semmai non è solo dove ricollocare, oggi, le 15 donne attualmente ospiti di Lucha y Siesta, ma è come impedire lo sgombero di una realtà che interviene costantemente per arginare il fenomeno sistematico (e sistemico) della violenza di genere, alle cui porte ogni giorno potrebbero bussare nuove persone in cerca di accoglienza.

Il problema, quindi, è che il Comune di Roma non riesce a riconoscere l’importanza della sopravvivenza di un luogo come Lucha. Dimostrerebbe di farlo, semmai, se come proposto da Chiara Franceschini venisse garantito alle attiviste il diritto di prelazione. Un gesto, questo, che dimostrerebbe una reale disposizione al dialogo da parte dell’amministrazone e che permetterebbe di riconoscere la necessità di non sradicare Lucha y Siesta dal luogo e dal quartiere che è stato per 11 anni la base della sua attività.

Di fronte a questa politica miope, che mette a rischio la realtà fondamentale che è Lucha y Siesta, non resta che attivarsi per riportare la lucha alla città. Lo si può fare in diversi modi:

  • Con una donazione liberale oppure aderendo al crowdfunding su Produzioni dal basso, lanciato a breve, che prevede merchandise in edizione limitata con illustrazioni disegnate da artisti come Zerocalcare, Rita Petruccioli, Sio, Hogre, Maicol&Mirco.
  • Condividendo sui social le notizie provenienti dai canali Facebook, Instagram e Twitter di Lucha y Siesta con l’hashtag #luchaallacittà.
  • Se sei un’artista, puoi mettere a disposizione del crowdfunding premi come biglietti omaggio per i tuoi concerti, libri, disegni originali, nuovi dischi o release.
  • Se sei un’agenzia creativa, di comunicazione o una tipografia, puoi partecipare mettendo a disposizione i servizi e i prodotti indispensabili a realizzare la campagna.
  • Se sei un’agenzia media oppure di pianificazione degli spazi pubblicitari, puoi diffondere le notizie di Lucha y Siesta oppure donare gli spazi rimasti invenduti della pubblicità.

Potete, inoltre, aderire al comitato in qualità di singoli e di associazioni, inviando all’indirizzo luchaysiestanonsivende@gmail.com i vostri dati anagrafici: nome e cognome, data e luogo di nascita, Codice Fiscale, indirizzo di residenza.

Potete poi farvi ispirare dalle parole di una delle donne opsiti di Lucha y Siesta, determinata a non andare via «se non nella tomba» e a restare anche se le utenze venissero staccate. Perché, tanto, c’è una fontanella a pochi metri: «Porterò l’acqua da lì». A noi invece il compito di riportare la luce.

 

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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