Inchiesta: come l'algoritmo di Tinder discrimina le donne indipendenti

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dalla conferenza 
Comment Tinder vous évalue en secret di Judith Duportail
traduzione di Roberta Cavaglià

Siamo nel 2014 e ho 28 anni. Dopo una rottura dolorosa, decido di scaricare Tinder, la famosa app di incontri, la più redditizia al mondo con i suoi 50 milioni di utenti. All’epoca sognavo una vita mondana e divertente alla Sex and the city. Il giorno stesso in cui scarico Tinder, mi iscrivo anche in palestra e dico a un’amica: «È il pacchetto completo, Tinder e palestra». Credo di fare una battuta, ma non lo è affatto.

Facebook ha ammesso in un’inchiesta (pubblicata e poi eliminata) di prendere di mira soprattutto gli utenti appena tornati single con delle pubblicità sull’attività sportiva. È un momento della tua vita in cui sei effettivamente più disposto a iscriverti in palestra o a partire su due piedi per un viaggio.

È facile iniziare a usare Tinder: lo si connette a Facebook, si sceglie qualche foto e una frase di presentazione, la bio. Avevo voglia di dire qualcosa di divertente e, dopo essermi spremuta le meningi, scrivo: ho 5 stelle su Blablacar. Non avevo immaginato che questa semplice frase avrebbe scatenato la creatività di così tanti ragazzi:

Uno de commenti dei ragazzi alla bio: «5 stelle su Blablacar? È impossibile». «E invece!»

Uno de commenti dei ragazzi alla bio: «5 stelle su Blablacar? È impossibile». «E invece!»

Una dose di narcisismo in vena

A essere onesti, all’inizio adoravo Tinder. Anche se mi facevano 300 volte la stessa battuta, ero molto contenta di ricevere tutti quei match, tutti quei like, tutti quegli swipe. Mi sentivo stimolata, accettata. Era come se mi facessero una dose di narcisismo in vena. E non sono di certo l’unica ad aver usato Tinder per fare il pieno di autostima: secondo uno studio condotto dall’Università di Amsterdam, migliorare la propria autostima è la ragione principale per la quale le donne scaricano Tinder. Gli uomini, invece, sono prevalentemente alla ricerca di un rapporto sessuale.

Tuttavia, come per le droghe, sono assuefatta da Tinder e mi connetto sempre più spesso nella speranza di ritrovare l’euforia degli inizi, che però non torna più. Gli effetti sul mio umore sono sempre più negativi e, anche in questo caso, non sono l’unica. Basta cercare su Google «Tinder makes me…» e troverete risultati come «sad», «depressed», «anxious», «insecure», «unhappy».

Come topolini da laboratorio

In foto, Natasha Dow Schüll, autrice di Architettura dell'azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza (Luca Sossella editore, 2015)

In foto, Natasha Dow Schüll, autrice di Architettura dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza (Luca Sossella editore, 2015)

Eppure non riesco a staccarmene e divento dipendente da Tinder. Come è successo? È facile, in realtà. Lo spiega molto bene l’antropologa americana Natasha Dow Schüll, autrice di Architettura dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza (Luca Sossella editore, 2015). Il libro spiega che Tinder si è impadronito dello stesso stratagemma dei casinò ovvero di un meccanismo molto potente capace di renderci dipendenti chiamato «ricompensa aleatoria e variabile».

Quando andate in un casinò e giocate alle slot machine, sapete che ogni volta che inserite una moneta uscirà una combinazione diversa di numeri e figure. Sono stati eseguiti dei test su dei topi che avevano a disposizione nella loro gabbia una specie di linguetta: se ogni volta che la toccavano ricevevano dell’acqua, la toccavano solo quando avevano sete mentre se toccandola non trovavano niente, dopo un po’ smettevano di usarla. Ma se ogni volta fosse successa una cosa diversa e avessero ricevuto acqua, cibo o nulla, l’avrebbero toccata sempre.

Ed è la stessa cosa che succede al nostro cervello su Tinder: non sappiamo cosa troveremo (un match – ma di chi?; un messaggio – ma da chi? E allora ci chiediamo: «Ma chi è questo tipo, forse è meglio degli altri, forse lo conosco…» ) e questo pensiero ci fa diventare come dei topolini da laboratorio.

I belli con i belli, i brutti con i brutti

Su Tinder, se qualcuno ritenuto molto bello e desiderabile vi dà un like, il vostro voto sale. Allo stesso modo, se un utente considerato poco desiderabile vi fa swipe, il vostro voto scende.

Su Tinder, se qualcuno ritenuto molto bello e desiderabile vi dà un like, il vostro voto sale. Allo stesso modo, se un utente considerato poco desiderabile vi fa swipe, il vostro voto scende.

Una mattina leggendo un articolo ho scoperto che tutti abbiamo un punteggio segreto di desiderabilità su Tinder, un «Elo score», al quale non abbiamo accesso. Questo nome viene dal matematico ungherese Arpad Elo, che negli anni ’70 aveva inventato un sistema di classificazione statistico per i giocatori di scacchi. È un sistema molto semplice: quando un giocatore vince contro un altro giocatore molto bravo, il suo punteggio sale. Su Tinder, se qualcuno ritenuto molto bello e desiderabile vi dà un like, il vostro voto sale. Allo stesso modo, giocando a scacchi, se perdete contro un giocatore mediocre, il vostro punteggio scende. Su Tinder, se un utente considerato poco desiderabile vi fa swipe, il vostro voto scende.

Quando l’ho letto ho capito che l’obiettivo di Tinder era mettere i belli con i belli, i brutti con i brutti e i mediocri con i mediocri. O almeno era così che veniva spiegato nell’articolo che avevo letto, scritto dal cofondatore dell’app Jonathan Badeen (in seguito licenziato da Tinder):

Come nel videogioco War of Warcraft, quando affrontate qualcuno con un punteggio molto alto, alla fine guadagnerete più punti rispetto a quando affrontate qualcuno con un punteggio basso.

Un voto alle nostre insicurezze

Dopo aver letto quest’articolo molti brutti ricordi mi sono tornati in mente. In particolare, mi è tornato in mente quel sentimento diffuso che conosce la maggior parte delle donne (e anche degli uomini) di essere giudicati in base all’aspetto, di sapere che alle volte ancor prima di aver aperto bocca, prima che qualcuno abbia sentito il suono della vostra voce o sentito cosa volevate dire, si sia già fatto un’idea su di voi e giudicato il vostro valore.

Mi ha fatto ricordare di quando ero un ragazzina di 13 o 14 anni e un ragazzo della mia classe aveva dato un voto a tutte le ragazze e mi aveva messo un 5 perché ero simpatica ma un po’ troppo grassa.

Ho guardato il telefono e mi sono chiesta se fosse cambiato qualcosa da allora o se le regole della mia adolescenza fossero ancora vive e vegete: proprio ora il mio stesso telefono mi sta dando un voto sul mio valore sul mercato della seduzione, senza che lo sappia, senza che abbia dato il mio consenso, senza che possa fare qualcosa per evitarlo. Mi sono detta che dovevo saperne di più e che volevo trovare il mio Elo score.

Tutti i vostri dati possono essere usati contro di voi

Dovete sapere che cominciare un’inchiesta giornalistica non ha niente a che fare con quello che si vede in TV nelle serie come The Newsroom. Nessuna riunione in un seminterrato, nessuno vi lascia una chiavetta USB sullo zerbino mentre dormite. La realtà è che inviate, come un impiegato qualsiasi, decine e decine di mail alle quali nessuno risponde.

Dopo un po’ di tempo però ho ricevuto il prezioso aiuto di due persone: un matematico svizzero e militante dei dati personali, Paul-Olivier Dehaye, e di un avvocato dei diritti umani. Loro due mi hanno permesso di portare avanti la mia inchiesta. Quando ho incontrato Paul-Olivier in un café, lui ha riso molto del fatto che fossi indignata dal concetto di Elo score. Mi ha detto non è che un dettaglio nel mondo in cui viviamo:

Sei valutato un centinaio di volte al giorno senza neanche rendertene conto. I tuoi dati personali servono a farti ricevere un punteggio su Tinder, sì, ma decidono anche a quali domande di lavoro avrai accesso su LinkedIn, quanto pagherai per l’assicurazione della macchina, se potrai avere un prestito e quale pubblicità vedrai in metro domani. Ci dirigiamo verso un mondo sempre più opaco, sempre più astratto, dove i dati raccolti su di te, senza che tu nemmeno lo sappia, dati forse vecchi di anni, avranno delle conseguenze immense sulla tua vita. Alla fine, tutta la tua esistenza sarà compromessa, predeterminata da tutti i dati raccolti su di te.

Al lavoro per il capitalismo della sorveglianza

In foto, Shoshana Zuboff, autrice di The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power (Public Affairs, 2017)

In foto, Shoshana Zuboff, autrice di The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power (Public Affairs, 2017)

Dopo averlo incontrato stavo tornando a casa e camminando vedevo la strada in modo diverso e ho pensato che, quando navigo su Internet dal mio cellulare, tutto l’universo virtuale nel quale navigo è adattato, plasmato per me in tempo reale. È come se di colpo, mentre stessi camminando, la strada cambiasse di aspetto in diretta e le sue pubblicità fossero state progettate su misura in base alla mia età, al mio aspetto, al mio passato, alle mie difficoltà personali ed emozioni, per assecondare o opporsi alle mie idee politiche, per suscitare una mia reazione.

Dopo quell’incontro stavo per andare a una festa e ho pensato che, secondo le regole di Tinder, sarebbe stato come se tutti i ragazzi troppo belli o troppo brutti per me avessero un codice e che io non avessi semplicemente la possibilità di vederli, come se fossero stati eliminati dal mio campo visivo.

In quel momento ho capito che la mia inchieste si inscriveva in un movimento politico globale. Questo movimento è quello del capitalismo della sorveglianza, teorizzato dalla studiosa americana Shoshana Zuboff. È l’autrice di The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power (Public Affairs, 2017), un saggio sullo sfruttamento dei dati personali e su come i nostri gesti ed emozioni siano spiati per dare loro una migliore risposta di mercato.

Chi siamo davvero su Internet?

Per tornare all’inchiesta, grazie a Paul ho finalmente ricevuto una risposta da Tinder. Era un lunedì pomeriggio, per la precisione, mi ricorderò di questo momento per tutta la vita. Nella mail lo staff mi spiegava di non poter comunicarmi il mio Elo score. In compenso, poteva inviarmi tutti i miei dati in un allegato PDF. Ricordo di aver aperto il documento alle 14:00 e di aver finito di leggerlo alle 22:00. Un documento di 800 pagine pieno di informazioni su di me. Prima le informazioni banali che avevo dato connettendo Facebook e Instagram, scrivendo la mia famosa bio su Blablacar. Poi anche i miei like su Facebook e infine la lista dei miei match.

Leggendoli, mi sono resa conto che esiste da un lato la persona che crediamo di essere sui social network e, dall’altro, c’è la persona che siamo davvero. Se mi avessero chiesto a quante persone avessi parlato durante i miei 3 anni su Tinder, avrei risposto in tutta sincerità: una quarantina. In realtà si tratta di ben 842 persone. Alcuni erano degli scambi di saluti che avevo semplicemente dimenticato.

Ma la cosa più importante è che io ero la prima a criticare i ragazzi che usavano sempre le stesse battute, che facevano ghosting o che uscivano con sei ragazze allo stesso tempo. Mi sono resa conto che ero uguale a loro. Anch’io ero quella che fa la stessa battuta a tutti: il mio cavallo di battaglia erano le battute sulla sfiga.

Quando ho incontrato il sociologo Eric Klinenberg (coautore insieme al comico Aziz Ansari del libro Modern Romance, Penguin, 2016) gli ho confessato che ero sorpresa dalla lettura dei miei dati e che ero curiosa di capire come mi sarei comportata d’ora in poi. Lui mi ha risposto che la mia reazione non lo sorprendeva affatto. Secondo lui, è sempre più diffuso l’uso dei social network e delle dating app come valvole di sfogo. Poi però posiamo il cellulare e dimentichiamo cosa abbiamo appena fatto e detto.

Le nostre identità in vendita

Chiunque su Internet può acquistare dei profili completi di persone che si sono iscritte a dei siti di dating

Chiunque su Internet può acquistare dei profili completi di persone che si sono iscritte a dei siti di dating

Tutte queste informazioni mi sono state utili per riflettere sul mio comportamento sui social network. Le stesse informazioni sono soprattutto utili a Tinder. Utili per sapere in che momento proporvi l’acquisto di un boost (una promozione a pagamento per vedere più profili, ndt) o l’opzione Tinder gold per aumentare la vostra presenza sull’applicazione. Utili per scoprire quando passate a un altro sito della galassia Match.com (la società Match possiede sia Tinder che Okcupid, Meetic e altre app d’incontri). Utili a Tinder semplicemente per essere vendute.

Chiunque su Internet può acquistare dei profili completi di persone che si sono iscritte a dei siti di dating. Non è caro e se ne possono comprare un migliaio sul sito Usadating.org. Lì potete comprare un migliaio di profili “premium est Europa” per 35 dollari, nei quali troverete tutte le informazioni personali degli utenti: nome e cognome, indirizzo mail, data di nascita, bio… Tactical Tech, una ONG tedesca che si occupa dell’impatto della tecnologia sulla società, ha rivelato che su questo sito si possono anche trovare e comprare dei profili Tinder.

Tecniche militari al servizio del matching

Le 800 pagine su di me sono utili perché grazie ai nostri messaggi Tinder si riserva la possibilità di dedurre il nostro quoziente intellettivo. Tinder studia il numero di parole complicate che usiamo, la nostra velocità di scrittura e il numero di parole per frase per farci incontrare persone “intelligenti” come noi.

Queste tecniche sono state sviluppate dall’esercito americano negli ’70 per fini di spionaggio. Oggi Tinder le usa per fare matching, ovvero per far incontrare persone. Evidentemente, quando vi iscrivete su Tinder non vi viene detto nulla di tutto questo. Nessun avviso che dice «Attenzione, i vostri messaggi possono essere letti e analizzati per scoprire il vostro QI».

Ho avuto accesso a queste informazioni perchè ho trovato il brevetto di Tinder. Un brevetto è un documento che una società consegna alle autorità affinché un’invenzione diventi di sua proprietà intellettuale. Non si tratta della descrizione esatta di cosa succede nei server di Tinder ma della “visione” di chi l’ha creato. Questo documento di 27 pagine in inglese tecnico contiene la nascita dello swipe, del match e del sistema di matching. Un sistema radicalmente opposto all’apparente semplicità che ha reso celebre l’app.

«Era destino» e altre bugie sull’amore

Judith Duportail, autrice dell'inchiesta, in una foto di Chloe Desnoyers

Judith Duportail, autrice dell’inchiesta, in una foto di Chloe Desnoyers

Esiste per esempio un meccanismo che si chiama «senso di predestinazione». L’app si riserva infatti la possibilità di cercare delle caratteristiche in comune con altri utenti per farceli vedere prima. Queste caratteristiche possono essere le stesse iniziali, stessa data di nascita, stessa professione, stesso luogo di nascita, stessi interessi. Perché? Perché vogliono creare un falso senso di predestinazione. Secondo gli studi, le persone innamorate tendono a cercare dei punti in comune per dirsi che il loro incontro era «frutto del destino». Gli psicologi la chiamano ricerca del «mito fondatore» di una coppia (teorizzata dallo psicanalista francese Robert Neuburger, ndt).

Se pensate alle vostre storie passate, vi accorgerete che anche voi l’avete fatto. Leggendo di questo comportamento, ho trovato quasi poetico e carino il fatto di soffermarsi su questi dettagli. Poi ho realizzato che in realtà è terrificante pensare che le app possano manipolarci fino a questo punto. Come se per loro non fossimo che dei Sims.

L’algoritmo sessista che penalizza le donne in carriera

In questo documento ho scoperto una funzionalità ancora più sconvolgente: potete essere valutati non solo in base al vostro aspetto o alla vostra intelligenza ma anche in base al vostro reddito e istruzione. Sono informazioni che diamo noi stessi alla piattaforma connettendo Facebook. Ma soprattutto, sono informazioni che possono essere usate per valutare uomini e donne in maniera diversa. Nel brevetto c’è scritto nero su bianco che uomo con una buona istruzione e un buon stipendio riceve dei punti e invece una donna con lo stesso livello di studi e di reddito perde dei punti. Nel brevetto gli esempi erano Ary e Sally:

Ary ha 10 anni in più di Sally, guadagna diecimila euro in più e ha un master. Sally ha una laurea triennale. Risultato: Ary può vedere il profilo di Sally. Se Sally invece avesse 10 anni in più, guadagnasse diecimila euro in più e avesse un master, Sally non potrebbe vedere il profilo di Ary.

Il sistema di matching favorisce i padri o le coppie dove l’uomo è superiore alla donna: più istruito, più ricco, più vecchio. Mi direte che allora è impossibile avere una storia alla Lilli e il Vagabondo, sia su Tinder che nella vita reale. Ed è vero: secondo l’INSEE (il corrispettivo francese del nostro ISTAT, ndt) nella maggior parte delle coppie le donne etero sono più giovani del compagno di 4 anni e guadagnano il 40% in meno.

Una grande operazione di pinkwashing

Ma la domanda che mi viene spontanea è: perché allora Tinder si mostra pubblicamente come un’azienda progressista? Perché diffonde campagne pubblicitarie sull’emancipazione femminile? Ecco l’esempio di una campagna per la parità salariale.

Un comunicato stampa che afferma: «Tinder si unisce alla lotta per l'uguaglianza»

Un comunicato stampa che afferma: «Tinder si unisce alla lotta per l’uguaglianza»

Perché quando leggiamo i documenti scritti da loro sul funzionamento dell’app scopriamo un altro sistema di valori? Confrontiamo le dichiarazioni a proposito dell’8 marzo con questo estratto dal brevetto:

«In tutto il mondo le donne mettono in discussione le norme della società, sono temerarie e coraggiose. Loro spaccano». Dal comunicato stampa in occasione della Festa della Donna

«In tutto il mondo le donne mettono in discussione le norme della società, sono temerarie e coraggiose. Loro spaccano». Dal comunicato stampa in occasione della Festa della Donna

«L'algoritmo può essere configurato per includere il tradizionalismo per quanto riguarda il genere e il materialismo». Dal brevetto, aggiornato nel maggio del 2018

«L’algoritmo può essere configurato per includere il tradizionalismo per quanto riguarda il genere e il materialismo». Dal brevetto, aggiornato nel maggio del 2018

Da Sex and the City a Black Mirror

Quando sono andata fino in California per chiedere spiegazioni, lo staff di Tinder non mi ha risposto. Il 15 marzo scorso hanno pubblicato un comunicato sul loro blog nel quale dichiaravano di aver abbandonato l’Elo score, senza dire però con cosa l’avrebbero sostituito. Ecco perché ho ancora del lavoro da fare. Quando mi sono iscritta a Tinder sognavo una vita alla Sex and the City e mi sono ritrovata invece in un episodio di Black Mirror. Volevo trovare un ragazzo e invece ho trovato un’inchiesta.


Judith Duportail è una giornalista freelance francese che si occupa del rapporto tra amore, libertà e tecnologia. Ha scritto per The Guardian e Les Inrocks e partecipato numerose conferenze sul trattamento dei dati personali come speaker. Il suo ultimo libro nato dall’inchiesta su Tinder è L’amour sous algorithme (La Goutte d’Or, 2019).

About author

Roberta Cavaglià

Roberta Cavaglià

Nata a Torino nel '97, spero di svegliarmi un giorno e scrivere un intero romanzo, così, dal nulla. Nel frattempo, studio spagnolo, francese e portoghese, leggo, ballo, recito, mangio, viaggio.

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