Una psichedelia nera: l'ambizioso progetto di Stefano Virgilio Cipressi

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Frame dal teaser del film Una psichedelia nera, diretto da Stefano V. Cipressi, prodotto dall'associazione Fujakkà

Frame dal teaser del film Una psichedelia nera, diretto da Stefano V. Cipressi, prodotto dall’associazione Fujakkà

Ci ha da subito incuriosito il progetto Una Psichedelia nera, dalla prima lettura del soggetto cinematografico. Per due motivi: perché è un’idea affascinante e originale (e non vediamo l’ora di vederlo completato) e, in seconda battuta, perché è un progetto coraggioso e complesso ma non ha intenzione di nascondersi dietro questa complessità, anzi, la cavalca.

È un lavoro complesso, quello portato avanti dalla casa di produzione indipendente Fujakkà poiché, oltre a prevedere una raccolta fondi attraverso una campagna di crowdfounding già lanciata su Produzioni dal basso per la realizzazione del lungometraggio, ha visto l’uscita di un albumCanzoni per una psichedelia nera – che anticipa la colonna sonora di quello che successivamente sarà il film. Gli autori dell’album sono Samuele Cima e Lavinia Patera insieme a Stefano Virgilio Cipressi, che ha scritto il soggetto del film e oltre a questo è il produttore e sarà anche il regista, oltre che montatore. Una gestazione lunga, che attraversa delle fasi che richiedono un intenso lavoro.

Una psichedelia nera inizia con la scomparsa di un operatore TV che porta con sé le cassette con i provini del programma a cui lavora. A questo evento segue il viaggio: incaricata dal capo di riportare le cassette con le registrazioni, Giulia intraprende un percorso che la porta «sul modello di Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini – ad attraversare le contraddizioni e i moderni orrori del Paese dal quale s’era ritirata».

Abbiamo intervistato Stefano Virgilio Cipressi, che ci ha raccontato un po’ di cose sul lavoro che c’è dietro tutto questo.


Guarda il video di L.S.D. – Loneliness in the Social Din


In cosa consiste il progetto Una psichedelia nera e qual è la sua genesi?

«È un’idea che ho da tempo e che si è sviluppata soprattutto negli ultimi due anni. La colonna sonora e il film si sono sviluppati assieme, anche se poi hanno preso strade diverse. L’album è stato registrato l’anno scorso allo studio ACM di Ciampino, abbiamo impiegato diversi mesi ed è stato immaginato come colonna sonora del film perché più o meno trattano gli stessi temi, sono entrambi strutturati sull’idea del viaggio».

Come mai questo nome?

«La “Psichedelia”, come movimento culturale, rappresentava la varietà dei colori, delle scelte di vita e in qualche modo, anche utopisticamente, diverse possibilità dal punto di vista politico-sociale. Anche se in genere viene racchiuso dentro la questione delle droghe, ha rappresentato molto più di questo.

«“Nera” perché c’è la volontà di rovesciare il significato di questa psichedelia e il nero sembra essere l’unico colore rimasto oggi. Nero inteso come chiusura, disastro politico e sociale, il colore delle macerie in cui viviamo.

«Il nome nasce da questi presupposti. Attraverso questo accostamento abbiamo voluto dare un tratto ironico o, meglio ancora, grottesco al progetto».


Canzoni per una psichedelia nera è una varietà dei generi tra cui il folk, il rock e l’elettronica. Ci piaceva molto questa varietà perché evidenzia meglio l’idea del viaggio.


Però guardando all’album, quando si legge il titolo Canzoni per una psichedelia nera, ci si aspetta di trovare sia la psichedelia che qualcosa di black nelle musicalità. Elementi che invece mancano.

«L’accostamento con il titolo dell’album rispecchia maggiormente l’aspetto contenutistico. Quello che dici sulle sonorità è vero. Ci sono alcuni suoni o atmosfere che possono ricordarlo ma fondamentalmente è una varietà dei generi tra cui il folk, il rock e l’elettronica. Ci piaceva molto questa varietà perché evidenzia meglio l’idea del viaggio.

«Leggendo i testi si parte da una situazione di disillusione negativa, che a poco a poco si modifica verso una sorta di riscatto che avviene attraverso le canzoni e per poi concludersi con un finale aperto. Non a caso i due pezzi finali sono Nutopia e Summer of love: il primo è un omaggio al villaggio ideale che immaginava John Lennon, il secondo invece lascia trasparire una possibilità che l’amore ritorni. Amore inteso non solo come amore di coppia, ma in senso universale».

In foto, il regista di Una psichedelia nera Stefano Virgilio Cipressi, tra gli autori dell'album Canzoni per una psichedelia nera

In foto, il regista di Una psichedelia nera Stefano Virgilio Cipressi, tra gli autori dell’album Canzoni per una psichedelia nera

Quando pensiamo a un album da portare in giro dal vivo e poi a una colonna sonora, ci immaginiamo due tipi di gestazione completamente diversi. Come avete fatto convivere le due anime?

«Quando siamo andati in studio, immaginavamo sempre le scene del film che le musiche dovevano accompagnare. Quindi da questo punto di vista sono molto collegati, anche per la scelta di un determinato strumento o una parte più piena di suoni rispetto a una vuota: le canzoni sono tutte condizionate dal modo in cui ho immaginato le scene di riferimento. È stato un lavoro molto interessante, reso tale soprattutto grazie a Samuele, che è l’ingegnere del suono nonché un bravissimo polistrumentista, a cui raccontavo cosa avevo in mente. Insieme trovavamo le soluzioni migliori. Lui in questo è stato geniale, ogni volta riusciva a capire esattamente cosa avevo in mente».

Ci è capitato di guardare e apprezzare molto il tuo cortometraggio L’invenzione del cinematografo, soprattutto per l’estetica che proponevi. Hai intenzione, anche per questo lungometraggio, di mantenere la stessa cifra stilistica?

«Quello che spero rimarrà è una certa libertà strutturale. Non voglio avere alcun tipo di preoccupazione riguardo la necessità di intrattenimento, se sia veloce il giusto o altre cose del genere. Questo approccio rimarrà. Sicuramente ci saranno dei tratti in comune, soprattutto per il modo di sentire il cinema in senso lato, fregandocene delle mode e di tutto quello che è considerato commercialmente giusto».


Nei cinema, nelle arene, nei festival dovrebbero arrivare anche dei prodotti diversi rispetto alla media. Questo non vuole dire meglio o peggio, vuol dire diversi.


Anche per questo motivo, quindi, avete scelto la strada del crowdfounding? Per essere più liberi?

«Sì, è giusto, anche se poi delinea tutte le difficoltà del caso perché fare una campagna di crowdfounding è estremamente faticoso. È un lavoro in sé, però è anche un modo per far appassionare le persone al progetto, metterle al centro del lavoro che si apprestano a fare e farle appassionare al film, passo dopo passo. E in particolare questo tipo di film, che ha visto un lungo lavoro di ricerca e di archivio sulle cose accadute negli ultimi anni nel Paese, riguarda chi fa il film ma anche chi lo guarda. Il nostro è un tentativo di creare una mappa degli eventi accaduti di recente e aiutare a far riflettere sul fatto che molti di questi, anche a distanza di tempo, hanno collegamenti e non sono eventi isolati».

Frame dal video di L.S.D. – Loneliness in the Social Din, diretto da Stefano Virgilio Cipressi

Frame dal video di L.S.D. – Loneliness in the Social Din, diretto da Stefano Virgilio Cipressi

Da questo punto di vista potremmo definire il tuo un cinema militante. Quanto credi sia ancora importante fare questo genere di film?

«Premetto che sono contrario alla riserva indiana, film per pochi che giriamo per pochi e guardiamo in pochi. Penso che serva un cinema militante, nella misura in cui questo permetta di dire alle persone che possono essere girate delle cose sulle quali ragionare insieme, sia rispetto ai temi e che ai modi di girare, anche se non immediatamente fruibili o vendibili. Però in questo senso sì, è fondamentale.

«Nei cinema, nelle arene, nei festival dovrebbero arrivare anche dei prodotti diversi rispetto alla media. Questo non vuole dire meglio o peggio, vuol dire diversi. Film che stimolino la curiosità delle persone e le invitino a riflettere. Senza alcuna pretesa sociologica e senza dire alla gente che direzione prendere. E questo è quello che auspichiamo di fare con Una psichedelia nera».

Quindi uno Dziga Vertov senza ripetere gli errori dello stesso?

«(Ride, ndr) Sì, diciamo che potrebbe essere».

Stefano Virgilio Cipressi sul set del video di L.S.D. – Loneliness in the Social Din, primo singolo estratto dall'album Canzoni per una psichedelia nera

Stefano Virgilio Cipressi sul set del video di L.S.D. – Loneliness in the Social Din, primo singolo estratto dall’album Canzoni per una psichedelia nera

Il tuo ruolo nella lavorazione del film copre tutte le fasi, dalla produzione alla regia, passando per la colonna sonora. Avverti il peso di questo lavoro complesso?

«L’approccio è un po’ quello del filmmaking, ma è nato più per necessità che per altro. Ho dovuto imparare a fare tutto. Per me è soprattutto una sfida più che un peso, seppure si rischi sempre di alimentare la mania di controllo. Il film l’ho scritto e lo dirigerò, ovviamente, anche con l’aiuto di altre persone, altrimenti sarebbe impossibile, e alla fine mi occuperò anche del montaggio».


Mi piacciono tutte le cinematografie coraggiose e indipendenti che non siano volutamente di nicchia. I film per pochi non mi interessano.


Anche se è un po’ prematura come domanda, visto che abbiamo attraversato quasi tutte le fasi del film, ti chiedo: come avete intenzione di distribuirlo?

«E questo è l’altro tasto dolente. Al momento è un retro-pensiero. Ora mi interessa fare il film, se riusciamo cercheremo distribuzioni indipendenti, cercheremo la strada dei festival e cercheremo di farlo vedere e girare. È quello che conta. Ci sono reti di festival ma anche arene e cinema che passano film indipendenti e punteremo soprattutto su quelli».

Come sta procedendo il crowdfounding?

«Credo bene. Tra quello che c’è sulla piattaforma e quello raccolto alle serate dove suoniamo con il disco, posso dire di essere soddisfatto. Per ora c’è stato il grande aiuto dei parenti e delle persone più vicine, adesso però c’è bisogno del passo successivo: far appassionare persone più lontane da noi. Speriamo bene, altrimenti cercheremo altre vie».

Un ultima cosa prima di lasciarti, una domanda personale per conoscerti meglio. Nei tuoi film e nella tua musica cosa ci si può vedere? Quali sono i tuoi riferimenti?

«Ci tengo a precisare che io mi sento un regista: il cinema è ciò che mi piace e la musica è stata solo una parentesi. Per quanto riguarda quest’ultima, sicuramente mi piace tutta la produzione degli anni ’70: il folk, il rock. Per quanto riguarda il cinema, mi riesce difficili sceglierne qualcuno: sicuramente mi piacciono tutte le cinematografie coraggiose e indipendenti che però non siano volutamente di nicchia».

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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