Fernando de Haro: curiosità e formazione sono la base dello storytelling

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In foto, il giornalista Fernando De Haro durante una trasmissione di La Tarde, programma da lui diretto sulla rete radiofonica COPE

In foto, il giornalista Fernando De Haro durante una trasmissione di La Tarde, programma da lui diretto sulla rete radiofonica COPE

Occhi verdi, dalle sfumature marroni, le stesse di quelle terre attraversate durante i lunghi viaggi e un bagliore di luce a ravvivarli; la passione per le storie, che brucia l’anima e diviene, spesso, più importante della salvezza della propria vita. Un’esistenza dedicata al giornalismo quella del cinquantaquattrenne Fernando de Haro, hombre de Madrid e cittadino del mondo, laureato in Giornalismo all’Università di Navarra e in Giurisprudenza all’Università di Cordova, con dottorato di ricerca in Scienze dell’informazione conseguito proprio a Madrid, sua città natale.

Una vocazione, la sua, che traspare nella carriera ricca di molteplici esperienze: autore di diverse opere – tra cui Nelle terre di Boko Haram (2016) – è editore delle pubblicazioni Nueva EmpresaIpmark e Distribución Actualidad. Ha lavorato nel programma Plusvalía (dal concetto marxista di plusvalore), al servizio informativo di Canal+ e alla CNN+ come presentatore, editore e vicedirettore della sezione economica. Fondatore del giornale digitale Páginas Digital, da settembre 2018 dirige e presenta il programma radiofonico La Tarde sulla rete COPE.


Se la storia non è originale e complessa in sé, lo deve essere nel suo modo di essere raccontata, attraverso una prospettiva narrativa diversa


La curiosità lo ha spinto a cimentarsi, negli ultimi sei mesi, nella produzione di una serie di documentari sulle persecuzioni dei cristiani, raccogliendo storie nelle zone di Mossul, in Cina, India, Siria e Pakistan (dal quale è dovuto fuggire perché intercettato dai servizi segreti). Nei suoi reportage, culture e mondi lontani vengono analizzati profondamente attraverso un punto di vista da lui prediletto: l’assenza del narratore davanti alla videocamera, che diviene presenza solo nello sguardo di chi si racconta.

Quali sono, dunque, i presupposti alla base di un buon storytelling? Questa una delle domande che gli sono state fatte durante il workshop Il giornalismo che verrà, organizzato da La Sicilia e dal Sicilian Post. Lui, senza alcun indugio, ha risposto: «Cosa, come e quali elementi narrativi inserisco. Nel caso di video, poi, lavorare in maniera meticolosa al montaggio e all’inserimento della musica, senza dimenticare che se la storia non è originale e complessa in sé, lo deve essere nel suo modo di essere raccontata, attraverso una prospettiva narrativa diversa». Recentemente, per capire qualcosa in più sulla sua vita e sul suo modo di raccontare, lo abbiamo intervistato.

Quando nasce la passione per il giornalismo?

«A 15/17 anni trovavo interessante leggere le notizie di politica e sapere ciò che accadeva nel mondo, argomenti di cui poi discutevo con gli amici».

Scrittore preferito?

«Oh, ce ne sono tanti. David Grossman probabilmente, ma anche Miguel de Cervantes e Fëdor Dostoevskij».

Che tipo di scrittura è la sua?

«Molto descrittiva, mi piace usare le metafore in cui racchiudo sobriamente la mia sensibilità».

La storia più complessa che ha raccontato?

«La vita in Siria. Racconto storie in cui non è tutto bianco o nero, ma c’è molta complessità e, quando non c’è, la cerco».

In foto, il giornalista Fernando De Haro durante uno dei suoi reportage in Pakistan

In foto, il giornalista Fernando De Haro durante uno dei suoi reportage in Pakistan

Gli elementi principali per una buona storia?

«La capacità di sorprendere e creare un vincolo con coloro che leggono, per far capire che non si è diversi dai protagonisti della storia che si ha davanti».

Il 29 giugno sei fuggito dal Pakistan per aver raccolto testimonianze dei cristiani perseguitati. Cosa è accaduto?

«In questo momento il Pakistan è un regime apparentemente democratico ma, in realtà, i militari e i servizi segreti controllano tutto. Sono arrivato lì con un visto da turista, non da giornalista, e ho potuto registrare senza il controllo dei servizi segreti. Quando però sono andato in una madrasa, una scuola coranica, sono stato intercettato; loro hanno capito che facevo un reportage e hanno cominciato a minacciare tutti coloro che mi aiutavano a farlo. Queste persone mi hanno detto di andare via perché eravamo in pericolo, così sono dovuto partire».

Ha avuto paura?

«Per la mia integrità personale no, ma ho avuto molta paura per il giornalista palestinese che ha subito due interrogatori. La paura non è cosa per me né per il mio cameraman».


La globalizzazione ha diffuso la paura di perdere ciò che identifica ogni cultura, cosa che è anche strumentalizzata ideologicamente. Siamo tutti vicini e allo stesso tempo molto lontani, c’è bisogno di capire cosa ci rende gli uni vicini agli altri.


Qual è il motivo che la spinge a compiere questi viaggi?

«Raccontare la situazione reale dei cristiani perseguitati in Paesi molto pericolosi per loro, perché se non c’è qualcuno che lo fa la storia non si racconta. Raccolgo le testimonianze di questa gente che, nonostante una situazione pesante e difficile, rimane fedele al suo credo, rischiando anche la vita».

A cosa non può rinunciare quando parte?

«Al raccontare la storia, fare giornalismo, essere sul posto e vedere la faccia della gente, ascoltare le loro storie e anche vedere come si vive».

Tra le culture che ha avuto modo di conoscere, quale l’affascina di più?

«Tutte le culture hanno un loro fascino. Per esempio la Nigeria ha una vitalità fantastica, nonostante sia un Paese martoriato dalla corruzione e dal terrorismo. Ma anche la religiosità dell’India, il mistero di Mossul, l’ospitalità e la tradizione dell’Oriente. Mi piace molto la cultura araba, la trovo forte e potente, e dato che il futuro sarà asiatico e africano, penso sia importante capire queste culture».

In foto, i giornalisti Pilar Cisneros e Fernardo De Haro, co-direttori e presentatori del programma La Tarde sulla rete radiofonica COPE

In foto, i giornalisti Pilar Cisneros e Fernardo De Haro, co-direttori e presentatori del programma La Tarde sulla rete radiofonica COPE

Pier Paolo Pasolini in Uccellacci e Uccellini si domandava: «Dove va l’umanità?». Secondo lei dove sta andando?

«È un momento in cui c’è molta confusione, perché la globalizzazione ha diffuso la paura di perdere ciò che identifica ogni cultura, cosa che è anche strumentalizzata ideologicamente. Siamo tutti vicini e allo stesso tempo molto lontani, c’è bisogno di capire cosa ci rende gli uni vicini agli altri. Stiamo tutti cercando un modo per vivere la nostra umanità, in modo che rimanga particolare ma sia anche aperta all’universale, ma non è molto chiaro come farlo».

Importante è il suo approccio con il digitale: video e montaggio. Può raccontarci come nasce una sua idea e come la sviluppa?

«Per me è molto importante seguire la mia curiosità. La fase iniziale è capire qualcosa che mi ha colpito. Poi è importante rispettare il linguaggio classico delle inquadrature, del montaggio e della registrazione e mantenere la persona al centro dell’immagine».

A tal proposito, preferisce il narratore assente. Perché?

«L’impatto emotivo è più forte quando i personaggi sono i protagonisti della storia. Invece, è sbagliato quando il regista o il giornalista vuole mettersi al centro. Ci sono tanti colleghi che fanno documentari e reportage come pretesto per dire “sono qui”. Ciò che è importante non è l’essere presente, ma il fatto che ci siano persone che ti fanno capire ciò che accade. Quindi preferisco non essere presente, né come immagine né come narratore».


Questa generazione deve cercare storie che valga la pena raccontare senza aspettare che siano il grande giornale o la grande emittente televisiva a trovarti: bisogna essere propositivi.


Com’è stata l’esperienza alla CNN+?

«È stato molto interessante, facevo un tipo di informazione molto immediata e questa è la vita di un giornalista. Non lo farei per sempre, però per 4/5 anni si impara moltissimo».

La caratteristica di un buon storyteller?

«Curiosità e formazione letteraria e cinematografica».

Il consiglio alle generazioni future, che hanno perso la speranza di vivere di un mestiere basato sulla comunicazione digitale o cartacea?

«Bisogna lottare ed essere intraprendenti, si devono cercare le storie e dopo le risorse. Questa generazione deve cercare storie che valga la pena raccontare senza aspettare che siano il grande giornale o la grande emittente televisiva a trovarti: bisogna essere propositivi. Il futuro è dei giovani che vibrano e hanno passione».

Quando non lavora, a cosa dedica il suo tempo?

«Alla famiglia e agli amici, alla lettura e alle passeggiate».

In foto, il giornalista Fernando De Haro

In foto, il giornalista Fernando De Haro

Se non fosse diventato giornalista cosa avrebbe fatto?

«Non lo so, ho fatto il gestore pubblico per undici mesi e mi è bastato. Sono un giornalista perché non posso essere altro».

Il suo motto nella vita?

«La vita è per goderla e darla».

La storia cui sta lavorando?

«Sto finendo il reportage sulla Siria e un libro in cui cerco di capire quali sono i punti di vista antropologici e geo-strategici in questo momento».

C’è un tema che sogna di trattare?

«Forse l’educazione, tema in relazione alla figura dei maestri».

Dove si vede in futuro?

«Mi aspetto di poter ancora raccontare storie».

About author

Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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