Hong Kong: occhio non vede, cuore non duole?

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In foto, alcuni manifestanti durante una protesta a Hong Kong

In foto, alcuni manifestanti durante una protesta a Hong Kong

La situazione odierna a Hong Kong è drammatica, allarmante e francamente inaccettabile.

A Hong Kong sono 19 settimane che i giovani protestano contro il governo cinese. Questa città, rispetto ad altre dello Stato, gode di una vasta autonomia in molti ambiti, pur formalmente appartenendo alla Cina. Infatti si parla di «one country, two systems»: un Paese, due sistemi – voluto dal Regno Unito, Paese colonizzatore di Hong Kong per 99 anni.

Nel momento in cui, nel 1997, il Regno Unito ha lasciato Hong Kong ha chiesto e ottenuto un accordo per questa città, garantendole una tutela speciale per quanto riguarda una serie di libertà: libertà di stampa, libertà economica, libertà del sistema giudiziario – per citarne alcune –, le quali rendono a tutti gli effetti Hong Kong una città di stampo democratico, pur appartenendo al sistema cinese.

Questo regime, più liberale e democratico, ha però una scadenza: il 2047. Scadenza che è troppo lontana per il governo cinese , che ha già iniziato un processo di trasformazione del sistema “speciale” di Hong Kong in quello standard della linea politica e istituzionale cinese.


Il futuro dei giovani di Hong Kong è severamente a rischio e queste proteste sono la testimonianza di una forte volontà di non voler rinunciare alla propria libertà.


Ciò che ha scatenato le proteste dei giovani di Hong Kong è stata l’introduzione della legge di estradizione, che consentirebbe al governo cinese di processare gli abitanti di Hong Kong in Cina con il sistema giudiziario cinese (uno dei più severi, antidemocratici e illiberali al mondo).

In poche parole, il futuro dei giovani di Hong Kong è severamente a rischio e queste proteste sono la testimonianza di una forte volontà di non voler rinunciare alla propria libertà.

Le manifestazioni che stanno avvenendo ormai da molte settimane sono pacifiche, se non fosse che la polizia schierata dal governo cinese per reprimerle usa la forza in un modo che – personalmente – non ho mai visto esercitare. I giovani vengono percossi brutalmente, alcuni vengono colpiti da proiettili, gas fumogeni e lacrimogeni e dalle polveri colorate di blu che aiutano le forze dell’ordine a capire chi sono i manifestanti per identificarli.

L’obiettivo di questi giovani è uno: non farsi arrestare.

In foto, l'attivista pro-democrazia Joshua Wong, classe 1996

In foto, l’attivista pro-democrazia Joshua Wong, classe 1996

Ci sarebbe da dibattere sul tema di Hong Kong per ore: la brutalità della polizia, la forza e la perseveranza dei giovani manifestanti, l’irremovibilità del governo cinese. Ma ciò che vorrei sottolineare io in questo momento è la poca visibilità che questo argomento ha sui media: telegiornali, giornali, social media.

Una situazione così drammatica andrebbe discussa nei programmi politici ogni settimana (se non ogni sera), meriterebbe almeno una pagina di ogni testata nazionale. Eppure, l’eco mediatico che ha avuto non è lontanamente paragonabile alla portata politica e sociale che sta avendo, nella sua gravità.

Riflettendo su tutto ciò ho iniziato a pormi delle domande: quanto diamo per scontata la democrazia e la nostra libertà? E se una situazione del genere si stesse svolgendo in un Paese più vicino e più simile al nostro, ne saremmo più toccati? La risposta che mi sono data è: sì, a entrambe le domande.


Hong Kong è fisicamente lontana, letteralmente un altro continente, e oltre che esserlo sulla cartina lo è anche dal nostro modo di vivere, dalla nostra cultura, dalle nostre abitudini.


Non molto tempo fa lessi un libro, Il buono del mondo di Roberto Escobar (docente di filosofia politica all’Università di Milano), che mi ha colpita particolarmente, facendomi riflettere proprio sulla progressiva diminuzione di empatia, simpatia e compassione che si sta verificando ultimamente. In un passaggio del libro – su cui mi sono soffermata – si parla di come la distanza fisica e psicologica dal c.d. sofferente aiuti in qualche modo il distacco emotivo, facendoci perdere quella connessione, quel legame che porterebbe inevitabilmente a sentimenti come la compassione e l’empatia.

Hong Kong è fisicamente lontana, letteralmente un altro continente, e oltre che esserlo sulla cartina lo è anche dal nostro modo di vivere – pur essendo la più occidentalizzata d’Oriente –, dalla nostra cultura, dalle nostre abitudini. Questa lontananza fa sì che noi, i c.d. osservatorici estraniamo dalla loro sofferenza, anche inconsciamente, nascondendoci dietro a questa grandissima distanza, che poi così grande non è.

Non dovrebbe essere enorme questa distanza, fisica e culturale, dal momento in cui veniamo a contatto – grazie ai potenti mezzi di comunicazione – con delle immagini letteralmente mostruose, dolorose e aberranti. Giovani, giovanissimi ragazzi e ragazze che vengono picchiati brutalmente, percossi, inseguiti senza alcuno scrupolo solo perché manifestano per la loro libertà.

Sarà forse perché per noi Occidentali la libertà è un valore che diamo troppo per scontato?


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I telegiornali ne parlano poco, ma scommetto che se questi avvenimenti si fossero verificati nella vicina Francia – o in qualsiasi altro Paese più simile al nostro – non si smetterebbe di parlarne e di scriverne nemmeno per un giorno. Personalmente, ho sentito più servizi di telegiornali sulle manifestazioni dei Gilet Gialli in Francia che su quelle di Hong Kong.

A questo punto azzarderei un ulteriore esempio, senza però permettermi di confrontarne le due diverse drammaticità e gravità: gli attacchi terroristici. Sappiamo tutti – purtroppo – cosa accadde il 13 novembre 2015, a Parigi, al teatro Bataclan. La notizia è stata riportata ovunque e, per molto tempo, se ne è parlato su qualsiasi mezzo di comunicazione, in qualsiasi forma.

Sempre nel 2015 almeno 147 studenti universitari a Nairobi – in Kenya – sono morti in seguito a un attacco terroristico per mano di qaedisti somali. Almeno 147 giovani uccisi, eppure la notizia non ha avuto minimamente lo stesso impatto mediatico del Bataclan, o dell’attacco terroristico a Nizza – per citarne un altro.


È come se si innescasse un meccanismo involontario di auto-convincimento nell’osservatore che, forse per difesa, riduce a estraneo il sofferente, nascondendosi dietro alla lontananza fisica e morale, per non esserne toccato, per non diventarne a sua volta una vittima e per non soffrire.


Non è forse meramente un concetto di distanza fisica, culturale e morale tra sofferente e osservatore che, involontariamente, porta certe notizie a fare più “scalpore” rispetto ad altre? È come se si innescasse un meccanismo involontario di auto-convincimento nell’osservatore che, forse per difesa, riduce a estraneo il sofferente, nascondendosi dietro alla lontananza fisica e morale, per non esserne toccato, per non diventarne a sua volta una vittima e per non soffrire.

Hong Kong è lontana, ma la Cina è sempre più vicina: sta diventando giorno dopo giorno sempre più una potenza mondiale, il sistema politico cinese è indubbiamente uno dei più illiberali al mondo e, se la sofferenza di quei giovani non è abbastanza preoccupante, lo dovrebbero essere invece le rischiose conseguenze geopolitiche che potrebbero verificarsi in futuro.

Chiudere gli occhi non è la soluzione. Bisogna informarsi, leggere, documentarsi, condividere e soprattutto abbattere qualsiasi barriera: la distanza, la cultura, la religione, l’ideologia non contano, perché apparteniamo tutti allo stesso pianeta, in grave pericolo.

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Eleonora Pasetti

Eleonora Pasetti

Classe '96, laureata in Comunicazione e Società ed iscritta alla magistrale in Scienze Politiche e di Governo. Credo fermamente nell'arte della scrittura e dell'informazione, per questo il mio più grande sogno è quello di diventare giornalista, possibilmente di politica e società perché al giorno d'oggi noi giovani prestiamo troppa poca attenzione al mondo che ci circonda.

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