Joker gioca facile

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In foto, Joaquin Phoenix ( Arthur/Joker) in una scena del film Joker, di Todd Phillips

In foto, Joaquin Phoenix (Arthur/Joker) in una scena del film Joker, di Todd Phillips

Attenzione: la recensione potrebbe contenere spoiler e opinioni.

Anche io, come suppongo molti di voi, in questi giorni sono andato al cinema per vedere Joker, spinto dall’hype in seguito all’inaspettata vittoria della pellicola al Festival di Venezia. Ero curioso di capire come ha fatto, quello che è a tutti gli effetti un cinecomic, a conquistare la critica. Le mie aspettative non sono rimaste deluse ma, forse proprio per questa ragione, c’è un grande “ma” da sottolineare…

Todd Phillips è diventato famoso grazie a Una notte da leoni, una delle commedie meglio riuscite degli ultimi dieci anni. Non è dunque strano che abbia deciso di dedicarsi al genere drammatico partendo proprio dal personaggio di Joker, il quale eredita in parte l’umorismo del regista. Quasi fosse una via di mezzo tra la commedia e la tragedia, durante tutto il film mi sono sentito profondamente a disagio, in bilico tra l’angoscia e l’allegria. Davanti a certe scene mi è sfuggita persino una risata: sempre fuori luogo, sempre trattenuta e accompagnata dal senso di colpa.


Il film ruota intorno al concetto di black humor e lo espande, ponendo diversi interrogativi.


Perché il senso di colpa, vi chiederete. La risposta è molto semplice: il film ruota intorno al concetto di black humor e lo espande, ponendo diversi interrogativi. L’umorismo nero tratta, di solito, argomenti particolarmente seri: morte, disgrazie, malattie ecc. Quante volte ci capita di prendere in giro qualcuno per un motivo spesso banale? Il fatto che questo qualcuno stia più o meno bene fisicamente ci esenta dal provare rimorso? E soprattutto, ridere di certe cose è davvero moralmente sbagliato? Pensate a Paperissima: se vi cadesse un albero in testa, per quanto possa trattarsi di vostra noncuranza, e migliaia di telespettatori ridessero di voi, come vi sentireste? E allora perché lo trovate tanto divertente quando capita agli altri?

Joker diventa un simbolo

In foto, Joaquin Phoenix (Arthur/Joker) in una scena del film Joker, di Todd Phillips

In foto, Joaquin Phoenix (Arthur/Joker) in una scena del film Joker, di Todd Phillips

Se non lo conoscete, allora vuol dire che vivete da sempre sul cucuzzolo di una montagna scollegati dal mondo, ma siccome state leggendo queste parole non è il vostro caso. La nemesi di Batman, il villain fumettistico per eccellenza, il personaggio di finzione preferito di tanti. Parliamoci chiaro: fare un film con Joker vuol dire giocare facile al botteghino, nonostante tutto (qualcuno ha detto Suicide Squad?). Il nostro pagliaccio del cuore ha avuto quattro interpretazioni cinematografiche e non serve che ve le elenchi; mi limiterò a dire che Joaquin Phoenix deve aver studiato molto bene le caratterizzazioni date dai suoi predecessori per restituirci un Joker così originale, nonostante le molteplici citazioni.

La fisicità di Phoenix è molto probabilmente la cosa più stupefacente di tutto il film. Vediamo un uomo malato, logoro e denutrito contorcersi in preda a un dolore che sentiamo come nostro. La sua risata non è beffarda, non è malvagia: è soffocante, sofferente, figlia di un disturbo mentale dal quale il povero Arthur (il futuro Joker) cerca continuamente sollievo. Abbandonato dalla politica, dalla famiglia, dagli amici e dagli idoli non gli resta altro da fare che chiedere aiuto al suo demone: Arthur si spoglia della pesantezza dei suoi panni, della sua condizione patetica e raccoglie il costume da clown, abbracciando l’abisso di chi non ha più nulla da perdere.


Nel film, così come nella realtà, Joker diventa il simbolo di qualcosa: rappresenta l’ipocrisia e la pazzia del mondo contemporaneo.


Rinasce, uccide e balla felice: forse un rimando alla storia di Leland Palmer di Twin Peaks. Le sue azioni ispirano una rivolta in stile V per Vendetta, la celebre graphic novel scritta da Alan Moore, il quale – è bene ricordarlo – è anche l’autore di niente-popò-di-meno che The killing joke, l’opera di riferimento per quanto riguarda le origini di Joker. Nel film, così come nella realtà, Joker diventa il simbolo di qualcosa: rappresenta l’ipocrisia e la pazzia del mondo contemporaneo. Qui, però, arriva la prima nota dolente, perché nonostante l’interessante critica sociale della cosa, tutta quell’ondata di caos che travolge Gotham si può riassumere con «i ricchi buu, la gente wow, gli Wayne ciao-ciao e Joaquin Phoenix e Joaquin Phoenix…».

Alla ricerca della felicità

In foto, Joaquin Phoenix (Arthur/Joker) in una scena del film Joker, di Todd Phillips

In foto, Joaquin Phoenix (Arthur/Joker) in una scena del film Joker, di Todd Phillips

Chiariamo una cosa: questo è un cinecomic. Anzi, vi dirò di più: questo è un cinecomic sulle origini di un personaggio che, invece di adagiarsi sugli allori dei “luna park”, si ricollega a quello che i più definiscono “cinema alto”. Citazioni a destra e a manca, specialmente ai film di Martin Scorsese, il quale forse si è sentito chiamato in causa sulla questione. Le origini narrate, però, non sono quelle di Joker, ma quelle di Batman. Sì, perché in tutta la storia l’unico fatto certo è la morte dei genitori del piccolo Bruce come causa scatenante di tutte le trame future. Tutto il resto, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere frutto dell’immaginazione di Arthur o, se non altro, la realtà potrebbe essere stata ampiamente rimaneggiata dalla sua mente.


Una parte di noi vorrebbe essere come lui, esistere e basta, senza conseguenze e senza compromessi


Prendendo come vera la trama in maniera consequenziale, dall’inizio alla fine, emerge che Arthur è malato da tempo e che Joker, latente, prende pian piano il controllo nel momento in cui è costretto a interrompere le cure. Questo, ahimè, vorrebbe dire che Joker è il risultato della “brutta giornata” di una persona già affetta da disturbi psichici, annullando l’idea – decisamente più affascinante – che chiunque possa diventare Joker dopo una brutta giornata. Arthur è alla disperata ricerca della felicità, ma per se stesso, non per gli altri come vorrebbe credere e far credere. E come biasimarlo? In fin dei conti non siamo forse tutti in cerca della nostra personalissima felicità? Joker è felice: non ha rimorso di alcun tipo, non segue regole o logiche in quello che fa, è libero. Una parte di noi vorrebbe essere come lui, esistere e basta, senza conseguenze e senza compromessi.

Sarei stato più che felice di uscire dalla sala entusiasta, ma alla fine non ho potuto far altro che constatare quanto per me Joker sia “solo” un bel film così come me l’ero immaginato. Recitazione incredibile (non mi stupirebbe vedere Phoenix candidato agli Oscar a calcare le orme di Ledger), regia e fotografia eccellenti; ma non c’è traccia di quella scintilla che, a livello di soggetto e sceneggiatura, avrebbe fatto la differenza. Forse c’è la pretesa di un mind-game film (?), anche se invece di un piacevole straniamento restano soltanto parecchi punti interrogativi, neanche fosse uno stand-alone dell’Enigmista.

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Luka Bagnoli

Luka Bagnoli

Da Rimini a Milano mi piace raccontare storie: dalle poesie ai racconti, passando per il teatro e le arti, è un attimo purché sia eterno. Senza prendere troppo sul serio le frasi ad effetto.

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