Matteo Trevisani e la sua Roma, tra magia e alchimia

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In foto, lo scrittore Matteo Trevisani

In foto, lo scrittore Matteo Trevisani

Scrittore o ricercatore? Ci siamo perfino chieste se non si trattasse di un costruttore di sfondi teatrali sui quali far muovere personaggi e vite. Atlantide Edizioni stupisce ancora per la scelta fatta: Matteo Trevisani è il cavallo vincente che ogni amante della storia e della ricerca d’archivio vorrebbe cavalcare almeno una volta. Per questo motivo, io e Melissa abbiamo scelto di intervistare Matteo.

Matteo è nato a San Benedetto del Tronto nel 1986 ma vive e lavora a Roma. Redattore di Nuovi Argomenti, editor di Edizioni Tlon, nel 2017 pubblica il suo romanzo d’esordio: Libro dei Fulmini. Un libro che scorre veloce, pause giuste come quella che ci si concede, consapevolmente, davanti alle bellezze di Roma, città scelta dall’autore come sfondo magico di questi suoi libri. Matteo ha accettato di scambiare due chiacchiere con noi e di raccontarci cosa c’è dietro due libri scritti certamente con maestria ma, soprattutto, con una cura a tratti commovente.

 

Partiamo dal principio. Come mai hai scelto proprio Roma come ambientazione per entrambi i tuoi ultimi romanzi?

«È successo una sera di settembre. Abitavo a Roma già da dieci anni, ma non l’avevo mai vista davvero. Ero sulla terrazza del Tabularium, ai Musei Capitolini, poco prima della chiusura. All’improvviso qualcosa è successo, qualcosa mi si è mostrato. Da quel momento ho capito che ero innamorato di Roma e ho cominciato a prestare attenzione alle cose che vi succedevano. Quando ho iniziato a scrivere ho capito che l’unico punto d’appoggio, l’unico punto di vista poteva essere solo quello dell’Urbe. Roma è più città-insieme, ma io mi interesso soprattutto di quella oscura, che giace sotto i palazzi, e di quella celeste, che punta verso il cielo».


 

Il mio approccio alla narrativa è quasi saggistico. Voglio che i miei romanzi, dal punto di vista dei dettagli, siano impeccabili.


Dalle tue storie emerge in modo inequivocabile un lavoro di documentazione svolto in maniera certosina. Su quali argomenti ti sei concentrato, quanto tempo vi hai dedicato e quali metodi hai usato per ricerca e documentazione?

«Libro dei Fulmini è stato il mio esordio: dentro c’erano quasi quindici anni di studio di storia della magia e di storia della filosofia. La difficoltà è stata quella di non metterci tutto quello che avevo imparato ma limitarmi: mettermi dei paletti, scegliere degli argomenti precisi, una storia, dei contorni.

«Il mio approccio alla narrativa è quasi saggistico: prima di tutto passo un paio d’anni a leggere e a studiare gli argomenti che tratterò nei libri, ho fatto così per i fulmini e ho fatto così riguardo all’alchimia solare. Voglio che i miei romanzi, dal punto di vista dei dettagli, siano impeccabili. Voglio inventare il meno possibile: l’idea è basarsi sulla realtà per raccontare storie incredibili, farle poggiare su dati certi, oggettivi.

«Come le tombe dei fulmini, o l’aurora del 1859. Lo studio preliminare è la parte del lavoro che ho imparato a preferire, perché è piena di possibilità, e perché è un tempo di scoperte».

In foto, uno scorcio di Roma, città protagonista dei libri di Matteo Trevisani

In foto, uno scorcio di Roma, città protagonista dei libri di Matteo Trevisani

Ci siamo chieste quali fossero gli autori dai quali puoi aver tratto qualcosa, come facciamo tutti quando leggiamo. Abbiamo pensato a Umberto Eco, a Gabriel García Márquez. Ma ci sono stati davvero degli autori di riferimento?

«Anche se Cent’anni di solitudine e Il pendolo di Foucault sono stati a lungo due dei miei libri preferiti in adolescenza, non direi che sono punti di riferimento, no. Il dramma di molti giovani scrittori è prendere come spunto scritture molto lontane da loro, trasformare per esempio la giusta ammirazione per gli americani in modelli che qui invece non possono funzionare altrettanto bene. Mentre scrivevo Libro dei Fulmini ho dovuto dimenticare tutte le letture, ricominciare da capo. Ma ho avuto il tempo di recuperare gli italiani. Per esempio Tommaso Landolfi, che ha scritto uno dei libri più belli che abbia mai letto: Racconto d’autunno».

Quanto di te è presente in quello che scrivi?

«È una domanda strana, cui mi viene da rispondere sempre in modo diverso, ma farlo in modo non retorico è sempre difficile. Subito dopo l’uscita del Libro dei Fulmini avrei risposto “Quasi tutto”, ma ora quel personaggio lì e anche in un certo senso la persona che l’ha scritto sono rimasti chiusi nel libro, mentre io sono diverso, sono cambiato.

«Di certo ogni scrittura, ogni idea di romanzo parte da un’urgenza interiore a cui si cerca di dare una schematicità, una struttura. Probabilmente direi anche che questi due libri mi assomigliano, ma per motivi diversi. Raccontano l’ossessione iniziatica, il bisogno della trasformazione, l’urgenza di voler andare oltre a vedere quello che c’è dietro le cose del mondo. Ecco, in questo senso sì, quelle ossessioni sono le mie».

La copertina del Libro del sole, di Matteo Trevisani, edito da Atlantide Edizioni

La copertina del Libro del sole, di Matteo Trevisani, edito da Atlantide Edizioni

L’argomento principale del Libro del Sole, uscito di recente, è l’alchimia. Quando e come hai cominciato a interessartene?

«Durante gli anni passati a studiare la storia dell’esoterismo e della magia occidentale mi sono imbattuto spesso nell’alchimia. Ma non ero pronto, non ero abbastanza attento, il linguaggio alchemico è incomprensibile e le operazioni sono molto difficili da capire. Ci ho sbattuto la testa diverse volte prima di iniziare a penetrarla sul serio. Avevo compreso che l’alchimia trattasse di mutamenti interiori con metafore e similitudini chimiche, ma questa era soltanto la versione psicanalitica, junghiana, di quei processi.

«L’alchimia ha due sponde, una materica, operativa, e una filosofica, psicologica: entrambe le vie portano al raggiungimento dell’oro spirituale, che si crea bruciando in un forno a fuoco continuo il materiale psichico. L’oro non si forma, se chi cerca non è pronto. Il romanzo di Yourcenar, L’opera al nero, parla proprio di questo. Il sole di cui parla il libro è sì la stella al centro del nostro sistema planetario, ma anche l’elemento ultimo di quell’inaccessibilità».

I cicli pittorici del Palazzo Farnese di Caprarola sono un esempio di visione interamente ispirata all’alchimia e all’ermetismo. Ci sono opere artistiche da cui sei stato ispirato nell’affrontare un argomento così affascinante?

«La prima cosa che lessi sull’alchimia, da molto giovane, fu proprio un manuale simbolico. L’alchimia e la magia banchettano a piacimento nella storia dell’arte e viceversa. Pensiamo solo al grande Ermete Trismegisto raffigurato sul pavimento del Duomo di Siena, o le raffigurazioni delle divinità egizie. Non c’è un’opera precisa ma i simboli sono letteralmente ovunque: ogni cosa nel romanzo allude a qualcosa della realtà».


L’amore è l’energia necessaria alla conoscenza, si dà in molti modi. Quello tra due persone è un modo di amare, ma ce ne sono altri che possono arrivare al sacro e poi al divino.


Quali sono le tue personali interpretazioni dell’amore e della morte?

«È una domanda davvero troppo grande. Per sintetizzare potrei dire che l’amore è l’energia necessaria alla conoscenza e che esso si dà in molti modi. Quello tra due persone è un modo di amare, ma ce ne sono altri che possono arrivare al sacro e poi al divino. La morte è un momento importante, di lavoro: un attimo in cui si condensa tutto ciò per cui ci si è esercitati in vita, ma non accade una volta sola. C’è una morte a ogni tramonto, a ogni espirazione».

Puoi svelarci qualcosa dei tuoi progetti futuri?

«Sto scrivendo una mappa, la mappa di un albero genealogico. Però non di una famiglia, non della mia famiglia. Quello che mi interesserà nel prossimo romanzo sarà il sangue, quello che rimane nei corridoi genetici, quello che ci si scambia tra le generazioni».


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Leggere Matteo Trevisani è stato come tornare a calpestare una vecchia Roma moderna che collassa dignitosamente sotto il peso dell’inciviltà di oggi, la passeggiata nostalgica e attenta di chi sembra quasi penare. Non ci siamo dilungate in alcun modo sulle sue storie: per l’attenzione quasi maniacale ai dettagli, i suoi romanzi potrebbero stare in piedi anche senza una storia vera e propria sulla quale svilupparsi.

La sua scrittura è certamente un’ode a Roma ma anche allo studio, all’informazione. Non sono tanti gli scrittori che decidono di ritagliarsi la giusta quantità di tempo per esplorare e studiare a fondo la storia, i dettagli degli argomenti che decidono di trattare nei loro libri. L’amore, la morte, la conoscenza, ma anche il dolore e la solitudine, sono pilastri fondamentali della vita di ogni essere umano e Matteo ce lo ricorda con fermezza, accarezzando ogni argomento e dedicandogli la giusta attenzione senza mai cadere nel banale.

Il Libro del Sole – il suo secondo romanzo – non ruota attorno a un argomento facile ma scorre, quasi inesorabile, permettendo al lettore di appassionarsi al tema invece di farlo sentire estraneo a trama e personaggi. Si comincia da un’aurora boreale e si passa a esplorare il cielo, le stelle, i mutamenti e l’astronomia del sole fino a giungere al grande, inesorabile salto finale. L’antico sistema filosofico dell’alchimia riveste un’importanza centrale nel romanzo e, proprio come nella storia dell’arte, lascia numerose tracce di sé anche dopo la conclusione degli avvenimenti narrati.


Scritto da Ylenia Del Giudice e Melissa Vitiello.

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