Fai l’uomo: i miasmi della mascolinità tossica

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In foto, Ezra Miller in posa per Playboy. L'attore si definisce queer ed è noto per il suo sfidare apertamente la mascolinità tossica

In foto, Ezra Miller in posa per Playboy. L’attore si definisce queer ed è noto per il suo sfidare apertamente la mascolinità tossica

Avete mai sentito l’espressione «fai l’uomo?». Bene, il problema parte da qui.

«Fai l’uomo» vuol dire che, se sei maschio, devi essere alto, ben piazzato, forte, prestante. Devi inoltre avere un lavoro prestigioso, una bella casa, un’auto veloce, uno stipendio con tanti zeri. Devi fare un sacco di sesso con un innumerevoli donne. Bada: solo con donne. E ricordati di offrire sempre tu: la femmina deve capire chi dei due ha la situazione in pugno. Ricordati soprattutto di essere freddo e senza emozioni, di avere tutto sotto controllo, di agire in modo aggressivo, violento e dominante. Fai l’uomo, insomma!

Cos’è la mascolinità tossica?

In foto, lo psicologo Shepherd Bliss, autore dell'articolo Revisioning Masculinity. A report on the growing men's movement, pubblicato su Gender (n. 16, primavera 1987)

In foto, lo psicologo Shepherd Bliss, autore dell’articolo Revisioning Masculinity. A report on the growing men’s movement, pubblicato su Gender (n. 16, primavera 1987)

Il termine «mascolinità tossica»è stato utilizzato per la prima volta da Sheperd Bliss tra gli anni ’80 e ’90 e designa una visione dell’uomo malata e velenosa[1].

La mascolinità tossica è infatti l’insieme dei comportamenti prototipicamente maschili derivati dalla supposta dominanza fisica, sessuale, intellettuale e sociale dell’uomo. Come dice The Good Man Project, la mascolinità tossica individua una forma di uomo standard definita dalla violenza, dallo status, dall’aggressività, dal sesso[2]. Sei un maschio? Bene, devi essere forte, senza emozioni e spaccarti di birre davanti alla partita. I maschi funzionano così. Tutti quanti senza eccezioni. Se non sei così, hai qualche problema.

La difficoltà di essere uomo

Billy Porter e Dyllon Burnside nella serie TV Pose

Billy Porter e Dyllon Burnside nella serie TV Pose

Gli uomini sono privilegiati rispetto alle donne: lo insegnano la storia e la vita di tutti i giorni. Eppure anche gli uomini subiscono delle pressioni sociali pesanti. Nello specifico a un essere umano di sesso maschile viene richiesto di dimostrare una virilità esasperata in ogni situazione. Gli uomini si trovano così a fare i conti con un’idea di mascolinità monolitica che non ha nulla a che fare con il modo in cui ciascuno può sentirsi a proprio agio.

Spesso non se ne rendono conto, ma a volte hanno vergogna a palesare questa problematica. La situazione peggiora se pensiamo che manca nel mondo maschile un movimento consapevole e organizzato di liberazione dalla prigionia della mascolinità tossica.

Boys don’t cry


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Sono tante le modalità di essere uomo, ma è come se la società ne accettasse solo una e condannasse le altre. Lo stereotipo dell’uomo duro non è comodo per tutti, ma chi se ne allontana è costretto a pagare. Esistono ragazzi che preferiscono ammazzarsi perché non si riconoscono in Rocky Balboa e il mondo non concede alternative.

Alcuni uomini vengono violentati o subiscono violenze domestiche, ma non lo dicono perché patire non è virile, non sarebbero presi sul serio e qualcuno addirittura li deriderebbe («Le hai prese da una donna?!»). Gli uomini sono quelli che picchiano e violentano, non il contrario insomma[3].

Non fare la femminuccia!

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Ma da dove trae nutrimento lo stereotipo di un uomo necessariamente forte e senza emozioni?

Pensiamo alle prime fasi della crescita: un bambino che si dimostra poco intraprendente e spericolato viene subito emarginato e appellato come «femminuccia». Gli adolescenti meno machi non sono mai popolari e spesso vengono chiamati «checca», che è il diminutivo del nome Francesca. Spesso anche gli uomini adulti si spronano a compiere gesti ritenuti virili dicendosi: «Dai, non fare la donnetta!» (altrimenti frocio, ricchione e mezzasega diventano spaventosamente sinonimi).

Cosa accomuna questi episodi? Perché per un maschio essere dolce, tranquillo e sensibile è considerato vergognoso? Pensiamoci bene: a chi si addicono gli aggettivi dolce, tranquillo e sensibile? È facile: un angelo del focolare è dolce, tranquillo e sensibile, non un uomo duro e puro. Se non sei virile, sei un rifiuto umano perché è come se fossi una donna e tra maschio e femmina sappiamo tutti qual è l’opzione migliore e quella di scarto.


Ogni bambina e bambino, ogni donna e uomo vuole qualcosa di diverso e l’armatura di un cavaliere a volte è inutilmente pesante.


Consideriamo l’idea standard della mascolinità: ogni caratteristica dell’uomo è semplicemente l’opposto della donna-prototipo. Mentre l’uomo è forte, deciso e senza emozioni, la donna è debole, volubile ed emotiva. Sembrano esistere così due stereotipi dicotomici, banali e rigidissimi, uno di serie A e uno di serie B. Chi è quel folle che vorrebbe passare dalla prima categoria alla seconda?

Perché gli insulti come frocio, checca, finocchio, ricchione sono i più utilizzati tra gli uomini? Perché secondo lo stereotipo, un uomo omosessuale è gentile, sensibile, effeminato. Parliamo dunque di una persona che ha l’onore di nascere uomo, ma si abbassa a comportarsi da donna, non rispettando le elementari distinzioni tra i sessi.

Prova di quanto detto è che se una donna prende alcuni caratteri dallo stereotipo maschile, acquisisce valore. Suona infatti come un complimento dire: «Quella donna ha le palle». Oppure pensiamo all’immagine della donna in carriera: vestito da uomo, portamento freddo, tono di foce fermo, nessun figlio.

Patriarcato, here we go again

Dettaglio di un ritratto di Chimamanda Ngozi Adichie, realizzato da Mamadi Doumbouya per Vulture (vulture.com)

Dettaglio di un ritratto di Chimamanda Ngozi Adichie, realizzato da Mamadi Doumbouya per Vulture (vulture.com)

Il patriarcato è una forma di organizzazione sociale, culturale e politica basata sul concetto di autorità e leadership maschile. Il patriarcato dice che nel mondo ci sono uomini e donne; l’uomo domina ed è superiore, la donna è dominata ed è inferiore.

Come dice Ngozi Adichie, gli stereotipi di genere nascono nella notte dei tempi[4]. Per molto tempo la forza è stata il valore dominante della società e l’uomo è biologicamente dotato di più testosterone. Le donne sono state così etichettate come esseri fragili e marginali e, tenute lontano dall’istruzione per secoli, hanno faticato a emergere dall’ombra. Il problema è che la forza non è più un valore centrale: il mondo è cambiato, ma gli stereotipi no.

Il patriarcato vorrebbe crescere le bambine come delle principesse da salvare e i bambini come dei cavalieri impavidi. Tuttavia ogni bambina e bambino, ogni donna e uomo vuole qualcosa di diverso e l’armatura di un cavaliere a volte è inutilmente pesante.

Il patriarcato agisce così perché le divisioni nette e note sono tranquillizzanti. Se sei uomo sei forte, se sei donna sei debole. Una società così strutturata è facile da capire, da governare, da manipolare.

Il problema poco noto è che il patriarcato, mentre calca il piede sulla testa della donna, colpisce  l’uomo alle spalle. Se la figura della donna fosse priva di giudizi di merito, anche l’uomo sarebbe libero dalla trappola della mascolinità tossica.

Cosa possiamo fare?

La mascolinità tossica è un grande peso per troppi uomini. Sarebbe necessario rendere a tutti nota la distinzione tra sesso e genere. Mentre il sesso è biologico, il genere è sociale. Ciò che è sociale cambia nel tempo e nello spazio. Le nette distinzioni di genere poco si addicono al mondo contemporaneo che è stato più volte definito come fluido[5]. L’errore alla base della mascolinità tossica sta nel rendere immutabile una visione vecchia che non ha più nulla a che fare con la società poliedrica di oggi. La mascolinità tossica è insomma una tinta unita superata che si ostina a voler rappresentare un mondo multicolore.

Il maschile e il femminile non dovrebbero avere connotazioni di merito. Ognuno dovrebbe essere in grado di vivere il genere in cui si sente meglio nel modo che ritiene opportuno, senza sentirsi in obbligo di rispondere a standard rigidi.

Ragioniamoci: è impensabile che l’intera umanità possa riconoscersi in due sole opzioni. Ha molto più senso permettere a ciascuno di esprimersi come vuole, senza etichette aprioristiche e limitanti. Ogni persona deve sentirsi libera di essere debole, fragile, emotiva e gli uomini non fanno eccezione, non sono delle macchine infallibili, sono umani.

Abbiamo ancora tanta strada da fare in questa direzione, ma l’obiettivo è quello di liberare tutt*. Le principesse si salvano da sole e la vita non è una gara a chi ce l’ha più lungo.


Fonti:

1. S. Barr, What is toxic masculinity and how can it be addressed?, «Independent», 17 gennaio 2019.
2. The Good Man Project.
3. J. Urwin, Man Up: surviving modern masculinity, Paperback, 2016.
4. C. N. Adichie, Dovremmo essere tutti femministi, Einaudi, 2015.
5. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, 2011.

About author

Giulia Mauri

Giulia Mauri

Giulia Mauri è laureata in lettere e insegna alle scuole medie. Si dice sia nata da una malsana mescolanza tra South Park, Nirvana, Cowboy Bebop, Moravia, Pavese, Bojack Horseman e tante cose belle. Troppo pallida, oscenamente timida, fortemente introversa, talvolta sarcastica. Ama i fumetti, l'animazione, i cani e la montagna.

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