Roberto Casalino: «Io, che non mi difendo dalla malinconia»

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In foto, il cantautore Roberto Casalino. Ha appena pubblicato Il fabbricante di sogni, album in cui reinterpreta brani scritti negli anni per altri artisti

In foto, il cantautore Roberto Casalino. Ha appena pubblicato Il fabbricante di sogni, album in cui reinterpreta brani scritti negli anni per altri artisti

Le sue canzoni parlano per lui, è proprio il caso di dirlo. Anzi, lo precedono e ne raccontano il talento e la sensibilità. Sto parlando di Roberto Casalino, che – tra le altre – ha scritto Non ti scordar mai di me, Novembre, Magnifico e Cercavo amore. Un autore con una penna pop, che sa essere delicata e travolgente, raffinata e immediata.

Recentemente ha pubblicato un disco, Il fabbricante di ricordi, in cui ha cantato tutti i brani da lui scritti e interpretati da altri artisti. Se n’è riappropriato, ha dato loro una veste nuova e si è messo a nudo attraverso delle canzoni che hanno già una storia, un percorso, un posto. Canzoni che non si consumano, che restano, che cambiano voce, volto e tempo, ma restano preziose. Ecco cosa ci siamo raccontati in questa nostra chiacchierata.

Partiamo proprio dal disco che hai pubblicato poche settimane fa, Il fabbricanti di ricordi, appunto. Tu, di canzoni, ne hai scritte tante: come hai scelto i tredici brani da inserire in questo tuo nuovo progetto?

«Ammetto che è stata una scelta molto difficile. Ho scritto tante canzoni che hanno avuto più o meno successo, ma – al di là di questo – ci sono brani a cui sono legato in maniera particolare e non potevano mancare. Purtroppo, non potendo fare un doppio album, ho deciso di scegliere i pezzi che sono entrati maggiormente nel vissuto delle persone, indipendentemente dal fatto che abbiano collezionato dischi di platino o d’oro. Ho cercato di farmi guidare sia dall’affetto che il pubblico ha dimostrato verso certe canzoni, sia dal mio istinto. Alcune non hanno avuto una grande esposizione, sono rimaste nell’ombra, ma nel tempo hanno conquistato la gente. Quindi ho pesato sulla bilancia entrambi gli aspetti, cercando di trovare un equilibrio».

Vorrei che questa intervista seguisse la playlist del disco, che fossero le canzoni stesse a suggerirmi cosa chiederti. Quindi non posso far altro che partire dal primo brano dell’album, Diamante lei e luce lui, originariamente interpretato da Annalisa, che ha fatto anche da singolo apripista a questo tuo disco. Come mai la scelta è ricaduta proprio su questo pezzo?

«Per vari motivi. Innanzitutto perché l’arrangiamento che ho scelto per Diamante lei e luce lui è perfettamente in linea con il mio disco precedente, Errori di felicità. Non solo, il sound del brano fa intendere il suono dominante di questo disco e anche il mio approccio a queste canzoni, che le persone finora hanno ascoltato da altre voci. Ho voluto iniziare con un brano che ha un arrangiamento completamente diverso da quello portato al successo da Annalisa. Inoltre, sono molto legato a questa canzone, l’avevo scritta per la mia migliore amica, per il suo compleanno. Iniziare con Diamante lei e luce lui è stato un modo per celebrare la nostra amicizia trentennale».

Passiamo a Sul ciglio senza far rumore, brano interpretato da Alessandra Amoroso, che ha cantato anche Trova un modo, anch’esso inserito nel tuo lavoro. La Amoroso è solo un esempio, ma sono tanti gli artisti per cui, negli anni, hai scritto più volte. Ti capita di scrivere pensando all’interprete a cui sarà destinato il pezzo?

«Scrivo per me, poi sono le canzoni, a processo creativo concluso, a suggerirmi a chi andare. Le canzoni hanno questo potere, parlano da sole, hanno un loro linguaggio, un loro modo di esprimere una verità ed è normale che un brano non possa andare bene a chiunque.

«Capita che io abbia in mente chi potrebbe interpretare il pezzo che ho scritto, ma non è detto che l’artista a cui ho pensato lo senta suo o voglia cantarlo, magari non è in linea con quello a cui sta lavorando. È normale che, col tempo, un autore impari a conoscere i gusti dell’artista per cui ha scritto più volte, quindi sa già cosa proporre e cosa non proporre assolutamente».

Un’altra artista per cui hai scritto più volte è Giusy Ferreri. Nel disco hai inserito, oltre che Novembre e Ti porto a cena con me, di cui parleremo dopo, anche la canzone che l’ha portata al successo, Non ti scordar mai di me, nata a quattro mani con Tiziano Ferro.

«Ci sono stati due episodi, prima di Non ti scordar mai di me, in cui io e Tiziano abbiamo collaborato: nel 2002, abbiamo scritto per gli Mp2, che era un duo prodotto da Mara Maionchi, un brano che si intitola Entro il 23; nel 2005, invece, abbiamo scritto un pezzo dal titolo E va be’ per Syria. Si è trattato di due episodi talmente isolati, che io ho sempre considerato Non ti scordar mai di me il vero punto di partenza della mia carriera di autore per altri artisti.

«Subito dopo, è arrivata Novembre ed è stata un’altra emozione incredibile. In quel disco di Giusy, che si intitola Gaetana, ho collaborato alla scrittura di quattro brani, tra cui anche Stai fermo lì, terzo estratto dall’album, firmato ancora una volta con Tiziano. Quella con Tiziano e Giusy è stata certamente la collaborazione che ha cambiato la mia vita».

E arriviamo al 2012, anno in cui Nina Zilli partecipa a Sanremo con Per sempre e, per la prima volta, un tuo brano arriva sul palco dell’Ariston. Da lì in poi, hai partecipato tante volte al Festival in qualità di autore, ma mai in qualità di cantante.

«Non ti nascondo che è sempre stato il mio sogno poter arrivare al Festival di Sanremo. Come autore ci sono stato per sei volte consecutive, dal 2012 al 2017, a volte con più brani in gara, quindi mi sono tolto delle soddisfazioni importanti. Però, come ti dicevo, da cantautore ho sempre sognato di poter salire su quel palco, ma ci sono delle difficoltà di cui bisogna tener conto. La vivo in modo sereno, per fortuna esistono altre strade per poter far conoscere la propria musica, ma – se dovessero chiamarmi per partecipare – mi sentirei pronto, ho scritto tante canzoni che conservo in un cassetto e, nel tempo, ho acquisito tanta esperienza dal vivo. Al momento non è in programma, ma nella vita non si sa mai».

Apriamo il capitolo Emma Marrone: nel disco hai inserito Cercavo amore, in cui hai scelto di duettare con lei, e Mi parli piano. Emma è un’artista che imprime fortemente la propria impronta ai brani che canta, tanto che spesso ne sembra l’autrice sebbene ne sia solo l’interprete. Al contrario, invece, ti è capitato di non sentirti soddisfatto dall’interpretazione di un tuo brano?

«In realtà, posso ritenermi molto fortunato. Certo, ammetto che non tutti gli episodi sono riusciti, ma la colpa, a mio avviso, non è stata dell’interprete, bensì di alcuni progetti realizzati troppo in fretta. Magari, semplicemente, il cantante non ha avuto il tempo di dare la giusta interpretazione alla canzone, di farla propria, quindi il risultato è stato mediocre. Però, in linea generale, posso ritenermi molto soddisfatto.

«Tu hai citato Emma, giustamente. Lei ha un carattere incredibile: se le proponi un brano, sai per certo che darà il giusto peso a ogni parola; sa rendere giustizia a tutto ciò che canta. Emma, Giusy, Alessandra sono tutte artiste che hanno una personalità forte, definita, quindi capace di dare ai pezzi un nuovo colore, una nuova forza, una personalità, appunto».

Emma, come accennavo, l’hai voluta anche al tuo fianco nella tua versione di Cercavo amore.

«Sì, lei ha tirato fuori il suo lato punk, che esiste, fa parte del suo passato, lei era una delle componenti di una rock band. In studio ci siamo divertiti, abbiamo improvvisato il finale del brano, che non era stato deciso a tavolino, è venuto fuori mentre cantavamo, in maniera del tutto naturale. In questo modo, il brano ha acquisito una personalità fortissima e io ne sono stato entusiasta».

Sanremo 2013, Marco Mengoni arriva al Festival con la tua L’essenziale, vince e partecipa all’Eurovision Song Contest. Un successo clamoroso, che ha rappresentato una vera rinascita per Marco e una consacrazione per te.

«Sanremo 2013 è un momento della mia vita artistica e personale che porto nel cuore, il successo che ha avuto quel pezzo mi lusinga. L’essenziale è una canzone che trasmette un messaggio molto forte: non è una canzone strettamente d’amore, ma quasi spirituale, infatti è stata spesso citata da vescovi durante le omelie! (sorride, ndr)

«Ricordo con grande tenerezza il momento della vittoria: ho passato una notte incredibile in giro per Sanremo, urlavo di felicità. Quella notte lì ho ricevuto tante telefonate, messaggi, ero fuori di me dalla gioia. Peraltro, è stato tutto inaspettato, non prevedevo che L’essenziale potesse fare questo percorso. Ma non perché non credessi in quel brano o in Marco, ma perché a volte non ti rendi conto delle potenzialità di una canzone.

«Hai presente quando non ti accorgi delle fortune che hai o non comprendi l’importanza delle persone che sono al tuo fianco? Ecco, lo stesso a volte avviene con i brani. Lì per lì, non ti rendi conto di quello che hai tra le mani, magari pensi sia un bel pezzo, ma niente di più. Quello che è successo con L’essenziale per me è incredibile».


n quell’edizione di Sanremo, ogni artista proponeva due canzoni e solo una arrivava in finale. Marco, oltre che L’essenziale, ha cantato un pezzo scritto da Gianna Nannini e Pacifico. Ero convinto di non avere alcuna speranza.


L’essenziale ha rappresentato il rilancio di Marco dopo un album non propriamente fortunato. Per la sua carriera, quel pezzo si è rivelato fondamentale.

«Marco aveva dimostrato tutto il suo talento con la partecipazione a X Factor e il successivo EP era stato un enorme successo. Poi c’è stato un disco in cui ha messo in evidenza la sua personalità e si è assunto la responsabilità di essere pienamente se stesso. Il terzo album, quello de L’essenziale, rappresentava dunque un importante banco di prova. Doveva giocarsi quella possibilità al meglio e l’ha fatto. La sua interpretazione durante le serate del Festival è stata centrata, è arrivato al pubblico prepotentemente, si è imposto e si è fatto ascoltare e capire. Era una doppia sfida per lui e l’ha vinta. L’essenziale ha una sua forza, ma Marco ha fatto la differenza».

Peraltro, in quell’edizione di Sanremo, ogni artista proponeva due canzoni e solo una arrivava in finale. Marco, oltre che L’essenziale, ha cantato un pezzo scritto da Gianna Nannini e Pacifico.

«Proprio così, per questo ero convinto di non avere alcuna speranza. Senza considerare che la stampa non era stata molto carina con la nostra canzone. Dopo il primo ascolto, avevano dato dei voti molto bassi: quattro, quattro e mezzo o giù di lì. Mi sono detto: “Mettiti l’anima in pace, non ce la faremo mai”. Non solo, quella sera Marco si è esibito per primo, ha fatto L’essenziale e subito dopo il pezzo di Gianna. Quando il nostro brano ha superato il turno, per me è stata già quella una grande vittoria, tutto il resto non avrei mai potuto nemmeno immaginarlo».

Apriamo un altro capitolo: Francesca Michielin. Per lei hai scritto Distratto e Magnifico. Francesca è uscita da un talent show, X Factor, e tu, nell’arco di questi undici anni, non hai dimostrato alcuno snobismo verso i talent, anzi. Ne avresti fatto uno, se non avessi raggiunto il successo per altre vie?

«Mi era stato proposto di fare le selezioni della prima edizione di X Factor, quella di Giusy Ferreri. Io, però, stavo attraversando un momento personale molto delicato, di perdite, così ho rifiutato. Io non snobbo i talent, non l’ho mai fatto, sono un’ottima vetrina per mettere in luce dei talenti straordinari: è avvenuto in Italia, ma soprattutto in Inghilterra. A mio avviso non vanno demonizzati, poi è il tempo a rivelare se vali o no.

«Non credo che reggerei la pressione di stare sotto le telecamere; oltre al talent, c’è la componente dello show e quella mi fa paura. Poi, c’è da dire che un conto è farlo a inizio carriera, quando non hai nulla da perdere, un altro è metterti in gioco quando hai già una storia alle spalle. Io oggi ho una credibilità da autore, conquistata negli anni, non potrei fare un talent in cui interpreto i brani di altri. Per quanto possa essere allettante finire sotto i riflettori ed essere conosciuto da più persone, l’idea di essere giudicato da un televoto non è facile.

«Hai presente quando da piccolo costruisci un castello con le carte da gioco? Ecco, la mia carriera è così».

Spiegati meglio.

«Niente è dato per certo. Quando fai un castello di carte, basta perdere l’equilibrio per un attimo, basta una carta fuori posto e crolla tutto. Quindi io preferisco conservare il mio equilibrio, fare quello che so fare, dedicarmi alla scrittura delle canzoni e accettare serenamente di non avere la visibilità che può dare un talent».

Passiamo ad A un isolato da te, brano presentato a Sanremo da Francesco Renga. A conti fatti, tu hai scritto più per le donne che per gli uomini. Si tratta di un caso o di una scelta?

«Credo semplicemente di avere una sensibilità più vicina all’animo femminile, per cui penso che le donne avrebbero potuto cantare molte delle mie canzoni interpretate dagli uomini, ma non il contrario. Ci sono canzoni che non credo avrebbero potuto cantare gli uomini, ad esempio Sul ciglio senza far rumore, Novembre o Non ti scordar mai di me. Mentre un pezzo come A un isolato da te sarebbe stato bene in mano a una donna.

«Ci sono grandi autori che io stimo tanto, come Enrico Ruggeri, Ivano Fossati o Ligabue, che hanno quel tipo di sensibilità che li ha portati a scrivere principalmente per le donne della musica italiana. Poi, c’è da dire anche che le vocalità femminili hanno un fascino particolare su di me, anche i miei ascolti sono principalmente donne».

Fammi qualche nome.

«Carmen Consoli, Tracey Thorn, Elisa, ma anche Mia Martini, Loredana Bertè. Abbiamo avuto e abbiamo tuttora delle artiste straordinarie».

L’ultima domanda legata alle tracce del disco è relativa a Ti porto a cena con me, un brano che non ha avuto il successo che avrebbe meritato. C’è un pezzo su cui puntavi e che ha deluso le tue aspettative?

«Ti porto cena con me ha avuto diverse sfortune, tra cui quella di essere eseguita da Giusy a mezzanotte e mezza, durante la prima puntata del Festival del 2014. Era un brano elegante e poco radiofonico, in radio si è mosso ma non ha avuto grande fortuna. Era, però, un pezzo di spessore, è sopravvissuto nel tempo ed è entrato, sebbene non subito, nel cuore della gente.

«Ti porto a cena con me è uno dei brani a cui sono più legato. Sai, quando si decide di affidare alle sorti del mercato discografico una canzone, non si può sapere a priori se quella canzone avrà successo, ci sono troppe variabili da considerare, questa cosa l’ho imparata con il tempo. All’inizio, se un pezzo non otteneva il successo che speravo, ne soffrivo, mi facevo mille domande, mi chiedevo “Dove ho sbagliato?” oppure “Cos’è che non ha funzionato?”. In realtà, ho capito col tempo che ciò che conta è che tu e l’artista che l’interpreta siate soddisfatti del pezzo. Il resto devi lasciarlo al caso: il supporto delle radio e la risposta del pubblico dipendono da tante cose, dagli umori, da quanta musica sta girando, dalla concorrenza.

«Io paragono le mie canzoni a dei figli. Non sono padre, però sono figlio e so cosa hanno voluto i miei genitori per me. Quindi, speri che i tuoi brani possano arrivare a più persone possibili. Certo, c’è il dispiacere iniziale per un insuccesso, ma poi passa».

La cover de Il fabbricante di ricordi, album di Roberto Casalino

La cover de Il fabbricante di ricordi, album di Roberto Casalino

Squilla il tuo telefono e una cantante ti chiede di scriverle una canzone: chi vuoi che sia?

«Carmen Consoli, senza dubbio. Lei è una cantautrice enorme. Non chiedo di scrivere per lei, ma collaborare con lei. La sua musica mi ha sempre influenzato, quindi poter lavorare al suo fianco sarebbe il sogno più grande della mia vita».

Oltre alla carriera di autore, porti avanti anche quella di interprete dei tuoi brani. Quando capisci che una canzone è tua e non può, quindi, essere interpretata da altri?

«Nel precedente disco, alcuni brani come Errori di felicità, Anch’io te ne voglio o Il mio manifesto, subito dopo averli composti, ho capito che avrei dovuto tenerli per me. Altre canzoni, invece, non hanno trovato qualcuno che potesse interpretarle e allora mi sono reso conto che erano talmente intime da dover restare a me e finire in un mio disco. Diciamo che a volte lo comprendo subito, scrivo un brano e so che lo canterò io. Altre volte, invece, succede col tempo di capire che non potrebbe interpretarlo nessuno se non io».

L’ultima domanda che ti faccio è questa: qual è la parola più importante della tua vita?

«Te ne dico due. La prima è autenticità, che per me è una bandiera, una carta di identità, qualcosa da cui la scrittura non può prescindere. Non solo: dall’autenticità non possono prescindere nemmeno i rapporti interpersonali. Non bisogna aver paura di mostrarsi per quel che si è, con le proprie fragilità e i propri dubbi. L’immagine della perfezione è pericolosa. Io amo mostrarmi per quel che sono, anche a costo di mettermi completamente a nudo.

«La seconda parola è malinconia, un sentimento con cui ho imparato a convivere, che non è del tutto negativo. È un sentimento che mi fa osservare in modo diverso tutto quello che mi accade, anche la felicità viene filtrata dalla malinconia, è un modo per percepire meglio quello che mi sta succedendo. Vestire tutto di malinconia mi permette di rendere le emozioni più viscerali, più potenti, di comporle e ricomporle in una forma più profonda».

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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