Typez_ di Giovanni Cosmo ritrae le maschere che abitano Roma

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Mentre ci sistemiamo al tavolino del caffè in cui ci siamo dati appuntamento, faccio a Giovanni Cosmo, fotografo, una prima domanda per rompere il ghiaccio: descriviti in tre aggettivi. «Pazzesco!», mi risponde lui istintivamente e con una sonora risata, citando M¥SS KETA. Capisco subito che l’intervista prenderà una direzione molto interessante. O che, almeno, ci sarà da divertirsi parecchio.

Avvio la registrazione e gli ripropongo la sfida: tre aggettivi, non uno di più né uno di meno. Allora Giovanni decide di usare tre I per descriversi: ironico, instabile, infantile. Per parlare di lui e del suo lavoro, però, queste tre (esattissime) parole non bastano.

Allora, chi è e cosa fa Giovanni Cosmo? Classe 1991, nato e cresciuto a Roma, una volta si sentì dire da un’amica di famiglia: «Da grande, tra tutti i lavori esistenti, quello meno adatto a te sarà il fotografo». E infatti, ricorda lui, «non ho deciso di fare il fotografo con la classica storia commovente della prima macchina fotografica regalata a 6 anni, anzi, quando mi cimentavo con le use e getta le foto mi venivano sempre abbastanza sfocate, bruciate o con il mio bel pollice piazzato in primo piano». Eppure dopo il diploma si iscrive all’Istituto Superiore di Fotografia a Roma, quartiere San Lorenzo, e poi all’Università Roma Tre, dove si laurea in Cinema, Televisione e Nuovi Media.

Di recente, Giovanni ha messo a punto un nuovo progetto, dal titolo Typez_. È incentrato sui «tipi umani» di Roma: macchiette, stereotipi, che tutti quelli che abitano la Capitale non faranno fatica a riconoscere – e a collocare geograficamente nel loro quartiere di appartenenza. Questa intervista è quindi un modo per lanciare la serie Typez_, ma anche un’occasione per scoprire più in generale l’approccio di Giovanni all’arte della fotografia. E, per due Sagittario intellettualmente affini, di improvvisare un monologo a due voci e diventare l’una lo specchio dell’altro.

Dettaglio di un autoritratto di Giovanni Cosmo

Dettaglio di un autoritratto di Giovanni Cosmo

Iniziamo dalle basi: perché hai deciso di usare te stesso come soggetto di così tante tue fotografie?

«Tutto inizia proprio da Typez_. Ho in mente il progetto da sei anni, da quando ero all’ultimo anno della Scuola di Fotografia e un professore ci ha chiesto come compito un autoritratto ispirato alle serie di Cindy Sherman. Il mio gli piacque particolarmente e mi chiese perché non ne facessi una serie. Ci ho pensato e ripensato, finché non mi sono convinto a giocare con la mia fisicità, che fondamentalmente non mi è mai piaciuta.

«Diciamo che questo è anche un modo per cominciare ad accettarla e prenderci confidenza, mettendola ironicamente di fronte alla macchina e giocandoci con delle maschere. Il mio professore, non a caso, diceva che sarei potuto essere un bravo caratterista. Prima però ho dovuto prendere consapevolezza di me. Pensa che dai 14 ai 18 anni non mi sono mai fatto fotografare: non c’è una sola mia foto dai 14 ai 18 anni! E ora gioco costantemente con l’autoritratto (ride, ndr)».

Il fatto che in Typez_ sia sempre tu a dare un volto agli stereotipi della Capitale suggerisce che in questa città typez non ci nasci, ma lo diventi. E magari ri-diventi, a seconda di opportunità e convenienze del momento.

«Sì, sono degli ideali che chiunque potrebbe effettivamente diventare. Io ci sono in tutti: nessuno mi rappresenta appieno, ma sono la condensazione di amici, conoscenti… Molte sono persone che ho “incontrato” virtualmente su Facebook o Instagram. Certe persone seguono effettivamente delle “linee guida” nel presentare la propria immagine online: chi è in un modo cerca di dare quella immagine di sé, soprattutto attraverso il vestiario, che è da sempre uno strumento di posizionamento sociale e culturale».

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D'Ippolito

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D’Ippolito

Ironicamente, qui la radio passa i Nirvana: parliamo di sottoculture, in fondo.

«E io adoro i Nirvana! Così come ho sempre apprezzato il fatto che le sottoculture usino l’estremo per autorappresentarsi. In fondo anche Typez_ parla di sottoculture».

E tu a quale di questi tipi corrispondi?

«Ognuno di loro rappresenta un lato di me, anche coesistenti. Nella mia adolescenza sono stato tutto e sono stato niente, senza mai trovare qualcosa che mi rappresentasse in toto. E certe volte cambiavo stile anche “a giornata”: un giorno ero vestito da punk, quello dopo da rimastino, poi da dark».

Nella somma di questi autoritratti c’è quindi il tuo autoritratto perfetto.

«Perfetto no: mancherebbero ancora tante altre sfumature! D’altra parte questo progetto è in via di costruzione: ho già in mente un’altra cinquina di personaggi da aggiungere. In più, di questa prima serie avrebbero dovuto far parte altri due personaggi, che poi non abbiamo realizzato. Poi, le tipologie sono tantissime: tante se ne creano, tante se ne disfano.

«Questi però effettivamente rappresentano bene i miei primi (quasi) trent’anni. Poi noi trentenni di oggi siamo degli eterni adolescenti (ride, ndr). Ad esempio, l’altro giorno ho mostrato le foto a un mio amico, che mi ha detto: “Eh ma oggi difficilmente trovi un metallaro come questo!”. E invece no, perché secondo me sulla metro B un Marco di Palestrina con la maglietta degli Iron Maiden si trova sempre! Anche se ora studia Ingegneria a Roma Tre (ride, ndr)».

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D'Ippolito

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D’Ippolito

E tra questi ritratti parziali di te, quindi, c’è anche il fascista.

«Skinhead! Non è propriamente un fascio, si può declinare sia come uno skinhead di destra che di sinistra. Ho frequentato per un po’ di tempo locali in cui suonavano gruppi punk hardcore composti da skin di sinistra fortissimi. Mi meravigliava quel loro essere delle vere bombe a orologeria! Durante i concerti era un continuo darsi gomitate in faccia: il naso rotto è anche per quello (ride, ndr)».

Un naso rotto da concerto, quindi, non da rissa: parafrasando Gaber, con quello scatto non cerchi di esorcizzare il fascista in te.

«(ride, ndr) No, il fascio proprio non mi appartiene! Tra i quartieri che ho frequentato di più c’è San Lorenzo, che è una fucina di queste tipologie. Ci trovi di tutto: il fuori sede, lo skinhead, il coatto che passa il pre-serata a bere o il rimastino classico in piazzetta. Potrei fare una mappa del quartiere indicando dove è possibile incontrare questi tipi umani (ride, ndr). Forse solo il pariolino cozza un po’, ma ogni tanto anche a lui va di vedere com’è la vita tra la fauna dei poveri stronzi».

Quali sono invece i due tipi a cui accennavi e che non hai più realizzato?

«Uno era il cantante indie, ma abbiamo avuto difficoltà nell’individuare una serie di elementi che lo identificassero chiaramente. Non è infatti neppure detto che sia uno dei prossimi che realizzerò. L’altro era invece il compagno di Sinistra della Sapienza, quello che fomenta le manifestazioni».

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D'Ippolito

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D’Ippolito

Qual è il ritratto che ti diverte di più?

«Il coatto. Quel ritratto potrei essere fondamentalmente io, se fossi rimasto nella cerchia del mio quartiere e ne avessi abbracciato lo stile di vita. Capello biondo compreso (ride, ndr). Poi però devo dire di essere molto legato anche al rimastino, perché avendo frequentato spesso i centri sociali era un po’ il modello a cui aspiravo in adolescenza».

Mi racconti del lavoro di ricerca degli abiti e dello studio fatto con Giulia (Wasp, la stylist, ndr) sulla caratterizzazione dei personaggi?

«La principale direttiva che ci siamo dati io e Giulia Wasp, la stylist del progetto, è stata: cerchiamo di giocare sul dettaglio. Come dicevamo, l’abbigliamento è essenziale per la caratterizzazione e l’identificazione chiara dei personaggi. Fondamentalmente però si tratta in tutti i casi di street wear: è quindi il dettaglio a giocare un ruolo determinante nella caratterizzazione e nel rendere riconoscibili e rappresentativi questi tipi.

«Abbiamo fatto una ricerca molto attenta sulla collana, l’anello, l’orologio, l’orecchino, il capello così, la barba colà… Molti dei vestiti mi appartenevano, erano repertori della mia adolescenza. Specialmente la maglietta dei Lakers: con quella addosso ci ho fatto la guerra (ride, ndr). Per il resto, siamo andati a raccattare nei posti più disparati, tanto di Roma quanto del web».

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D'Ippolito

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D’Ippolito

I dettagli vengono molto esaltati dai primi piani, che però tecnicamente non fanno parte del nucleo centrale della serie.

«Sì, principalmente abbiamo lavorato sui piani americani, che per un lavoro del genere sono i più efficienti, dal momento che permettono uno sguardo d’insieme del personaggio senza però nascondere troppi dettagli allo spettatore. Nello scattare, però, abbiamo notato che alcuni dettagli del volto si andavano a perdere, quindi abbiamo deciso di realizzare anche dei primi piani. Soprattutto perché abbiamo spesso utilizzato il trucco prosteico e ci tenevamo a farlo risaltare».


C’è molto kitsch in quello che faccio: amo tutto quello che è stravagante, insolito, politicamente brutto. Secondo me il kitsch è un po’ l’esternazione estrema di quello che siamo veramente.


Non hai mai pensato di utilizzare il fotoritocco?

«No, volevo proprio calarmi nello scatto. Mi sono tinto i capelli, li ho tagliati… è una performance fotografica!».

Quanto tempo ti è costato la realizzazione dell’intero progetto?

«Un anno. Devi pensare che dietro ogni personaggio ci sono due o tre ore di trucco. Infatti si può notare anche il mio grado di dimagrimento progressivo (ride, ndr)».

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D'Ippolito

Typez_ © Giovanni Cosmo / Stylist: Giulia Wasp / Make-up artist: Sara Terracciano / Assistente: Alessio D’Ippolito

In questo progetto c’è uno «stereotipo invisibile»: quello dello studio fotografico di provincia, rappresentato dal fondale azzurro. Più di uno, tra i tuoi lavori, tradiscono una certa fascinazione per il kitsch.

«Sì, quello è proprio il fondale tipo del fotografo di zona!

«C’è molto kitsch in quello che faccio: amo tutto quello che è stravagante, insolito, politicamente brutto. Secondo me il kitsch è un po’ l’esternazione estrema di quello che siamo veramente. Viviamo di linee guida: per ogni genere di contesto e situazione, sai che ci sarà bisogno di vestirsi in questo modo, comportarsi in quel modo. Il kitsch fa venire fuori quello che vorremmo davvero essere. Anche i ritratti di Typez_ sono delle estremizzazioni».


LaChapelle ha lavorato sempre sul connubio tra cultura bassa e pensiero forte, che è una cosa che trovo geniale e che è in linea coi tempi che viviamo. È quello che cerco di fare anche io: un ragionamento sensato, giocando però con l’ironia.


E se dico kitsch, in parte dico anche LaChapelle, che so essere uno dei tuoi principali riferimenti. Com’è nato questo amore?

«LaChapelle è la mia guida spirituale! Ero ragazzino e guardavo i video di MTV. Sono nato attaccato alla televisione: avendo due sorelle grandi era un po’ come essere figlio unico e i miei genitori, pure, sono grandi e andavano a letto presto. Guardavo tanti film, ma anche tanti video musicali. Ogni volta che alla fine delle clip leggevo “Directed by David LaChapelle”, mi rendevo conto che tutto quello che per me era un orgasmo per gli occhi era sempre opera sua. Da grande ho poi iniziato a informarmi e vedere tutti i suoi lavori e ancora oggi, anche nel rivedere foto che già conosco, resto sempre incredibilmente colpito.

«Lui ha lavorato sempre sul connubio tra cultura bassa e pensiero forte, che è una cosa che trovo geniale e che è in linea coi tempi che viviamo. È quello che cerco di fare anche io: un ragionamento sensato, giocando però con l’ironia (in questo caso, i modelli sociali e popolari). Non a caso i miei due pilasti sono David LaChapelle e Quentin Tarantino, che sono molto diversi ma al contempo uniti dal lavoro che fanno sulla citazione pop».

In Typez_ quanto LaChapelle c’è?

«In Typez_ all’inizio aspiravo proprio a omaggiare l’estetica di LaChapelle, poi mi sono allontanato perché mi sono reso conto che sarebbero venute fuori delle brutte copie delle sue fotografie. C’è però tanto di lui. Ad esempio, evitare il più possibile il fotoritocco, riprendendo tutto dal vero per calarsi realmente nello scatto.

«Non ricostruisco nulla da zero, in nessuno dei miei lavori. Anche quando lavoro col fotoritocco, non faccio mai una ricostruzione, ma parto dai miei scatti reali».

Omaggio a Mia Wallace, Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994) © Giovanni Cosmo

Omaggio a Mia Wallace, Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994) © Giovanni Cosmo

Andando a guardare più in generale i tuoi lavori: la fascinazione per le icone cinematografiche e televisive è evidente. Pensi di tornare a lavorare sulla citazione?

«No. È qualcosa che ho fatto più spesso inizialmente, partendo da prodotti a cui sono molto legato – Pulp FictionTwin PeaksBlade Runner… Nell’ultimo lavoro che ho fatto con una modella non cito più letteralmente e nettamente nessun film, ad esempio. Adesso sto cercando di mettere insieme degli stimoli per poi raccontare io fotograficamente delle storie, come se fossero un film – è il caso di The Birthday, che cita molto l’estetica del film giallo italiano anni Settanta. È un po’ il tipo di lavoro che fa Philip-Lorca diCorcia: lui ricrea questi frame che – lavorando su costumi, personaggi, scenografie – sembrano tratti da un film immaginario.

«Un’estetica su cui vorrei provare a lavorare prossimamente è quella di Brian De Palma, ma anche in questo caso con una storia mia. Dai suoi film trarrei solo lo spunto estetico».

So però che un’altra tua grande passione cinematografica sono i classici hollywoodiani. È anche questa un’estetica che potrebbe entrare in un tuo prossimo progetto?

«Secondo me non ci sono più i volti da film classico, è davvero difficile trovare quella tipologia di bellezza e fisicità senza scadere nella macchietta. Se un giorno avrò la possibilità, il talento e la forza di farlo, mi piacerebbe ricostruire un film classico. Magari riuscissi a ricreare il glamour hollywoodiano degli anni Cinquanta, sarebbe un sogno!

«Quella classica però è un’estetica molto complessa: ogni annata ha i suoi prototipi. Tutto partiva dagli standard di bellezza trasmessi dai media, che variavano di decennio in decennio e che anche attrici e attori riflettevano. Andare a fare una ricostruzione non è così semplice: io sono molto attento e maniacale nella ricerca di volti, non posso semplicemente prendere una persona e metterle un abito vintage pensando di ottenere un buon risultato.

«Questo vale ad esempio nel caso delle mie foto ispirate a Blade Runner: ho impiegato cinque anni per realizzarle effettivamente. Rachael per me è uno dei personaggi più belli della storia del cinema. Ho consultato pagine e pagine di foto di modelle, ma nessuna era mai adatta. Poi un giorno incontro per caso una ragazza all’università – studentessa Erasmus, spagnola – che era assolutamente perfetta. Non perché fosse la sosia di Sean Young, ma perché la ricordava e ne trasmetteva il mood. Le ho chiesto di farsi fotografare e lei ha accettato, fortunatamente. La ricerca di modelli e modelle è la cosa più difficile per me, sempre».

Omaggio a Rachael, Blade Runner (Ridley Scott, 1982) © Giovanni Cosmo

Omaggio a Rachael, Blade Runner (Ridley Scott, 1982) © Giovanni Cosmo

Ritraendo te stesso hai iniziato a risparmiare un sacco di tempo, allora!

«(Ride, ndr) Me lo ha detto anche Giulia! Ci siamo liberati di un problema!».

Anche se i tuoi non sono mai veri e propri autoritratti.

«Assolutamente! Io uso la mia immagine, ma parlo di me attraverso gli altri. Mi reputo la persona più noiosa del mondo: sono un nerd, fissato con film, fotografia e tutto quello che sia immagine. Il mio ideale di serata è andare al cinema, anche tutte le sere. Il mio modo di mostrarmi è giocando su me stesso: non sono né potrò mai essere una Francesca Woodman, che con le sue foto realizzava dei gridi di aiuto, manifestava i suoi tormenti. Non potrei fare un lavoro davvero introspettivo».


Questi personaggi sono delle personalità, ma la persona dietro quelle maschere potrebbe essere chiunque di noi. È questo il concetto che ha reso Cindy Sherman l’artista che è.


Ma anche il dialogo è una forma di introspezione: mi viene in mente Autoritratto di Carla Lonzi, un libro che (a dispetto del titolo) è in realtà una raccolta di interviste. Compi un’indagine su di te, ma per mezzo della conversazione con gli altri.

«Sì, assolutamente, ed è anche quello che faceva la stessa Cindy Sherman. Viviamo in una società in cui tutti aspiriamo all’unicità e siamo sempre più individualisti – cosa che secondo me non può portare a tante cose buone. Alla fine non è vero: tutti seguiamo, chi più o chi meno, delle linee guida. Definirsi fuori dagli schemi è una cazzata! Viviamo bombardati da immagini: conosciamo qualunque cosa, citiamo qualunque cosa e mischiamo qualunque cosa. Siamo tutti calati in questo contesto.

«Prendendo ad esempio Typez_: quelli sono tutti personaggi che sarei potuto diventare davvero io. Mi basterebbe vestirmi così! Questi personaggi sono delle personalità, ma la persona dietro quelle maschere potrebbe essere chiunque di noi. È questo il concetto che ha reso Cindy Sherman l’artista che è. I suoi lavori, che qui ho cercato di tributare, mi hanno folgorato fin da subito».

Direi allora di chiudere con un ultimo tributo alla collettività: le persone con cui hai lavorato.

«Giulia Wasp, la stylist, è una mia carissima amica. Lavoriamo insieme ormai da anni e siamo sulla stessa lunghezza d’onda. È sempre facile lavorare insieme a lei.

«Sara Terracciano è la truccatrice e anche con lei collaboro da diversi anni. Ci ritroviamo tanto nel nostro essere folli: solo lei poteva accertare di fare un lavoro del genere!

«C’è poi Alessio D’Ippolito, videomaker, che ha seguito gli scatti. Il suo confronto mi è servito soprattutto a capire, non stando dietro la camera, cosa funzionasse e cosa no, pur avendo ben precisa in mente l’immagine che volevo.

«Questo gruppo di persone è stato fondamentale per la riuscita di ogni singola immagine. L’arte deve farci stare bene. Anche nel momento della produzione, non puoi viverla come una chiusura, una sfida o una pesantezza. Meglio divertirsi insieme! Alla faccia dell’individualismo (ride, ndr)».

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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