Wrongonyou: «E adesso vi presento Marco»

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In foto, Marco Zitelli, in arte Wrongonyou

In foto, Marco Zitelli, in arte Wrongonyou

Wrongonyou, all’anagrafe Marco Zitelli, ha appena pubblicato un nuovo disco, Milano parla piano, il secondo della sua carriera, ma il primo in lingua italiana. Ecco cosa mi ha raccontato durante la nostra chiacchierata.

Partiamo da lontano: quali musicisti hanno accompagnato la tua crescita personale e artistica?

«Devo dire che primo su tutti c’è John Frusciante, che – con la sua carriera solista – mi ha aperto le porte a un mondo musicale che non conoscevo. Da lì si sono accodati Elliott Smith, Sufjan Stevens e poi Bon Iver. Il loro modo di usare gli strumenti e il modo di usare la voce mi ha ispirato molto».

Nasci Marco Zitelli e diventi Wrongonyou: da dove deriva la scelta di questo nome d’arte?

«Wrongonyou è semplicemente un nome d’arte, ma la vera sfida è portare Marco sul palco. Wrongonyou è un’armatura per proteggermi. Comunque il nome è nato mentre mangiavo una pizza con degli amici, avevo in testa la parola “wrong”… Il resto è uscito chiacchierando».

Tu sei un artista atipico nel panorama indipendente italiano: ti sei fatto conoscere e apprezzare cantando brani in inglese e hai sempre avuto uno stile musicale dal respiro internazionale. Cantare in inglese può rappresentare un ostacolo?

«Cantare in inglese per un italiano, in Italia, è un ostacolo. C’è pregiudizio all’estero e poca fiducia in Italia. Devo dire che sono riuscito a buttare giù alcuni di questi muri. Ho avuto il piacere di suonare all’estero nei maggiori festival e di aver raggiunto dei risultati anche in Italia, ma resta comunque un “linguaggio” che ti frena, spesso e volentieri».

Nel 2018, hai pubblicato il tuo disco d’esordio, Rebirth, rinascita. Cosa ha rappresentato quel tuo primo progetto?

«È stato un giro di boa! il disco arrivava dopo un periodo molto duro per quanto riguarda alcune cose accadute nella mia vita privata. Per questo ho parlato di rinascita, la musica e la voce sono state la mia salvezza».

La copertina di Milano parla piano, l'ultimo album di Wrongonyou

La copertina di Milano parla piano, l’ultimo album di Wrongonyou

Veniamo al presente: poche settimane fa è uscito il tuo secondo album, Milano parla piano, un lavoro interamente in italiano. Una bella sfida per te.

«Cantare in italiano nasce proprio come sfida, perché mi andava di mettermi alla prova. Riuscire a riportare in italiano il mio stile e il mio genere è stato il lavoro più duro, come lo è stato mantenere sonorità internazionali su una lingua diversa dall’inglese. Sinceramente credo di esserci riuscito, sono molto soddisfatto del lavoro e del risultato».

Hai rivelato che, prima di approcciarti alla scrittura di questo disco, ti sei avvicinato a molti cantautori italiani.

«Ho fatto proprio scuola di musica italiana. È stata una full immersion totale, Battisti, De Gregori, Dalla, Venditti… Mi sono reso conto che parlavano di emozioni e vita quotidiana ed era come se le mescolassero. Vivevano l’attimo e tutto quello che succedeva, per poi metterlo in poesia».


Ogni conversazione o gesto potrebbero essere la chiave della canzone, oppure la scintilla che fa scattare un’idea.


Ad affiancarti nella realizzazioni di Milano parla piano, ci sono stati tanti autori e produttori: cito Zibba, ad esempio, o Dardust. Come sono nate queste collaborazioni?

«Sono nate da tanta stima reciproca e piccoli lavori fatti insieme precedentemente. Anche questo mi è servito tantissimo, è stato una scuola. Per esempio, scrivere con Zibba e Raina è stato un corso accelerato di cantautorato».

Come cambia l’approccio alla scrittura quando si compone con altri autori?

«Si condivide e ci si stimola a vicenda, ogni conversazione o gesto potrebbero essere la chiave della canzone, oppure la scintilla che fa scattare un’idea. Mi piace molto scrivere insieme ad altri, poi ogni volta è un’avventura differente».

Nel tuo curriculum manca un talent show: è una scelta o un caso?

«Mi hanno chiamato più volte dai talent, ma ogni volta ho rinunciato, con rispetto, perché credo abbastanza in me stesso».

Hai alle spalle oltre duecento concerti, che ti hanno permesso di calcare tanti palcoscenici, sia in Italia che all’estero. Qual è l’esperienza che porti maggiormente nel cuore, tra quelle che hai vissuto in questi anni?

«Devo dire che il concerto dei Lumineers, al castello di Villafranca di Verona, non lo dimenticherò mai. Ma anche suonare al Primavera Sound è stato davvero bello. Ma ricordo ancora con estrema gioia il mio primissimo concerto».

Se potessi “rubare” una canzone a un artista straniero, quale sceglieresti?

«Senza dubbio, ti direi Skinny love di Bon Iver».

Se potessi “rubarne” una a un artista italiano, invece?

«La collina dei ciliegi di Battisti».

Il disco della tua vita?

«Shadows collide with people di John Frusciante».

Cosa vorresti che non si dicesse mai di te?

«Che me la tiro, non mi piacciono le persone che lo fanno e non vorrei essere scambiato per tale. A volte sono una persona molto diretta e questo potrebbe farlo sembrare, ma non è assolutamente così».

Le mie interviste si concludono sempre con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

«Famiglia. La famiglia muta e non per forza è di sangue. Stare con chi ti supporta e ti fa stare bene è tutto. Essere circondati da chi davvero ti vuole bene».

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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