Musica pop: Laura Pausini, la sciatteria è tutta colpa tua

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Il pop ha una storia di tutto rispetto, lunga e imponente, e va difeso a spada tratta; sminuirne la portata e il valore significa sottovalutare alcuni artisti passati alla storia non certo per caso.

Il pop ha una storia di tutto rispetto, lunga e imponente, e va difeso a spada tratta. Sminuirne la portata e il valore significa sottovalutare alcuni artisti passati alla storia non certo per caso.

Partiamo da una premessa fondamentale: in Italia l’etichetta di «pop» ha sempre spaventato gli artisti, i quali, a definirsi tali, sono sempre stati piuttosto restii. Fatta eccezione per qualcuno che se n’è fatto orgogliosamente portabandiera, l’Italia ha sempre arrancato, probabilmente perché siamo, per definizione, il Paese del cantautorato e del bel canto. Eppure il pop ha una storia di tutto rispetto, lunga e imponente, e va difeso a spada tratta da chi lo considera il fanalino di coda di tutti i generi musicali: non solo non lo è, ma sminuirne la portata e il valore significa sottovalutare alcuni artisti, passati alla storia non certo per caso.

Le origini del pop

I Beatles in una foto d'epoca

I Beatles in una foto d’epoca

Per raccontare il pop e gli snobismi che, da sempre, è costretto a sopportare, è bene fare un passo indietro e parlare delle sue origini. La musica pop – traduzione del termine inglese pop music – è un genere appartenente alla popular music (musica popolare), che ha avuto origine intorno agli anni Sessanta negli Stati Uniti come moderna derivazione del rock and roll. Dall’America, poi, ha iniziato a diffondersi anche in Europa grazie all’enorme contributo delle radio e delle prime TV. Poco tempo dopo, in Inghilterra, sono apparse le prime band che hanno fatto la storia della musica pop e che, ancora oggi, rappresentano vere e proprie pietre miliari.


Di un pezzo d’autore possiamo dire che è senza tempo. Un pezzo pop, invece, un tempo ce l’ha: se è fatto bene, può non avere scadenza, semmai, ma rimanda a un momento preciso.


Di cambiamenti, in questi primi sessant’anni di vita, la musica pop ne ha subiti tanti, perché è un genere in evoluzione, con delle basi solide e delle caratteristiche imprescindibili (per sua natura è e resta un genere accessibile al grande pubblico, musicalmente abbraccia una strumentazione molto varia, che va dalla chitarra classica al basso, fino a giungere sintetizzatori e suoni elettronici e prevede una scrupolosa attenzione al look e alla performance) ma, soprattutto, sposa i tempi in cui l’artista opera, non vi può prescindere in alcun modo: ogni epoca ha il suo pop e il pop, di fatto, racconta ogni epoca. Non ne è testimone, ma narratore: rivela umori, gusti, tendenze, conflitti, conquiste. Di un pezzo d’autore possiamo dire che è senza tempo (pensiamo a Mi sono innamorato di te di Tenco, per esempio: brano datato 1962, che non sembra aver subito l’usura degli anni passati). Un pezzo pop, invece, un tempo ce l’ha: se è fatto bene, può non avere scadenza, semmai, ma rimanda a un momento preciso.

La musica pop, dicevo, di rivoluzioni ne ha subite tante o, per meglio dire, ne ha realizzate tante: negli anni Sessanta, per esempio, i Beatles e i Rolling Stones hanno dato al pop una forma inedita, avvicinando la popular music al rock. Negli anni Ottanta è stata la volta di sintetizzatori, batterie elettroniche e campionatori, di voglia di eccentricità e leggerezza. Negli anni Novanta abbiamo conosciuto i ritmi del rap e dell’hip hop, che hanno dato un aspetto inedito al pop a cui si era abituati; poi sono arrivati gli anni Duemila e il pop si è contaminato con la dance e l’R’n’B, si è fatto spazio il teen pop, c’è stato un ritorno ai suoni degli anni Ottanta. Insomma, la strada del pop è complessa e mai troppo lineare, ma sempre fedele ai suoi tempi e al suo pubblico.

Il pop in Italia

Il pop, in Italia, esiste, partiamo da questo assunto fondamentale. Esiste dalle braccia spalancate di Domenico Modugno a Sanremo 1958, quando si è presentato sul palco del Festival della Canzone Italiana con un brano, Nel blu dipinto di blu, di cui era co-autore (insieme a Franco Migliacci). Salito sul palcoscenico, Modugno – che, va ricordato, è stato il primo artista a cantare a Sanremo un brano di cui era anche autore, perché fino ad allora era consuetudine che l’interprete si limitasse a cantare, mentre l’autore era una figura secondaria e di scarsa rilevanza – ha aperto le braccia e dato al brano un’interpretazione teatrale, potente, assolutamente rivoluzionaria per quell’epoca.

Modugno ha cambiato la storia della canzone italiana, ha permesso che la nostra musica si affrancasse dalle “canzonette” degli anni Cinquanta (definite tali per i temi leggerissimi e quasi impalpabili, per i virtuosismi vocali e le esecuzioni che non erano interpretazioni, ma esposizioni di voci perfette, quasi artificiali) e ha aperto le porte non solo al cantautorato (che, negli anni Sessanta, da Tenco in poi, è esploso) ma anche al pop. Da quel momento in poi, nulla è stato più come prima.

In foto, Adriano Celentano e Mina

In foto, Adriano Celentano e Mina

Nel 1961, Adriano Celentano, ribelle, anticonformista, artista poliedrico e scevro da ogni definizione, è salito sul palco di Sanremo e ha cantato Ventiquattromila baci, dimostrando che era in atto un cambiamento destinato a segnare la storia della canzone italiana. Non era un fuoco di paglia: la musica italiana stava cambiando definitivamente e irrimediabilmente. Cantante, attore, presentatore, Celentano, con Prisencolinensinainciusol, è stato, inoltre, il vero anticipatore del canto parlato dei rapper.

Poi è arrivata Mina, un’artista che ha segnato la storia del pop dotata non solo di una voce fuori dal comune, ma di un’artisticità dirompente: cantante duttile e intelligente, bellezza camaleontica e non omologata, artista a tutto tondo. Musicista, sì, ma soprattutto donna di spettacolo, vera fuoriclasse del varietà, pioniera del tormentone (nei primi anni Sessanta cantava Tintarella di luna) e interprete della più raffinata canzone d’autore (hanno scritto per lei i più grandi cantautori italiani, da Bindi a De André). Soprattutto, però, una donna libera, che ha pagato a caro prezzo le scelte private: quando ha dato alla luce il primogenito Massimiliano Pani, nato dal rapporto con Corrado Pani, allora sposato, ma di fatto separato, Mina è stata allontanata dalla Rai e accusata molto duramente da una larga fetta di italiani.

Nel 1970 nessuno si chiedeva se Patty Pravo, che era sensuale, erotica e anticonformista, fosse anche talentuosa. Era scontato, perché una cosa non escludeva l'altra.

Nel 1970 nessuno si chiedeva se Patty Pravo, che era sensuale, erotica e anticonformista, fosse anche talentuosa. Era scontato, perché una cosa non escludeva l’altra.

Poi c’è Ornella Vanoni, divisa tra la musica il teatro, elegantissima interprete della canzone d’autore e diva del palcoscenico grazie alla partecipazione a Rugantino (1962). Poi ancora Patty Pravo, la ragazza del Piper, bella da togliere il fiato, spregiudicata, trasgressiva, con una voce diversa, profonda, e una capacità interpretativa sorprendente. Che dire invece di Raffaella Carrà? Il volto pop per eccellenza, disinvolta, anticipatrice dei tempi, con un talento stratificato e la grande capacità di bucare lo schermo.

Negli anni Ottanta è invece la volta di Rettore, ammiccante, irriverente, audace, rivoluzionaria nel look e nell’approccio al palcoscenico: spudorata, del tutto indomabile, un salto nel futuro per un’Italia che, allora, sapeva accogliere il cambiamento e la proposta musicale di un’artista fuori dagli schemi. Che dire poi di Spagna, che ai suoi esordi cantava in inglese? Voce potente e piglio internazionale per un’artista che – negli anni Ottanta – ha conquistato tutti con Easy Lady.

Il pop oggi

In foto, la cantante Laura Pausini

In foto, la cantante Laura Pausini

Di nomi potrei farne tanti e di storie interessanti, irripetibili, fondamentali potrei provare a raccontarne altrettante. Provare, appunto, perché siamo di fronte ad artisti e artiste che hanno scritto la storia del pop italiano, una storia intensa, sfaccettata, fatta di rivoluzioni, bellezza, intraprendenza. Fatta di coraggio, che è ciò che oggi manca, perché spaventa, rappresenta e presuppone un rischio.

Da un po’ di tempo non si rischia più perché si asseconda ciecamente il volere del pubblico; non si propone niente di originale ma ci si limita ad accontentare la gente, che è assuefatta da tante offerte insipide e non sa più sviluppare il proprio gusto, sembra essersi ormai disabituata all’arte e al bello. Qui sarebbe necessario aprire una parentesi legata all’avvento della cosiddetta musica liquida (vale a dire quella che si ascolta su Spotify, si guarda su YouTube e si compra – sempre meno – su iTunes), che ha definitivamente soppiantato la musica fisica: i dischi non si vendono più ed è necessario proporre brani che abbiano una presa immediata sul pubblico. Non più progetti dunque, ma singoli prodotti fatti e finiti. Eviterò di parlare di quanto la crisi discografica abbia un peso specifico sull’assenza di coraggio, ma voglio raccontare da dove nasca questa mia riflessione sul pop, che sembra ormai privo di qualsiasi guizzo, stremato e agonizzante.

La performance di Levante durante il suo concerto al Forum di Assago di Milano. Foto di Kimberley Ross

La performance di Levante durante il suo concerto al Forum di Assago di Milano. Foto di Kimberley Ross

Ho osservato Levante, qualche settimana fa, durante il suo concerto al Forum di Assago di Milano. Levante è una cantautrice, scrive la musica e le parole delle sue canzoni. Di tutte, da sempre. Non solo: ha uno stile ben a fuoco, una personalità definita, un gusto preciso. Quello che scrive, che canta, che propone al pubblico va di pari passo con la sua immagine, che è sempre curata, come lo sono i suoi look, i suoi spazi social, tutto ciò che la riguarda non è mai lasciato al caso. Perché è un’artista, appunto, e gli artisti – specie quelli che fanno pop – esprimono se stessi non soltanto attraverso la musica, ma anche attraverso la grammatica visiva: non è solo quello che dicono, ma anche e soprattutto come lo dicono.

Levante, al Forum di Assago, era sensuale, femminile, prorompente. L’Italia, tuttavia, sembra non essere più abituata a tutto questo, nonostante sia la patria di Patty Pravo, Mina, Rettore. Gli anni Novanta – da Laura Pausini in poi, per intenderci – hanno segnato un cambio di rotta, un passo indietro, un appiattimento terrificante. Hanno sdoganato la ragazza della porta accanto, quella con la faccia pulita e i capelli arruffati; ma la ragazza della porta accanto va bene allo sportello delle poste, alla cassa del supermercato, in fila al bancomat. Non sul palco. Sul palcoscenico c’è bisogno di estro, gusto, bellezza, carisma, non di sciatteria.


Nel 1970 nessuno si chiedeva se Patty Pravo, che era sensuale, erotica e anticonformista, fosse anche talentuosa. Era scontato, perché una cosa non escludeva l’altra.


Laura Pausini piace perché è rassicurante, ostinatamente e furbamente uguale a se stessa, uguale al pubblico, che è diventato il suo pubblico e, di riflesso, di tutto il pop che è circolato da quel momento in poi. Attenzione, non è riconoscibile, che è prerogativa dei grandi, ma sempre identica a sé, che è ben altra cosa. Ma l’arte, senza evoluzione, esiste? No, l’arte senza mutamento è un artificio, e gli artifici sono prodotti, e i prodotti sono bugie, a volte appetibili, altre ancora impercettibili. Ma restano pur sempre realtà verosimili, non vere.

Oggi Levante, che scrive canzoni e sul palcoscenico si concede tacchi vertiginosi e gambe nude, è una mosca bianca. Nel 1970 nessuno si chiedeva se Patty Pravo, che era sensuale, erotica e anticonformista, fosse anche talentuosa. Era scontato, perché una cosa non escludeva l’altra. Riflettiamo: se Patty Pravo iniziasse la sua carriera oggi, avrebbe vita breve, soffocherebbe nel bigottismo, nella banalità, nella noia sconfortante di chi pretende che gli artisti ci somiglino (e anche nella noia di chi lo permette, diciamolo). L’artista non deve somigliarci, deve illuminarci. E Laura Pausini, per citarne una, ci ha lasciato al buio.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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